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Veduta della badia benedettina di Montecassino in una illustrazione del 1872.
Veduta della badia benedettina di Montecassino in una illustrazione del 1872.
Quando nell'autunno del 1284 Carlo I d'Angiò convocava un parlamento in Foggia, per il completamento di una sua riforma amministrativa, circa la scelta della sede, seguiva una tradizione già invalsa e operata da Federico II. Se la periferica Palermo era la capitale nominale per lo Svevo, e Napoli ormai quella definitiva per l'Angioino, Foggia restava, invero, la capitale amministrativa del Regno. Il Tavoliere, con la ‘mena delle pecore’, anche prima dell'istituto della Dogana voluta da Alfonso d'Aragona, e il Gargano, con l'Honor Montis Sancti Angeli, dotalizio delle regine normanne e sveve, e poi dei prìncipi angioini, facevano della Capitanata un privilegiato centro venale tale da costituire uno dei capitoli più importanti nella storia economica del Mezzogiorno.
Si giustificava così la designazione di Foggia quale centro egemonico per plenari incontri amministrativi, finanziari e fiscali.
Oltre alla prevalente presenza della Magna Curia, la meditata scelta della Capitanata per Federico corrispondeva anche a motivazioni strategiche e politiche. Già nella primavera del 1240, precisamente 1'8 aprile, domenica delle Palme, egli convocava in Foggia un'assemblea, cioè un colloquium generale, come è detto nelle lettere ufficiali del tempo. Era un gran parlamento di funzionari, giustizieri, amministratori, bàiuli e di altri servitori dello Stato, pur con una significativa assenza di molta nobiltà feudale. Riccardo di San Germano rilevava che i convocati erano venuti non per legiferare o discutere, ma per ricevere ordini sanciti dalle novae constitutiones.
Interno della chiesa della badia benedettina di Montecassino in una illustrazione del 1872.
Interno della chiesa della badia benedettina di Montecassino in una illustrazione del 1872.
I due parlamenti del 1240 e del 1284 avevano, dunque, una tematica prevalentemente amministrativa; diversa, invece, si presentava la fisionomia dello Stato angioino rispetto a quello svevo per la sua nuova struttura in un mutato rapporto politico-sociale con la feudalità e le comunità municipali. Tutte le norme costituzionali, relative alla legislazione socio-politica, Federico le aveva già codificate dal 1231 a Melfì, con un sussiego non privo di solennità, nel Liber augustalis, che ebbe aggiunte e modifiche nei successivi parlamenti del 1233, 1234 e 1244.
Circa l'organizzazione giudiziaria, è stato concordemente rilevato, anche da storici francesi, che essa ‘era vicina alla perfezione’, e ‘ben poco gli Angioini trovarono da aggiungervi’. Quanto poi a tutta l'opera legislativa federiciana ‘espressa nelle leggi promulgate dai parlamenti o corti generali’ pur seguendo le orme dei Normanni, essa tuttora riscuote motivi di ammirazione per il suo ordine metodico, per il complesso settorialmente articolato, ‘ben dosato e organico da essersi mantenuto in vigore sino all'inizio del XIX secolo’. Per quanto attiene all'assetto amministrativo, generalmente si riconosce che Carlo I ‘aveva ereditato nell'Italia Meridionale il sistema più perfetto che si conoscesse, quello 'Stato moderno' o 'Stato opera d'arte' normanno-svevo’ (Nota 15a).
Ben diversa, lo si è accennato, era la struttura socio-politica dello Stato angioino. Mentre quella normanno-sveva si reggeva su un rapporto triadico (monarchia, feudalità, università-città), l'angioina, invece, si riduceva a rapporto di due soli componenti: la monarchia con i suoi beni demaniali e la feudalità. Quale conquistatore, per ragioni di sicurezza e di fedeltà, con rare eccezioni, Carlo d'Angiò si affidò a una più estesa feudalità non locale con una crescente riduzione delle autonomie cittadine.
Veduta della abbazia benedettina di Monte Oliveto.
Veduta della abbazia benedettina di Monte Oliveto.
Emile Léonard rileva che ‘la maggior parte dei beni nobiliari andò ai nuovi venuti. Il Durrier ha elencato i circa 700 Francesi e Provenzali dotati di feudi dal primo Angioino, mentre si ignora il numero, sia pure approssimativo, della gente di umili natali che ricevettero soltanto modeste proprietà, come quei centoquaranta coloni che vennero chiamati dalla Provenza e dall'Angiò a Lucera, (acclimatatisi poi a Faeto e Celle San Vito nel Subappennino dauno), per costituirvi un nucleo di fedeli atto a controbilanciare la colonia saracena troppo legata al ricordo di Federico II’. ‘Pertanto Carlo dava alla società un'organizzazione diversa da quella che aveva avuto sino allora’. La precedente feudalità ‘non aveva il carattere di un presidio di occupazione né la finalità di trasformazione del Paese’ inteso con l'obbligo, tra l'altro, ‘di stabilirsi definitivamente nel regno onde essere pronti a prestare i servigi feudali. D'altro canto il relativo equilibrio anteriormente mantenuto tra le terre concesse ai baroni e quelle del demanio regio venne alterato dalle numerose costituzioni in feudo di queste ultime: centosessanta per il solo anno 1269’. Si mutava così ‘la natura stessa dello Stato che si trasformava in monarchia feudale sul modello francese mentre, dal tempo dei Normanni, era stato una monarchia fondata così sulle città come sulla feudalità’ (Nota 15b).
Un funaiuolo - Illustrazione del 1872.
Un funaiuolo - Illustrazione del 1872.
La pressante preoccupazione della fedeltà alla nuova monarchia portava ovviamente a privilegiare francesi e provenzali, così per la feudalità come per lo zelo nell'amministrazione e nella giustizia. In un elenco, diligentemente compilato, di funzionari e di servi stabilitisi nel Regno ‘i cognomi originari della Provenza vi abbondano, accanto a quelli delle famiglie provenienti dalla Francia’ (Nota 15c). Naturalmente accanto ai fedelissimi amministratori, alti funzionari, giustizieri, connestabili, giudici, baiuli e dignitari ecclesiastici si affiancano e installano in Capitanata 'non meno fidati mercanti provenzali e toscani e banchieri fiorentini. Gli Acciaiuoli, con i Fescobaldi e i Buonaccorsi sono presenti a Barletta; e i Bardi con i Peruzzi o Perucci a Manfredonia. L'oculato e programmatico sfruttamento del regno portava naturalmente alla creazione di un'organizzazione capillare con una rete di uffici e di funzionari per l'imposizione e la riscossione dei tributi. I mezzi fiscali erano strumenti per fini dinastici e di conquista. Nei disegni ambiziosi cosi progettati, la Provenza aveva finanziato la conquista del regno e questo a sua volta, con implacabile zelo fiscale ‘senza debolezze e lacune’ avrebbe dovuto contribuire all'espansione imperiale soprattutto verso l'oriente. Per questo sfruttamento intensivo si è parlato addirittura di colonizzazione da parte degli storici: secondo il Tritone ‘le ambizioni e i progetti della dinastia passarono in primissima linea davanti all'interesse e alla prosperità dei sudditi’ (Nota 15d).
Un carro contadino - Illustrazione del 1872.
Un carro contadino - Illustrazione del 1872.
Doveva esservi qualche smagliatura nel reticolo amministrativo preposto a tanto sfruttamento. Mentre la guerra del Vespro infuriava da un biennio e siciliani e aragonesi compivano incursioni in Calabria e Basilicata, e le loro navi tempestavano minacciose le coste pugliesi, l'occhiuta e insoddisfatta attenzione del re con la sua politica economica di spirito mercantilistico e statale che comprimeva gravemente, per l'insostenibile concorrenza, l'attività economica privata, si rivolgeva anche con sospettosa sfiducia verso gli stessi suoi feudatari e funzionari. Necessità, con sospetti e sfiducia, spinsero il re ad emanare, il 2 gennaio 1285, provvedimenti a carico di regi funzionari che ‘alienavano i propri beni alle chiese del regno per sottrarli alle rivendicazioni che la corte potesse esercitare’. Tanta vigilanza ispettiva si rivolse anche verso abati e feudatari di Capitanata: non per nulla, come era naturale, l'assise era stata convocata in Foggia, dove il re morì il 7 gennaio 1285 appena cinque giorni dopo questi suoi ultimi provvedimenti, gravidi di conseguenze per eredi e successori regi.
In merito a questi scaltriti evasori del tempo, per quanto concerne gli abati di S. Giovanni in Lamis, non abbiamo elementi di prova per un giudizio. Certo è che la più vasta e potente badia di Capitanata venne comunque a trovarsi al centro di interessi, di cupidigie e di appetiti di prepotenti tra cui i membri dello stesso casato angioino. Vero è che Carlo I ebbe un atteggiamento diverso, come si vedrà, da quello di Federico II, con premure iniziali e restituzioni di terre confiscate dallo Svevo, non sappiamo però quanto disinteressate. In Capitanata giustizieri, funzionari e anche qualche abate (come fa sospettare il nome) erano francesi: un Courban giustiziere è incaricato di dirimere una controversia tra l'abate di S. Giovanni in Lamis e Clemenza moglie di Carlo Martello. Accadde intanto che in un breve corso di anni le vicende del monastero si avviarono lungo una china disastrosa.
Mulino alla bolognese per la filatura della seta (secolo XVII) - Da Paolo Malanima, L'economia italiana nell'età moderna, 1982.
Mulino alla bolognese per la filatura della seta (secolo XVII) - Da Paolo Malanima, L'economia italiana nell'età moderna, 1982.
Occorre fare due considerazioni preliminari sul rapporto di vassallaggio tra la Chiesa, il Regno di Sicilia e i feudatari, e, per quanto ci interessa, sulla reale importanza della badia di S. Giovanni in Lamis, con la sua peculiare posizione, nell'ambito dell'Honor. Si tratta di un nodo giuridico che ha alimentato una lunga querelle ideologica e politica con derivanti e talora preminenti interessi economici. Nello snodo, poi, di un groviglio di diritti contesi in cui spesso si sono ingarbugliati gli stessi interessati, ora sui princìpi ora sui proventi, troviamo impegnati giuristi fin dal tempo svevo e angioino, e politici giurisdizionalisti (curialisti e anticurialisti) del Settecento napoletano.
Riferendoci al tempo preso in considerazione, la questione principale era se la natura nel rapporto di vassallaggio del Regno di Sicilia nei riguardi della Chiesa era da intendere quale dipendenza esclusivamente nella sua globalità o, anche, nella specificità dei singoli feudi, fossero essi baronie laiche o badiali (monisteri).
Per quanto riguarda la nostra badia, la sola trascrizione di una sequela di fatti potrebbe essere di per sé eloquente e convincente.
Il 21 settembre 1273, mutati i tempi, muta anche la nazionalità dell'abate preposto al governo del monastero. L'abate Parisius (il nome dice tutto: è protetto da Carlo I d'Angiò) è un francese che concede al francese Teobaldo Helamant in enfiteusi, vita natural durante, ma senza diritto di successione agli eredi, il casale di S. Giovanni Rotondo con tutti i diritti e pertinenze, per un annuo censo di quaranta once d'oro puro e col versamento al momento della stesura del rogito (‘instanter‘) di cento once d'oro puro.
Nello stesso atto notarile steso dal giudice di Apricena, Bartolomeo de Nolano e dal pubblico notaio di Castelpagano, Ruggero, si leggono i moventi della concessione, i primi colpi ormai di una rapida demolizione in crescendo: ‘Alcuni, ai quali l'abate e il convento non potevano resistere, avevano tentato in passato e continuamente tentavano di usurpare malvagiamente i diritti dello stesso monastero nel casale di San Giovanni Rotondo; posto nel giustiziariato di Capitanata e quelli dello stesso abate, così che i predecessori e gli stessi monaci per difendere i propri diritti avevano dovuto sostenere non poche spese e fatiche’ (d. 21).
Intanto, nel 1282, trovandosi da lungo tempo il convento del monastero senza abate (‘viduatis’) per la morte dell'abate Leone, Martino IV, da Montefiascone, incarica Gerardo vescovo di Sabina e legato della sede apostolica di provvedere in merito. La scelta cade su Giovanni da Modena: una figura inquietante su cui ci fermeremo e per il lungo periodo di governo e per l'enigmaticità del suo comportamento. E cosi, nel 1283, questo nuovo abate si affretta (certamente costretto dagli stessi moventi) a cedere ancora a un francese, Adamo Fourrier, familiare e consigliere regio, rettore del patrimonio della Chiesa in Toscana e capitano generale, per la durata di venti anni, le rendite di un altro casale, quello di Sala, appartenente anche esso al monastero, per cinque once d'oro annue.
Sempre più interessanti e significativi gli incalzanti motivi della cessione; cosi nel testo: ‘Bartolomeo di Matteo, giudice regio in Foggia e Francesco d'Angelo, pubblico notaio, attestano che ai frati e all'abate riuniti in consiglio occorreva non poco danaro che sarebbe stato loro molto utile: 'sia per mandare un soldato all'esercito regio, sia per condurre a buon fine alcune azioni giudiziarie contro usurpatori di beni del monastero'’. È in corso la guerra del Vespro e il feudo badiale, come d'obbligo, era stato censito per l'invio di un soldato all'esercito regio. Inoltre si legge questa dichiarazione:

'il giudice e il notaio affermano che ‘l'abate e il convento del monastero hanno consentito in nostra presenza previa approvazione di tutti i frati, con piena e libera volontà degli stessi, in nessun modo indotti né da violenza, né da timore, né da alcun raggiro’.

Tale dichiarazione, anche se non estorta, desta un certo sospetto, in quanto gratuita e ovvia, sia perché ogni libera volontà di un contraente è naturale che non sia spinta dalla forza, ecc., sia perché una tale frase è assente in ogni altro documento. Parrebbe che affiori la coda di paglia del beneficiario di una cospicua rendita ventennale, per sole cinque once d'oro annue, e si premunisce contro ogni eventuale vizio giuridico del contratto: ‘inter quos tractatus habita fuit mentio de vendendis in extalium fructibus, redditibus, provenentibus et omnibus obventionibus casalis Sale’ (d. 23).