Sono 9 lettere tratte da Giuseppe Tardio, Rimembranze - Diario di vita politica e amministrativa di un paese del Gargano (1860-1899), a cura di Tommaso Nardella e Giuseppe Soccio. San Marco in Lamis, Quaderni del Sud, 1995, pp. 165.
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'Giuseppe Tardio a Gaetano Del Giudice (Immagine)Gaetano-Del-Giudice.jpg, S. Marco in Lamis 30 dicembre 1860

Signor Governatore,

Copertina del manoscritto 'Rimembranze' di Giuseppe Tardio
Copertina del manoscritto 'Rimembranze' di Giuseppe Tardio
È certamente un errore il Suo quello di credere che tutto il male sia finito con quei provvedimenti blandi e conciliativi che Ella ha creduto mandarci. Ci vuole energia, e non esagero quando dico, ci vuole un battesimo di sangue per evitare ulteriori pericoli. In contrario procedendo il governo sulle calcate orme noi saremo sempre da capo. Le nostre condizioni sono peggiori di prima: siamo stati disarmati, i ladri non sono stati distrutti, il popolo nessuna lezione vi ha ricevuto, si teme che la truppa ci abbandoni da un giorno all'altro.
Signore, io non arrivo a comprendere se questo governo è un governo dittatoriale o è un governo inetto. E pertanto mi fò interprete del pubblico voto. Giacché il governo del Re non si vuole mica brigare dei fatti nostri e ci lascia in balìa della reazione e del brigantaggio; giacché il governo del Re niuna guarentigia offre al cittadino onesto e favorisce con la sua insensata generosità i malviventi, altra via di scampo a noi non rimane:
Foto di Giuseppe Tardio
Foto di Giuseppe Tardio
o di emigrare in luogo ove si possa rinvenire una tregua alle nostre agitazioni e timori o, non potendosi permettere l'emigrazione, si prega il sig. Governatore che abbatta questo paese, covile di ladri e di reazionari, e così noi ci toglieremo dallo stato di pesantissimo incubo in cui ci troviamo ed il governo si sbarazzerebbe di un paese che, essendo il focolaio dei malviventi, forma il punto unico d'onde partono le agitazioni di tutta la provincia. Le ripeto come riepilogo: il nostro paese non si può accomodare da noi stessi perché si trova in una situazione eccezionale. La classe bisognosa dominante per quattro quinti su quella agiata è demoralizzata a segno da profittare di qualunque occasione per manomettere vita, onore e sostanze. L'altro quinto che dovrebbe avere interesse a tutelarsi è scisso in partiti. Quindi l'opera del governo solo può accomodare i nostri affari. Un uomo che è amante del bene dell'Italia e che darebbe vita e sostanze per l'indipendenza della stessa Le dirige queste libere parole onde si faccia senno ponendosi immediato riparo ad una incombente tragedia.
Giuseppe Tardio

Giuseppe Tardio a Gaetano Del Giudice, S. Marco in Lamis 16 gennaio 1861

Signor Governatore,
ancora un'umile voce ardisce elevarsi sino a voi per interrogarvi e sapere cosa fate di buono come governatore della provincia.
Signore, mi scusate se la dico come la penso. Ho sperato sempre nel domani e le mie speranze sono rimaste ogni giorno deluse. Ora non potendo più tollerare alzo la mia voce affìn di rendere di pubblica ragione di quale e quanto danno siete stato causa alla provincia, voi governatore della stessa. Rispondete. Perché non avete prevenuto la prima reazione di S. Marco in Lamis? Ne sapevate tanto quanto bastava anche da un orbo per veder chiaro. Perché, avvenuta la reazione, l'avete mandata impunita? Avevate sufficienti elementi per passarla sotto silenzio. Un omicidio consumato (Nota 1), la tricolor bandiera lacerata, lo stemma di Casa Savoia oltraggiato, le immagini dei due magnanimi pugnalati con ogni sorta di villanìa; che più?...
La previdente idea che la massa tumultuante trascorresse in maggiore insolenza ed eccessi più pericolosi bastava per determinare la S.V. a dare una salutare lezione. E perché non l'avete fatto? Perché non si è voluto. Perché non avete dato ascolto alle mie parole quando con una mia vi facevo noto che, non essendosi per nulla cambiato lo spirito pubblico, si temeva una seconda insurrezione? Non si doveva ascoltare la voce di un povero galantuomo che sognava pericoli e timori per i patrii lari: non si poteva perché la medesima voce giungeva importuna al signore, cui potendo governare a chiacchiere, divisa indossata dagli attuali rappresentanti il nuovo regime, se la dormiva sicuro e non curante; non curanza che, calcolati bene tutti i probabili, si traduce in una certa complicità. Perché avvenuto quel che si temeva, onde ripararvi, ricorreste ad un mezzo da cui fuggirebbe con ribrezzo anche l'animo di un bandito. Io intendo dire le spese di guerra che contro ogni diritto imponeste sopra di noi. Perché (si comprende bene) facendo uso del pieno potere di che vi ave investito il monarca, vi è piaciuto miglior rimedio e più espediente quello di smungere le nostre borse ed ingrassare le vostre?
Signore, la vostra condotta sul Gargano ci ha istrutto di un'altra verità: che si può legalmente rubare a quel popolo che dovrebbe essere punito come ribelle.
Bravo Del Giudice, egregiamente bene. Il soverchio amore per la Patria vi costringeva a rubare a popolo soggetto. Ma non finisce qui lo zelo che mostrate per tutelare la tranquillità della provincia. Noto di passaggio qualche fatto di maggiore importanza. Al sindaco che con un ufficio cercava far mantenere la forza armata a spese del tesoro, rispondeste con un dilemma: o pagatela del vostro o mandatela via. E supposto che il Comune non avesse potuto mantenere a proprie spese il distaccamento, voi come un novello Nerone lasciate sacrificare un popolo che non voleva cadere vittima dell'opera di quattro cattivi. D'onde tanta smania e fare che la terza reazione avvenisse? Perché insorgendo di nuovo il popolo, voi con l'ansia di chi spera un ghiotto boccone, sareste piombato con nuova forza per imporre altre spese di guerra. Soverchio zelo [...].
Signore, sono quattro mesi che reggete le sorti della Capitanata e non abbiam veduto che dei fogli di carta stampati ove di belli programmi si leggono, ma null'altro che programmi. Non un provvedimento che c'indicasse del gran Risorgimento italiano; non una disposizione che ci facesse vedere le provvidenze di un governo liberale. Sempre paroloni belli e sonanti: ma dove e quando i fatti? [...]. Per un momento ci è sembrato aver riacquistato quella libertà che è il supremo ed unico appannaggio dell'umana razza. Ma fu solo un'illusione [...]. Quali sono i vantaggi che abbiamo acquistato, quali le franchigie che gli organi dell'attuale Luogotenenza si sforzano, a furia di stampa, assordar il nuovo e il vecchio mondo? Essere soverchiati dalla prepotenza, soffrire con rassegnata pazienza gli abusi, vedere male amministrata la giustizia, temere l'onesto cittadino il pugnale dell'assassino, vivere in una parola vita agitata ed inquietata tra i reazionari ed un governo inerte. Ecco quali sono i vantaggi e le franchigie che abbiamo acquistato.
Che se sotto il caduto trono si proteggevano i soverchiatori e gli spioni, al certo veniva garantita la tranquillità pubblica e la vita del cittadino. Ma ora che stiamo sotto un governo liberale vedendosi tolta anche la tranquillità e non sicura la vita, ci farebbe venire la tentazione di maledire questo governo, se non fossimo certi che sono in buona parte un residuo della vecchia pagnotteria ed il resto soci di un'abbominevole consorteria quelli che rappresentano l'attuale regime?... Signore, mi congratulo di vero cuore che finalmente ci lasciate. Sarà un giorno meno amaro per noi quello della vostra partenza perché ci avete abbastanza tolta la pazienza. Sì che adesso possiamo respirare. Fate felice viaggio e non ci tornate più.
Giuseppe Tardio

Giuseppe Tardio al luogotenente Carlo Luigi Farini (Immagine)Luigi_Carlo_Farini_ritratto.jpg, San Marco in Lamis 13 dicembre 1860

Eccellenza,
torno a far sentire presso l'E.V. un'altra fiata la mia voce che è quella di un paese di 18.000 anime onde in mezzo a tante cure che La tengono occupata si benigni volgere uno sguardo a' nostri tristi casi e quindi porvi un riparo conveniente e sollecito. La prima volta che ebbi l'onore di presentarmi a Lei, Le facevo notare in una mia memoria scritta quali bisogni travagliavano il mio paese e di quali rimedi faceva d'uopo per prevenire mali maggiori [...]. Si chiedeva una forza adeguata per mantenere a soggezione il popolo che sta sempre sulle mosse di tumultuare; e ci si manda un distaccamento del 55° al numero di 25 soldati che nelle occorrenze non potrebbe far argine all'onda tumultuosa de' reazionari. Si chiedeva il cambiamento dell'autorità giudiziaria perché incompatibile con un governo liberale e ci si cambia il solo giudice facendoci rimanere il cancelliere Cesare De Bellis, il quale oltre che reazionario è creatura di alcuni prepotenti, per cui la giustizia nelle mani di lui si vendeva all'asta pubblica. Si chiedeva il lavoro della strada rotabile per San Severo col quale occupare le braccia inoperose e bisognevoli, stante la desolante miseria in che languiscono i poveri bracciali. Si danno de' provvedimenti vaghi che fanno vedere la buona intenzione del governo, ma che non giovano per nulla ad alleggerire il peso della fame finché si rimangono a semplici progetti [...]. L'inverno è sovraggiunto e per ciò istesso i travagli mancano; le miserie sono al colmo; i tempi corrono difficili per le cattive voci che si fanno a bella posta spargere da' reazionari.
Eccellenza, se non si appresta un sollecito rimedio, Lei avrà il dolore di sentire l'intiero Gargano, e per esso la provincia tutta, ridotto agli estremi mali dell'anarchia e del brigantaggio [...]. Richiamo altresì l'attenzione di Lei sopra il governatore della provincia il quale di nulla curandosi lascia correre le cose come vuole il caso e l'intrigo. Questo stesso governatore col generale Liborio Romano non sapendo o non volendo diversamente curare i mali del nostro paese dopo la seconda reazione impose sei mila ducati come spese di guerra. Essendo ingiustamente e contro ogni diritto esatto questo denaro, potrebbe l'E.V. obbligare a restituirlo e convertirlo in un'opera pubblica di che ha gran bisogno il paese.
Giuseppe Tardio

Giuseppe Tardio a Carlo Luigi Farini, S. Marco in Lamis, 20 maggio 1861

Eccellenza,
le cose del mio paese vanno di male in peggio. Dopo gli ultimi avvenimenti la tranquillità pubblica è sempre più minacciata e la pace domestica non trova più luogo tra i domestici lari dapoiché la forza militare qui stanziata è troppo poca cosa per la distruzione del brigantaggio, appena è sufficiente a mantenere l'ordine nell'interno. I ladri, imbaldanziti per essere lasciati scorrere liberamente le campagne, fanno ogni dì nuovi reclutamenti e minacciano d'incendio il maturo ricolto come di aggredire altra fiata il paese. Il governatore della provincia continua nella sua inerzia o, come si voglia dire, insolenza. Si teme in ultimo che questo poco di forza ci abbandoni nuovamente in balìa delle reazioni e del brigantaggio, ora che stiamo inermi avendo di fronte i briganti ed alle spalle un popolo che per desìo di pescar nel torbido fa causa comune con quelli. Tutte queste ragioni, in un animo bastantemente sconfortato per la rimembranza de’ corsi pericoli, ci fanno temere che avvenga di peggio nell'avvenire. Per la qual cosa si prega la S.V. a voler mettere un pronto riparo a tanti mali ai quali il governatore Bardesono sembra non volervi mettere alcun riparo. Il Bardesono non ha saputo prevenire i nostri malanni che, temuti per somma sventura nostra, si sono verificati, né vi è stata la volontà di curarli. Il mio paese è il nido delle reazioni e dei ladri e tiene in agitazione tutta quanta la provincia; e laddove non si pratichino rimedi all'uopo e solleciti, il governo del Re da un momento all'altro avrà il dolore di sentire dispiacevolissime nuove sulle sorti di questi infelici popoli. Le sanguinose scene (non v'ha dubbio) di Gaetano Mammone (Immagine)gaetano-mammone.jpg si rinnoveranno. Faccia Iddio che ciò non avvenga e che si mostri l'energia del governo di Sua Maestà nelle provincie di Napoli. D'onde abbiano avuto origine, come e quando siano avvenuti i mali che deploriamo non mi prendo la pena di ripeterli. Ho assordato in altra occasione della mia voce coteste medesime sale in cui alberga la S.V. alfìn di scongiurare dal nostro capo l'uragano prossimo a scoppiare, ma la mia voce andò perduta come tutti gli altri sforzi che si son tentati di fare per richiamare l'attenzione del governo. Solo Le faccio notare che il mio paese, trovandosi in uno stato eccezionale considerato sotto il triplice aspetto delle finanze, dell'educazione e dello spirito politico, richiede un governo eccezionale.
Il paese è popolato di 18 mila abitanti dei quali 12 ventesimi vivono alla giornata, un ventesimo è fatto di persone agiate. E questa cifra esorbitante di bisognosi, in un paese ove mancano strade rotabili per farvi prosperare il commercio ed ove il terreno sterile essendo e di poca estensione non è atto a dare il necessario sostentamento, aizza quelli a segno da profittare di qualsiasi occasione per manomettere vita, onore e sostanze.
Lo stato di educazione e di spirito politico si rivela a chiare note dal numero degli elettori e dal numero de' votanti nella formazione del nuovo consiglio comunale. In una popolazione di 18 mila abitanti esservi appena 162 elettori dei quali 63 preti; e presentarsene a votare 62 non di chiaro orientamento politico ma rozzi e retrogradi per non dire avversi all'attual ordine: così sono i nostri feroci montanari. Dunque il signor Luogotenente vede bene che per fare amare la libertà a questo popolo due sono le vie da tenersi: o quella di rendere evidenti e palpabili i beni che vengono da un governo costituzionale o l'altra della dittatura con l'uso della forza.
Non potendosi il primo metodo perché l'Italia sta facendo ancora i supremi sforzi per disfarsi dei suoi nemici, è necessità appigliarsi al mezzo della energia giacché la usata generosità rende i cattivi più insolenti e più corrivi al malfare. Adottando un sistema energico di governare particolarmente a riguardo del mio paese farà cosa grata al governo ed al paese che geme da nove mesi sotto il pondo di tristissimi avvenimenti. Allora noi vivendo vita meno agitata avrem l'agio di dare il nostro obolo, comunque tenuissima cosa per la compiuta indipendenza e nazionalità.
La prego, in ultimo, in nome di tutti i buoni che si compenetri dei nostri lacrimevoli casi e con la rapidità di chi vuol prevenire guasti maggiori appresti un sollecito rimedio, che, ritardando di qualche giorno, qualunque provvedimento potrebbe giungere frustraneo.
Giuseppe Tardio

Giuseppe Tardio a Giuseppe Pisanelli (Immagine)Giuseppe-Pisanelli.jpg, S. Marco in Lamis 20 novembre 1860

Sig. Consigliere,
quando un governo che si fa propugnatore della libertà dei popoli vuole che la santa causa sia abbracciata dai medesimi popoli, due vie par che debba tenere: o quella di rendere tutta una volta evidenti e palpabili i beni che vengono dalla libertà o l'altra di un governo dittatoriale che, prevenendo con l'energia dell'assolutismo i mali che vengono dall'anarchia e dalla malafede dei tristi, conseguenze inevitabili dopo la rivoluzione, prepara gli animi a misura che le liberali istituzioni prendano piede a ben usufruire del caro dono della costituzione che si cerca lor di fare. È un gravissimo errore quindi del governo quello di fare amare la libertà con pomposi proclami che promettono a dritta ed a rovescio diritti e franchigie senza badare a rendere sicura la vita, l'onore e le sostanze de' cittadini da quei retrogradi che sommamente tristi essendo o infami al rovesciato tiranno venduti non temono di manomettere cose e persone: i primi per brama di pescare nel torbido, i secondi per desìo di restaurare il trono del loro signore.
E un gravissimo errore di un governo libero di educare i popoli alla libertà col mandare impunite le opere dei cattivi e lasciare i buoni col vano desiderio di un avvenire di rose. I paroloni de' novelli Bruti, che di un significato suonano all'orecchio del popolo, non provano la libertà; non bastano anzi a mantenere nell'animo degli intendenti neanche il desiderio di possederla un dì. Ci vogliono fatti per dimostrarla dapoiché la libertà è un sentimento e non un'idea...Perché voler abbandonare il Napolitano in preda delle sue reazioni e del brigantaggio e quindi di una guerra fratricida proprio quando dobbiamo essere compatti e forti per superare l'ultima lotta, ma più terribile, contro il despota straniero? È politica. Sono ragioni di gabinetto che giustificano la condotta del Ministero. Io non mi intendo né di politica né di diplomazia. Ho bastante senno, e le attualità che ci travagliano mi danno un senso di preveggenza che non sfugge neanche all'occhio del volgo. E pertanto Le dico che l'Italia non si farà fino a che si cerca di farla per via di diplomazia; e se l'Italia sarà degli Italiani bisogna attribuire a miracolo di Dio la sua unità ed indipendenza poiché il governo del Re fa prendere il sopravvento all'elemento cattivo e tutti gli elementi buoni si disgustano e si allontanano.
Giuseppe Tardio

Giuseppe Tardio a Cesare Bardesono di Rigras (Immagine)bardesono-de-rigras.jpg, S. Marco in Lamis 22 maggio 1861

Signore,
qui le cose par che vadano di male in peggio non tanto per lo cattivo spirito che informa il nostro paese, quanto per le agitazioni in che ci fanno stare le diverse comitive che ingombrano le nostre campagne. Alla parte settentrionale che noi chiamiamo 'Bosco' vi gira una banda di dieci briganti, all'occidente tra Castel Pagano ed Apricena si fa spesso vedere una buona mano di soldati sbandati forestieri, a mezzogiorno, costeggiando le falde de' nostri monti e sovente internandosi per le gole dei medesimi, si azzardano a farsi vedere dal popolo, curioso e quasi stupefatto per tanta audacia, quindici ladri a cavallo; altrettanti, profittando dello spirito politico del paese, minacciano di entrare in città promuovendo una reazione: gente tutta quanta perduta e che trova del prò quando arrischia. La porzione pacifica del nostro popolo teme della vita e delle sostanze sicché invece di mostrare petto forte in faccia al pericolo muore dalla paura al solo rimembrare cotesto stesso pericolo; per lo contrario la parte cattiva (e non è poca) cerca sempre di pescare nel torbido per soddisfare la brama che ha del saccheggio, favorisce tutti i tentativi che i malvagi della campagna vorrebbero attuare a danno del paese. Per la qual cosa noi ci troviamo in sì pessime acque che il riuscirne sani e salvi ci sarà d'uopo attribuirlo a miracolo. Non sappiamo qual via tenere: la massa che per le attualità politiche mal ci vede e mal si presta per lo ben della patria, i briganti che per l'idea dell'utile vorrebbero attuare al più presto possibile il loro programma, sono tali circostanze imponenti che non vediamo la salute di questo sciagurato paese se il Governo ci tiene per qualche altro giorno abbandonati come ha fatto sinora. Ci giova intanto ripeter alla S.V. che questo paese, che si può dire la vera capitale dei Croati, è guidato da uno spirito di avversione per l'attuale Governo, mal contento per l'idea della scomunica e tormentato dai mali inevitabili di una rivoluzione; sta sempre più prendendo radici per l'opera dei preti e dei retrogradi. Siffatte circostanze unite all'indolenza del nuovo Governo ci faranno temere guai irreparabili per il nostro paese e forse per l'intiera provincia.
Giuseppe Tardio

Giuseppe Tardio a Giuseppe Ricciardi (Immagine)giuseppe-ricciardi.jpg, S. Marco in Lamis 7 luglio 1861

Sig. Deputato,
dunque i nostri mali sono senza rimedio. Sono nove mesi, per Dio, dacché i nostri cuori palpitando di santi affetti per la gran Patria comune, hanno proclamato a Re il Re Galantuomo, il Re degli Italiani.
Sono nove mesi che speriamo in quei provvedimenti tanto necessari per la tranquillità pubblica e per la prosperità del paese. Ed intanto non una disposizione in questo spazio di tempo che facesse vedere, non dico attuate le nostre speranze, ma dileguati i timori di un peggiore avvenire. L'ultima reazione, capitanata dai briganti, è avvenuta per l'indolenza o, come volete chiamarla, per inerzia del governo. Imperciocché si sono consumate delle risme di carta per far determinare il governatore della provincia a mandarci un poco di forza militare; ma il governatore facendo orecchie da mercante ora ci trattava da visionari ora ci faceva ammutolire con una frustranea promessa. La reazione temuta è successa, luttuosi avvenimenti si hanno a deplorare ed il governo del Re, indovinate, che fa, sig. Deputato? Pensa ad esigere le spese di guerra imposte per soprassello a noi minchioni e promette che i ladri trascorrano senza essere minimamente molestati nelle campagne ed i reazionari passeggino impunemente la piazza. Mi dica, Signore, che sorta di governo è questo che non vuole o non sa garantire l'uomo onesto e favorire con l'impunità o con la clemenza il brigantaggio e le reazioni? Che apra gli occhi il governo e vegga bene che prendendo il sopravvento le reazioni sul Gargano si deve temere che non si rinnovino i terribili e sanguinosi fatti di Gaetano Mammone: conseguenze che non comprometterebbero, ne sono certo, l'indipendenza e l'unità d'Italia, ma sarebbero di vergogna e di rimorso al governo che non le ha saputo prevenire, e d'immenso danno alla nazione che vede sparso il sangue, malmenato l'onore e sciupate le sostanze dei cittadini.
Vi scrivo, sig. Ricciardi, e come a deputato del parlamento italiano e come ad uomo che ama il benessere dei suoi cittadini. Fatelo per Dio! Finisca una volta per sempre questa precaria esistenza, entri il governo per la via dell'energia e degli ottimi provvedimenti, che noi vivendo vita meno agitata avremo occasione di donarvi il nostro obolo comunque: tenuissima cosa per il compiuto riacquisto di nostra indipendenza e nazionalità. Qui, in poche parole, nulla è cambiato del vecchio sistema di amministrare, le stessissime cose che si facevano si fanno; si rubava e si ruba, si facevano intrighi e si fanno tuttavia, soverchiava la prepotenza e soverchia, ma con questa differenza che sotto i Borboni se si proteggevano i soverchiatori e gli spioni, veniva al certo garantita la tranquillità pubblica e la vita del cittadino laddove era in un'era che si dice di risorgimento la tranquillità pubblica, la vita, l'onore e le sostanze degli uomini onesti sono in balìa del brigantaggio e dell'anarchia. Signore, fate sentire le nostre lagnanze in mezzo a cotesto parlamento, e siano le vostre parole di rampogna e salutare ammonizione acciò i governanti non dormano sicuri sui destini d'Italia e invece pensino a migliorare le infelici sorti delle nostre contrade. Energia ci vuole e un battesimo di sangue per rigenerare questi popoli feroci per indole, divenuti barbari per educazione pretile: la generosità del governo li rende sempre più insolenti e più ostinati nel mal fare.
Sono sicuro che vi giungeranno accetti questi miei voti che sono pure quelli di tutti i buoni.
Giuseppe Tardio

Giuseppe Tardio a Vittorio Emanuele II, San Marco in Lamis 2 gennaio 1861

Sire,

Vittorio Emanuele II
Vittorio Emanuele II
vengo a mettere sotto gli occhi della M.S. i bisogni del mio paese perché si diano quei provvedimenti necessari per far sì che ritorni la tranquillità pubblica e per essa si allontani lo sgomento dal focolare degli onesti cittadini.
Il Gargano, nel cui centro si rattrova la mia patria, è popolato da uomini feroci per indole, ma mansueti fino alla docilità delle bestie da soma da lunghe oppressioni esercitate per via di superstizione dai preti e per l'altra, non meno obbrobriosa, dall'usura e dalle angherie dei doviziosi cui torna sempre gradito il dominare sulla massa perché s'impinguino le loro entrate succhiando il sangue dei poveri bracciali. Insomma profittando della loro influenza sulla massa ne fanno lor prò, conducendola come fanciullo là dove le loro ambizioni ed egoistiche logiche tendono. Il popolo di San Marco in Lamis ne è il più crudele bersaglio. A bella posta faccio notare alla M.S. acciocché a primo colpo d'occhio comprenda da dove abbiano avuto origine i luttuosi avvenimenti che rattristano il mio paese da cui, con un rapido contagio, si sono diffusi ripetendosi in gran parte del Promontorio. Non sì tosto l'Eroe Nizzardo suonò la tromba della redenzione di questa parte meridionale d'Italia, i retrogradi e dal confessionale, luogo della verità evangelica, e nei crocchi popolari e nel seno delle famiglie sparsero a piene mani il veleno della ribellione rendendo vani i frutti del magnanimo Generale che facevano palpitare ogni petto italiano di santi affetti per la redenzione della gran Patria comune, facendo credere al volgo essere la libertà una maledizione del cielo dapoiché Ella è uno scomunicato e quindi scomunicato del pari chi vuole l'Italia una e libera. Non si limitò a questo la nefanda opera, bandirono una specie di crociata a danno dei liberali incitando la plebe a massacrarli senza alcuno scrupolo, giacché avrebbero fatto cosa accetta a Dio ed alla società ed opera tale da acquistare piena indulgenza delli peccati. Acceso il volgo di fanatismo religioso, non mancarono di renderlo più saldo contro l'attual governo dicendo, per altri lati, che il nuovo Re, proclamato dagli Italiani, era un Re rapace e poco curante dell'onore e della religione dei popoli.
Giuseppe Garibaldi in una foto del 1861
Giuseppe Garibaldi in una foto del 1861
Queste false insinuazioni trovarono facile orecchio presso la massa la quale ad una falsa notizia, a bella posta spacciata, che Francesco di Borbone era nientedimeno nel regno, compieva la prima reazione il dì otto ottobre con clamorosi evviva Francesco II, calpestando lo stemma che ha per insegna la santa croce sabauda e la tricolore bandiera, pugnalando le immagini di Sua Maestà e di Giuseppe Garibaldi coronando la festa con l'uccisione di un povero liberale, offrendolo come vittima espiatoria innanzi all'altare [...]. Dopo due giorni d'infernale fracasso il governatore della provincia mandava mille armati per sedare i tumulti. Ma la reazione fu spaventevole in San Giovanni Rotondo e Cagnano e in altri paesi del Gargano; le crudeltà le più inaudite commettevano quattro malfattori costituiti a sovranità. Il governatore Del Giudice in una col generale Liborio Romano entra in San Marco in Lamis dopo un'insensata resistenza da parte dei rivoltosi, si prende come spese di guerra sei mila ducati e partì lasciando di contenere a soggezione il popolo cento garibaldini [...]. Non mancano tuttavia individui tra preti e proprietari che, nemici di un governo libero perché contrario alle loro mire ambiziose ed egoistiche, insistono di continuo a sussurrare all'orecchio del credulo volgo idee di malcontento al fine di tenere sempre desta l'avversione nell'animo loro contro il regime liberale. I Garibaldini che ora stanno alla custodia della tranquillità pubblica sono fatti di volontari per cui il popolo ne fa poca considerazione né incutono timore. Le autorità giudiziarie sono amiche dei ladri, d'onde i sanfedisti eccitano gli animi ad azioni delittuose. Il popolo poi per lo scarso ricolto di ogni sorta di cereali, ha in animo di insorgere e tenere i buoni agitati e malcontenti. Se non si dà pronto ed energico riparo a tanto male si crede compromessa la pace di un'intera provincia; lo che sarà causa di attribuire alla libertà i funestissimi fatti di una guerra fratricida. Da queste tristi considerazioni spinto, e come italiano e come cittadino che ama con predilizione il luogo della nascita, mi fo credito di chiedere alla clemenza del Re galantuomo e liberale quei rimedi che valgano a stornare tanto flagello dal Gargano.
Giuseppe Tardio

Giuseppe Tardio ai Sammarchesi, S. Marco in Lamis 8 febbraio 1861

Ultime parole di Francesco II ai Sammarchesi.

Foto di Francesco II di Borbone
Foto di Francesco II di Borbone
Essendo stato sempre nobil costume della nostra Reale Famiglia rimeritare i servigi prestati alla Corona, Noi, nell'agonia del nostro potere, non volendo derogare a questo uso inveterato, vogliamo prendere in considerazione gli affettuosi sentimenti dei Sammarchesi cui compartiamo la nostra paterna benedizione e le nostre grazie per essersi mostrati attaccati negli ultimi avvenimenti al trono degli avi nostri.
1) Considerando che i Sammarchesi hanno tentato la impossibile opera di rimetterci sul capo l'abbominata corona.
2) Considerando che chi cooperi alla restaurazione del dispotismo, sia qualunque il modo che tenga, ha ben meritato della nostra grazia.
3) Considerando che niuno per affezione alla nostra real dinastia, molti per ambizione, alcuni per compiere meditate vendette, altri per egoismo, quasi tutti per trovare il loro vantaggio nel saccheggio, hanno incitato la plebe a fare dimostrazioni in nostro favore.
4) Considerando che un Sovrano deve tenere memoria della fedeltà dei sudditi, quand'anco le loro opere fossero rimaste ad inutili tentativi. Abbiamo risoluto di fare le seguenti concessioni:
1) Ai preti, che sono di primo puntello al trono dispotico con la loro ipocrisia e che in San Marco hanno mostrato il più vivo attaccamento alla nostra Real Casa, concediamo per compenso la Grava di Sazzano (Nota 2), unico avanzo di cui la generosità di Vittorio Emanuele ci lascia disporre per poterne fare un dono a chi, odiando la libertà come il pipistrello la luce, voglia in quel precipizio gittare la sua disperata salma.
2) Ai signori poi che hanno cercato di restaurare il nostro trono col fomentare reazioni, non potendo concedere cosa che possa attestare la nostra magnanima riconoscenza, lasciamo loro, prima di abbandonare le delizie del ridente cielo di Napoli, due consigli: o ci seguano nella dura terra dell'esilio, se mai il loro attaccamento per noi tragga origini dai veraci sentimenti del cuore, e, non volendo ciò fare, lascino in pace l'umanità poiché le speranze di veder restaurato un trono odiato dai popoli, i quali si hanno infrante le catene e per sempre, non trovano luogo neanche nel nostro reale animo. Si vivano nella loro meritata abiezione, e se il dispregio de’ fratelli fosse lor di peso o la rimembranza del passato, come il nostro rimorso, lacerasse loro l'anima, sono molte le vie per farla finita, ma più conveniente fine sarebbe appiccarsi ad un albero di fico come Giuda.
Sammarchesi! Apprendete da Noi queste parole dettate dal più vivo pentimento. La Patria, riscattata a prezzo di sangue da' suoi magnanimi figli, vi chiama a contribuire di un obolo pel compiuto riacquisto della propria indipendenza e nazionalità. Voi, sordi a questo santo appello, invece compieste opera che fa raccapricciare la stessa tirannide coronata. La Patria vi maledice, i fratelli vi considerano scissi dalla gran famiglia degli Italiani, il dispregio della posterità cadrà su di voi e i vostri discendenti, la rimembranza del passato vi sarà di peso intollerabile come un rimorso. Per voi sarebbe meglio rinunciare ad un'esistenza che avete ricoperta d'infamia e di riprovazione.
Sammarchesi, i destini d'Italia stanno per compiersi. Quest'epoca è stata segnata dal dito di Dio per il gran risorgimento italiano. Io solo mi ho voluto opporre alla voce di Dio e de' popoli. Ne riporto la pena. Vado esule in terra straniera, maledetto dalla memoria degli uomini e meritamente poiché sono stato io che ho fatto spargere tanto sangue fraterno. Deponete adunque ogni speranza per noi. L'Europa non tollererebbe che un Re, il quale ha bombardato Palermo ed ha tenuto in attività le orde degli assassini negli Abruzzi, torni a sedere sul trono.
A voi Cozzi (Nota 3), due parole.
Siete stati ingannati. Aprite gli occhi alla luce del giorno. Il nostro governo dava l'agio ai prepotenti di soverchiarvi, agli usurai di spogliarvi, ai proprietari di defraudare la mercede delle vostre fatiche, ai preti di abusare delle vostre timide coscienze. Il governo di Vittorio Emanuele vi rende le coscienze libere e vi agguaglia a tutti gli altri uomini nei primitivi diritti dell'umanità. Siate fratelli e liberi da ogni oppressione. Amate adunque il nuovo governo, che avrete motivo di benedirlo e pensate a Noi come un triste e lontano sovvenire.
Da Gaeta, 8 febbraio 1861.
Francesco Borbone ex Re di Napoli e di Sicilia