Stignano: VII Stella

La valle nella quale si trova il convento di Stignano.
La valle nella quale si trova il convento di Stignano.
Da due falde del monte Gargano nasce una Valle, non meno spaziosa che amena, detta comunemente di Stignano, nella quale fra molte altre chiesette abitate da esemplari romiti, vedesi innalzato un vago e magnifico tempio, dedicato alla Gran Madre di Dio, ed ivi annesso un ben ordinato e capace Convento di Padri Minori Osservanti di S. Francesco ed ebbe egli l'origine nel 1350 nel seguente modo.
Un tale Leonardo di Falco dell'antica terra di Castelpagano, oggi distrutta, essendo cieco, per poter vivere procacciavasi il vitto chiedendo limosine dalle persone caritative. E perché forse non trovava tutto quello che bisognavagli per detto effetto portavasi talora altrove mendicando, poco lungi dalla sua patria. Un giorno dunque, passando per detta Valle di Stignano, stanco del viaggio, per riposare alquanto si pose a sedere sotto una quercia, e poco dopo coricatosi in terra prese profondo sonno. Ma quando teneva doppiamente serrati gli occhi, per sua fortuna recuperò la bella luce del giorno, perché mentre dormiva, apparvegli la Madre di Dio e graziosamente gli restituì la vista. Svegliossi lieto Lionardo, e vedendo essere vero quanto aveva sognato, senza passare più oltre, ritornossene pieno di stupore e di giubilo alla propria patria; ed a chi curioso osservavalo non più cieco, raccontò fedelmente quanto in lui operato avea la Vergine. A tal novella il clero e il popolo, considerando il miracoloso avvenimento, giudicarono, che vi poteva essere qualche mistero nascosto bensì in quel luogo per Lionardo sì fortunato, onde ordinata una divota processione, colà portaronsi a ringraziare la Vergine, la quale per far loro conoscere a qual fine aveva operato sì bel prodigio, volle, che trovassero su quella quercia una sua statua, tutta simile a se medesima, e come veduta l'aveva il cieco illuminato. E' quella statua di modello antichissimo, siede in una sedia formata dal legno della stessa quercia, su la quale fu ella trovata; non si sa però di qual materia ella sia formata : siccome né meno si è potuto conoscere del Bambino che tiene fra le sue braccia quantunque ne sia stata fatta molta diligenza. Trovato sì prezioso tesoro, da molti divoti colle limosine fu principiata la chiesa per collocarvela ed appunto nello stesso luogo, dove fu trovata la detta statua; quindi in progresso di tempo fabbricossi ivi un convento servito da Padri Osservanti di S. Francesco. Li miracoli che ha operati la Vergine in quella sua prodigiosa immagine sono senza numero; e di molti o per l'antichità, o per trascuraggine se n'è perduta la memoria; potranno nulladimeno bastare al divoto lettore li seguenti, per far conseguenza degli altri a noi ignoti.
L'unica tavoletta votiva dipinta superstite dalla raccolta presente nel convento di Stignano.
L'unica tavoletta votiva dipinta superstite dalla raccolta presente nel convento di Stignano.
Nell'anno del Signore 1560 circa, una onoratissima e divota donna della Procina di cui per degni rispetti fu taciuto il nome, essendo falsamente infamata d'adulterio appresso il marito da alcune persone maligne, questo troppo credulo a tali malvagio e sinistre informazioni, determinò per togliere a se stesso l'infamia, lavarla col sangue della moglie innocente.
Ciò stabilito un giorno di sabato la condusse alla detta Valle di Stignano col pretesto di visitare, e riverire la Madre di Dio, ma coll'animo pronto a scannarla fra quelle solitudini. Per la strada accoppiaronsi con essi alcune altre donne, che per soddisfarle alla propria divozione faceano lo stesso viaggio. Ma essendo giunti a un bivio, il perverso consorte, che bramava eseguire quanto nell'animo aveva concepito senza disturbo; e senza che altri se n'avvedesse, finse prendere altro cammino, onde fatto passare avanti la moglie, disse alle donne predette: andate in buon'ora, che presto ci rivedremo in Stignano. Condottala dunque per strade ignote ad un luogo remoto, e molto opportuno al suo crudele disegno, la prese per li capelli, e chiamandola meretrice sfacciata le diede molti colpi di pugnale. Intanto la povera donna invocando la Vergine diceva: Voi o Madre di pietà che sapete la mia innocenza, aiutatemi in questo punto, acciocché non muoia senza sacramenti, e così infamata. Queste preghiere, uscite dal suo cuore fedele, quantunque avrebbero placato ogni uomo, ancorché barbaro, non bastarono a rasserenare la mente ingelosita dell'imbestialito consorte: onde perseverando nel ferirla, non lasciolla se non quando la credè morta, e quando aveva già crivellato con cento ferite il suo corpo. Lasciolla finalmente immersa nel sangue proprio, portandosi alla Chiesa della Madre di Dio, forse per ivi salvarsi. Ed ecco (oh eccessiva bontà e potenza di Maria!...) entrando in chiesa vidde con infinito stupore che la moglie creduta morta stava genuflessa avanti la miracolosa immagine di Maria.
Convinto il perfido di un miracolo così stupendo, e conosciuta l'innocenza della moglie, grondando dagli occhi due fiumi di lacrime di tenerezza insieme e pentimento, domandò perdono prima alla consorte e poi alla Vergine sua protettrice. Raccontò indi la donna dabbene che la Madre di Dio in forma visibile apparendole l'aveva in un istante guarita dalle ferite e poi aveala accompagnata alla sua Chiesa.
Tavoletta votiva dipinta di Giovanni Gelsomino presente nella raccolta del convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis.
Tavoletta votiva dipinta di Giovanni Gelsomino presente nella raccolta del convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis.
L'anno 1566 Niccolo di Scomegna della terra di Capracotta, partendosi da Canosa con altri pochi compagni per ritornarsene a casa; giunti ad un'osteria viddero venire loro all'incontro alcuni banditi, e credendo, per essere pochi, spaventarli, imprudentemente alzarono le voci dicendo: Alto alla Corte; ma perché molti di quelli erano nell'osteria celati, sino al numero di quaranta, a quelle voci uscirono tutti fuori all'improvviso, avventandosi addosso a quei poveri passeggeri, e scaricando verso di loro una salva d'archibuciate. A tanto pericolo, vedendosi i miseri già morti, come che da per tutto circondati da quei assassini, non avendo altro scampo alla vita, tutti di una stessa volontà invocarono la grande Madre di Dio di Stignano, facendo voto di visitare la sua Chiesa con donativi e messe da celebrarvisi.
Cosa stupenda!... Appena fatto tal voto, mancò l'ardire a quei scellerati, e coll'ardire ogni forza, in modocché caddero l'armi dalle loro mani, restando immobili come statue, onde osservato da detti compagni il tempo opportuno si posero in salvo, lodando e magnificando la Vergine di Stignano, e soddisfacendo al voto, le portarono i dovuti ringraziamenti.
Istantanea fu la grazia che ricevè un tal Mastro Silvestre (il cui cognome e patria sono a noi occulti, per essersi trovati corrosi dal tempo nella tabella votiva) oppresso da fiera apoplessia, restò in un tratto senza moto, ed aggravato da acerbissimi dolori, in pochi giorni divenne secco come uno scheletro, né al suo male trovò il misero medicamento, che fosse potente a dargli il pristino moto e perduta sanità, onde vedendosi disperato da medici, una sera raccomandossi con viva fede a quella miracolosa immagine promettendo visitarla e far celebrare nel suo altare una messa cantata. Appena fatto il voto, cessarono i dolori, e rinvigorironsi le sue membra in modochè la mattina con meraviglia di quanti lo viddero in quello stato, uscì dal letto e cominciò a camminare.
Tavoletta votiva presente sel santuario di S. Matteo.
Tavoletta votiva presente sel santuario di S. Matteo.
Di non minore meraviglia fu la salute che ottenne l'anno del Signore 1580 Donato Gennaro di Bergamo, il quale essendo gravemente offeso, da mali occulti e incurabili, da molti anni pativa pene atrocissime, senza trovare opportuno rimedio al suo male; ma vedendo inutile ogni opera umana, ricorse alla divina, e votandosi a quella sovrana Signora, adorata nella valle di Stignano, immediatamente divenne sano restandone per lo stupore attoniti tutti i medici che lo giudicarono prima morto che guarito. Luciano D'Apice della terra di Casalnuovo l'anno della nostra salute 1583 mentre lavorava la terra con un paio di buoi, uno di quelli, essendo molto fastidioso, e restio alla fatica, spesso buttavasi in terra, come fece in quel giorno, ed egli per farlo alzare diede di mano al bastone; ma mentre bastonavalo, alzossi furiosamente l'indomito animale e lo percosse con un corno in un occhio cavandolo dalla sua cassa. A tale disgrazia chiamò egli in aiuto la Vergine suddetta; né ella fu sorda alle sue chiamate, perché quando doveva restar privo affatto di quell'occhio se lo trovò senza offesa nel proprio luogo.
Pronta ancora trovò la Vergine nel 1604 F. Aniceto Romito, invocandola perché essendosi ammalato d'infermità mortale, trovossi sano come se mai avesse patito pericolo alcuno.
Bernardino di S. Arsenzio l'anno 1619 ritrovandosi nella montagna di Picentro, fu assalito da gente di male affare e ladri di campagna, quali pensavano d'ammazzarlo; ma invocando quella Sacratissima immagine restò libero dalla morte. Un'altra volta, essendo disgraziatamente caduto sotto una ruota di carro, con evidente pericolo di morte, o di restar storpio, invocando parimente l'aiuto di Maria di Stignano alzossi senza lesione alcuna. In quell'anno medesimo Filippo D'Urbano, della terra di Rignano, mentre facevasi la solita processione della Vergine suddetta, e ritornava la Statua alla sua Chiesa, uscì egli cogli altri compagni scaricando l'archibugio in onor di Maria, conforme è l'usanza del paese, e mentre versava la polvere nel focone, vi cadde casualmente una favilla dell'accesa miccia, ed accendendo quella dell'archibugio e quello della fiasca, che era circa un rotolo, viddesi fra tanto fuoco, che senza dubbio doveva restare storpio o tutto bruciato da quel furioso elemento, ma invocando la Madre di Dio suddetta, il terrore mutossi in allegrezza trovandosi affatto senza offesa, e per segno del gran pericolo solamente le vesti restarono abbrustolite.
Ammirabile assai più è il caso che segue e parrebbe incredibile se non sapessimo quanto può Maria appo del Figlio. A dì 7 di agosto del 1623. Cola di Rio di S. Marco, Paolo di Cagliano e Giuseppe di Matteo, ambi di S. Severo, Angelo di Fraine, ed altri compagni, trovandosi di notte alla riva del fiume Candelaro, sotto una pergola composta ed intessuta di frasche, comoda per ripararsi dai raggi estivi del sole, svegliossi nell'aria una sì fiera tempesta, che non solo diluviavano le acque, ma cadevano orribili saette. Una ne cadde loro vicino, minacciando d'incenerire il loro riparo; ma quando si videro scampati dal fuoco, non poterono ripararsi dalle acque, perché dalla piena di queste gonfio il fiume, uscito fuora del suo letto già inondava tutto quel tratto di paese, e non avendo eglino dove fuggire, salirono sopra la detta pergola, dalla furia delle acque furono trasportati dalla corrente ad evidentissimo pericolo di sommergersi. Già vedeansi morti né potendo essere aiutati da mano mortale, tutti d'un animo ricorsero alla Sovrana Signora Maria di Stignano invocandola di tutto cuore.
Non fu pigra ella a consolarli, perché comparendo loro visibile, circondata da chiarissimi splendori, ed esortandoli a visitare la sua chiesa, in riconoscenza d'un tanto favore, li pose amorosamente in salvo.
Tavoletta votiva presente nel santuario di S. Matteo.
Tavoletta votiva presente nel santuario di S. Matteo.
Chi va alla guerra, va ad incontrare volontariamente la morte; ed è molto difficile che a lungo andare ne scampi vivo, se non vien protetto specialmente dal cielo. Tanto avvenne a Salvatore di Borrello, che seguitando la milizia l'anno dell'umana salute 1624, e trovandosi in un gran fatto d'armi, restò ferito da più colpi di moschetto ed anche impiagato in più parti da spade, ed altre simili armi di guerra, in modo che restò tutto grondante di sangue disteso in terra come morto, e per tal fu tenuto dai compagni, e perciò lasciato alla campagna.
Ma egli che ancora viveva, non potendo colla bocca, col cuore invocò la Vergine di Stignano; né restarono deluse le sue speranze perché toccate da mano invisibile e celeste, restò senza ferite e tutto sano, come se mai gli fosse avvenuto simile travaglio, né avesse sparso tanta copia di sangue; perlocchè potè egli occultamente salvarsi, e recando seco l'armi le appese per voto avanti la Sagratissima Statua di Maria che lo aveva così prodigiosamente salvato.
Quanto fosse penosa la schiavitù in mano dei barbari provollo Giuseppe di Crema da S. Severo, il quale l'anno 1625 trovandosi in una spiaggia e in un luogo detto Muletta fu preso dai Turchi e portato a Costantinopoli, indi trasportato a Tunisi, e finalmente dopo aver girato molti luoghi dell'Africa, fu venduto ad un Moresco di Spagna, perfido rinnegato per 150 scudi.
Stiede egli sotto la sferza di quel crudelissimo padrone per lo spazio di anni sei e giorni 40 sempre molestato a rinnegare la santa fede; ma egli timorato di Dio, stiede sempre costante alle scosse non solo dalle minaccie, ma anche dei strapazzi.
Un giorno ricordandosi quanto fosse miracolosa nell'immagine di Stignano la Vergine Madre di Dio, a Lei con viva fede rivolto, pregolla a liberarlo dal pericolo, nel quale trovavasi di lasciare in tante pene la vera fede, promettendo liberandolo, portarle una torcia di cera in rendimento di grazie. Fatto il voto trovossi miracolosamente libero: benché il modo non si racconti, e può credersi gli porgesse la comodità di fuggire la stessa Madre di Dio, se pure non lo trasportò alla sua patria, con modo sovrano, come leggesi di tanti altri ed a Lei molto facile.
Tavoletta votiva dipinta presente nel santuario di S. Matteo a S. Marco in Lamis.
Tavoletta votiva dipinta presente nel santuario di S. Matteo a S. Marco in Lamis.
L'anno seguente 1626, Antonio del Campo, muratore della terra Peschio Costanzo; mentre faticava nel convento suddetto della Valle di Stignano, adoperando un solito strumento di ferro, colpì se stesso in una gamba, e fu il colpo sì grave, che fattavi una gran piaga, doveva senza dubbio restarvi storpiato per sempre, il che essendo a lui assai più duro per non aver poi come vivere. Chiamò in suo aiuto la Medica celeste Maria di Stignano e ne ottenne immediatamente la grazia, restando in breve sano del tutto. Essendo le angustie e i travagli dell'anima assai più sensibili di quelle del corpo, e meno medicabili con mezzi umani, hanno maggior necessità della mano celeste, che loro apporti qualche ristoro. Da un male così grave trovavasi oppresso Domenico Ricciardi da Toro l'anno 1637 e vedendosi in stato di disperazione, senza disperarsi, ricorse all'unica speranza dei fedeli appresso a Dio, e ne fu consolato in un tratto, restando libero da soprastanti pericoli.
Tre disgrazie incorse in uno stesso tempo Carlo Schiavo, mercante di S. Nicandro l'anno del Signore 1639 perché non solo gli fu svaligiata la bottega e toltogli quanto aveva da banditi; ma anche come se egli avesse tenuto mano con tal sorte di ladri, dal Preside della Provincia di Capitanata fu condannato alle carceri, dove aggravato dal cordoglio per la perdita della roba e della libertà, ammalossi così gravemente che si ridusse a manifesto pericolo di perdere anche la vita. Invocò egli l'aiuto di Maria di Stignano, e facendo voto di visitarla, in un subito restò non solo sano, ma appieno consolato negli altri accennati infortuni.
Mastro Berardino dei Ferrari da Campo Giove sua patria, essendo andato nel giorno di Giovedì Santo nell'anno 1646 a confessarsi alla chiesa della Vergine, fu sopraggiunto da un solito suo male, cioè da una gravissima doglia alle reni, la quale lo teneva talmente oppresso che non poteva reggersi in piedi, e la gravezza del dolore lo aveva ridotto quasi a spirar l'anima. Or mentre così penava, accostossi a lui il padre Guardiano di quel convento, ordinandogli che salisse sul campanile per aggiustare la campana, ed egli desideroso di servire, ed alla Vergine, ed a quel padre senza scoprire il suo male, né scusarsi, alzossi da sedere per ubbidire, e questo bastò per muovere la Vergine a consolarlo, perché essendo solito tal dolore durargli dieci giorni continui, in quel punto cessò affatto, sicché potè agiatamente applicarsi alla commessa fatica.
Giambattista di Giannandrea della Villa di S. Eufemia l'anno 1647, essendo assaltato da taluni facinorosi, ricevè 13 pugnalate delle quali dovea infallibilmente morire, ma invocando in quel punto il patrocinio di Maria, restò non solo vivo, ma anche senza lesione alcuna. Ma se questo restò libero dalle ferite, grazia di non minor prodigio ottenne Grazio D'Amico da Campo di Giove nell'anno 1651. Trovavasi egli nella posta Mandolagona di S. Nicandro, tosando pecore con altri compagni, quando per non so quale accidente venuto in contesa con alcuni di essi, riportò un colpo di forbici nei fianchi, così profondo, che spargendo grandissima copia di sangue, cadde come morto a terra. A tale spettacolo, come suole avvenire accorse molta gente, fra i quali vi fu chi ispirato da Dio disse: Orazio ricorri con viva fede alla Madre di Dio di Stignano, la quale avendo fatti tanti miracoli, può te ancora liberare da questo pericolo. Non potè rispondere il misero, ma prendendo la buona esortazione, con viva fede invocò nell'interno del cuore il patrocinio di quella Eccelsa Signora. Ammirabile potenza di Maria!... appena l'ebbe egli invocata alzossi in piedi sano e senza alcuna ferita.
Tavoletta votiva dipinta presente nel convento di s. Matteo a S. Marco in Lamis.
Tavoletta votiva dipinta presente nel convento di s. Matteo a S. Marco in Lamis.
Molto grazioso fu il caso che segue, dal quale può conoscersi quanto grato sia alla Vergine il culto e riverenza, che se le porta dai fedeli suoi devoti. Nel mese di maggio 1666 andando molti passeggieri al Santo Monte Gargano per visitare la grotta santificata dell'Arcangelo S. Michele, e passando per la Chiesa di Stignano, entrarono a venerare la Vergine; ma perché era ora di pranzo, ed i padri stavano in refettorio, attediato un sacerdote “ed era uno di detti passeggieri” non volendo aspettare accese due candele avanti la Sacra Effigie, per iscoprirla di propria mano, come fece: ma appena svelata la prodigiosa immagine, l'altre quattro candele s'accesero da se stesse, e le campane suonarono a gloria, senza che mano d'uomo le toccasse. A questo prodigio, come se da una saetta percossi, caddero tutti a terra svenuti per lo spavento. Il suono insolito delle campane intanto avendo chiamato quei padri dal refettorio alla Chiesa, mossi a compassione di quei svenuti, si posero in orazione avanti la Vergine, pregandola a perdonare il divoto errore di quei tramortiti, li quali immediatamente ritornati a proprii sensi, raccontarono quanto loro era avvenuto.
Coroni questo racconto un prodigio che porta seco la sequela di più miracoli e resti così per sempre magnificata la gran potenza di Maria in quella sua portentosa Statua. E' per lo più tutta la Puglia assai scarsa di piogge, e alle volte ne sono sì avare le nubi, che ne cagionano carestie. Tale fu l'anno 1686 e così arido che non cadendo dal cielo in tutto il corso dell'anno pioggia alcuna, le due cisterne del convento restarono affatto vuote, in modocché quei religiosi non sapevano come e dove provvedersi d'acqua per li loro quotidiani bisogni. A tanta necessità P. Salvatore di Morrone, guardiano allora di quella santa comunità, ispirato dal Cielo, ordinò che tutti i religiosi calassero in chiesa a pregare la Vergine loro Madre, in lode della quale cantarono le litanie. Finite le sacre lodi alla Vergine, portossi egli pien di fiducia con tuti gli altri alla cisterna più grande, che sta nel secondo Chiostro, ed in essa affacciatosi, trovò con meraviglia di quanti erano ivi presenti, trovò otto palmi d'acqua, quando poco prima non ve n'era una goccia. Ma quel che reca maggior stupore è che per lo spazio di tre anni giammai mancò dalla sua prima quantità, quantunque se ne attingesse di continuo ed in gran copia crebbero indi i prodigi, perché sparsa la fama di quel'acqua miracolosa ognuno andava a prenderne come reliquia, applicandola a qualsivoglia male e ne riceveva la salute in modocchè da quell'acqua furono illuminati più ciechi e guariti moltissimi infermi, come può farne fede fra gli altri il Sig. Barone di Rignano, che la mandò sino a Napoli, ove fece molti miracoli, per li quali sia per tutta l'eternità lodata Maria ed in Lei l'Altissimo, che si degna far tante meraviglie per suo mezzo onde con ragione cantò l'eruditissimo Geronimo Vida 'in hymn. Mag. Matr.' (Hymnus Magnae Matri Virgini, nota del webmaster) parlando colla stessa Madre di Dio:
Tu bellum, morbosque graves, pestemque famemque
Avertis, coelique minas, tot sospita mortes,
Tot clades, tot das miseris, evadere casus.
Utque mari magno jactatos turbine nautas
Servat Stella, Polo si tandem affulserit alto;
Sic tua lux, quaecumque instent, quaecumque premantur
Non regit, inque omni tutos discrimine reddit.

Serafino Montorio