Il chiostro dell'Abbazia benedettina di Montecassino in una illustrazione del 1909.
Il chiostro dell'Abbazia benedettina di Montecassino in una illustrazione del 1909.
E qui è da notare che non diversamente, in modo palese o tacito, si comportano i successori di Federico.
Dopo la morte di Innocenzo III la situazione va man mano evolvendo. L'atteggiamento di Federico II, pur trovandosi il Regno del Sud in una situazione di vassallaggio, non è da considerarsi episodicamente a sé stante nei riguardi della Chiesa. A parte la situazione dell'Impero, la Francia di Filippo il Bello, l'Inghilterra di Edoardo III, con l'insorgere autonomo degli Stati nazionali, assumeranno variamente nei riguardi della Curia pontificia, prima un atteggiamento di difesa e di resistenza e poi di ripulsa e di offesa. Rileva il Ranke: ‘Furono com'è noto i Francesi che opposero la prima decisa resistenza alle pretese del papa. Si opposero, in concordia nazionale alla bolla di condanna di Bonifacio VIII ... tutti i corpi del popolo’. ‘Seguirono i tedeschi. I principi elettori convennero sulla riva del Reno, sui loro seggi di pietra, nel campo di Rense, per studiare le misure da adottare insieme in difesa 'degli onori e dignità dell'impero'’. ‘L'Inghilterra non rimase estranea per lungo tempo a questo movimento. In nessun altro luogo i papi avevano avuto influenza maggiore ed avevano disposto più a loro arbitrio delle prebende’. ‘Vediamo che una nazione dopo l'altra acquista ormai il sentimento della sua autonomia e della sua unità’. ‘Accadde cosi che il papato si trovò in una posizione di debolezza e di imbarazzo che rese possibile ai poteri laici, che finora avevano cercato soltanto di difendersi, di passare al contrattacco’ (Nota 12).
Se la memoria non m'inganna, non diverso è il giudizio di L. Pastor nella sua Storia dei papi dalla fine del Medio Evo, riguardante il periodo pontificio nei secc. XIII - XIV.
Carlo d'Angiò, certamente con spirito d'indipendenza e d'iniziativa, non passò l'Honor quale dotario a sua moglie Beatrice e poi, morta questa, a Margherita. Con intenti, non sappiamo se confusionari tra feudi e suffeudi, e cioè tra la contea di Lesina e l’Honor, ma con atto certamente d'imperio o d'arbitrio, passò l’Honor direttamente al figlio Carlo II.
Veduta interna della fortezza di Lucera. Incisione ricavata da un disegno di J. L.Desprez eseguito nel 1778.
Veduta interna della fortezza di Lucera. Incisione ricavata da un disegno di J. L.Desprez eseguito nel 1778.
Inoltre dal Syllabus membranarum (II, 1, pp. 136-137) si apprende che Carlo II nel 1294 ordina a Pietro Panetterio di restituire alla badia di S. Giovanni in Lamis quei diritti che egli aveva usurpati in nome della ‘bella Clemenza’ (cosi Dante), moglie di Carlo Martello (che in quello stesso anno trovavasi a Firenze) signora di alcune terre nel casale di Candelaro: ‘Ad evitare che la lite si riaccendesse, il 4 maggio dello stesso anno il vescovo di Canne e il giustiziere di Capitanata, appositamente incaricati, fecero apporre le pietre terminali tra il casale Fazioli appartenente al monastero e il casale Candelaro appartenente alla regina Clemenza’ (Nota 13).
Nell'inchiesta condotta dal vescovo di Civita del settembre 1310, a domanda dell'inquirente, alcuni testi rispondono che tra i ‘potenti e magistrati’ molestatori e usurpatori di possedimenti della badia vi erano anche gli amministratori della domina domina Maria regina regni Sicilie, mater regis Robberti (d. 40) i quali non si sa bene se agissero per diretta volontà o solo in nome della regina.
È certo che la fame di terre, di rendite e di danaro è in progressivo aumento presso gli Angioini; e la loro azione diretta comunque a procurarsi con evidente avidità ogni sorta di pecunia è sempre più spregiudicata. I papi, da Clemente IV a Clemente V e da Giovanni XXII a Clemente VII (antipapa), prima la tollerano, poi tacitamente la subiscono e infine si pongono su una linea di concorrenza. Si dice questo sempre in vista del loro operato nei riguardi della badia.
Di già nel 1267 alle lamentele per le continue e pressanti ristrettezze economiche di Carlo I d'Angiò, Clemente IV, con stizzosa maraviglìa, rispondeva: ‘È strano che tu ti lagni della povertà di un regno, dal quale quel nobile uomo di Federico, pur facendo spese maggiori delle tue, arricchiva immensamente se stesso e i suoi e saziava in più la Lombardia, la Tuscia, la Marca d'Ancona, la Trevigiana e l'Alemannia’. Sono evidenti in questa risposta impazienti irritazioni e una grossa esagerazione polemica, ma sono anche note le difficoltà relative alla liberale politica economica di Federico II.

Illustrazioni tratte da Saint Non, Viaggio pittoresco o descrizione dei regni di Napoli e di Sicilia, Vol. III
contenente il viaggio o giro della parte meridionale d'Italia anticamente chiamata Magna Grecia, Paris, 1783