Sull'orma dei Briganti

Il complesso del convento di Stignano.
Il complesso del convento di Stignano.
Ma i bersaglieri di cui narriamo l'impresa, s'avviavano a chiudere uno degli ultimi atti di una guerra civile, anzi di una repressione poliziesca, triste e senza gloria, seguendo il loro dovere.
La strada li conduceva entro la stretta valle, tutta amena e tutta verde di Stignano, dove il capitano si fermò sul sagrato, davanti la piana fronte della chiesa. Il luogo e l'ora erano placidissimi. Sarebbe stata già sera, se l'ombra della valle, che apre in ponente, non fosse stata impregnata di luce sparsa. Il mulo di don Filippo fece gli ultimi slanci, per quel giorno, e il cavaliere, scarcatosi di sella, potè palparsi finalmente le membra afflitte. I bersaglieri, fatto zaino a terra e i fasci dei fucili, attorniavano la bestia feroce. - Per carità, non gli date ombra, se vi è cara la salute! E' un animale terribile, e obbedisce solo a me! - diceva don Filippo.
- Si è visto! e i bersaglieri raddoppiavan le risate.
Valle di Stignano: la località detta della 'cappelluccia' posta a pochi chilometri dal convento.
Valle di Stignano: la località detta della 'cappelluccia' posta a pochi chilometri dal convento.
Il Sicèli condusse il capitano al convento disabitato, dove la compagnia poteva essere alloggiata. La gente del paese, grave e ritenuta, guardava i bersaglieri in disparte. Le donne, che affollavano la fontanella, all'arrivo dei soldati s'erano affrettate a mettersi gli orci dell'acqua in capo ed a rientrare, schive con gli occhi bassi. C'era per l'aria quasi un timore ereditario di ciò che per tanti secoli aveva significato per i villani il passaggio di gente d'armi, ma i ragazzi, affabili e pronti, per quanto prudenti e seri come i loro padri, s'erano mescolati coi bersaglieri. Si intendevano a cenni, perché il loro dialetto rapido e chiuso riusciva incomprensibile. Quelli rispondevano in piemontese o in altri dialetti settentrionali, fra scherzi allegri. I ragazzi andavano ad attingere acqua al pozzo del convento, aiutavano a trasportar la legna requisita per la cottura del rancio.
Sulla porta frusta dell'antico convento stava quell'unico che vi abitava, un uomo piccolo e magro, di barba e capelli lunghi e ispidi, scalzo, che su brache di vello caprino indossava una specie di saio, metà pastore e metà cappuccino. Negli atti e negli occhi mostrava uni'umiltà inquieta, smarrita e dolorosa. La gente lo chiamava l'Eremita, e mezzo l'aveva in conto di sant'uomo, mezzo di mentecatto.
- Facci vedere il tuo convento, - gli disse il Sicèli.
- Mio, no, - rispose, - ma accomodatevi: è di Chi non rifiuta nessuno.
Nel primo chiostro, la vera e l'architrave del pozzo erano di bella ed elegante architettura rinascimentale; l'erbaccia cresceva così folta ed alta tra le pietre del lastrico sconnesse, che si arrivava al pozzo per un sentiero fra quel selvatico. Nel refettorio il tetto lasciava trapelare la luce del crepuscolo, e tutto un angolo pendeva, minacciando rovina. La pioggia aveva infracidato le travi e ammuffite tutte le pareti e i pavimenti della costruzione massiccia, che ricordava i corridoi di una fortezza. Le stesse celle avevano finestrette simili a feritorie, che non bastavano a vincere il buio, ma, scorgendo l'occhio su lembi di cielo crepuscolare e su viste della valle in cui si destavano i grilli a quell'ora, aumentavano l'angustia dell'interno squallore.
- Stanotte non pioverà - diceva con voce agra, lontana, belante, l'Eremita. - Potete dormire tranquilli anche sotto tetti di questa fatta.
Come Sapete che non pioverà?
Eh, non ho mai avuto una casa.
Quanti anni avete?
E chi lo sa? Quelli che Dio vuole.
Un affresco, prima dei lavori del 2000, del 1851 presente nel secondo chiostro del santuario di Stignano.
Un affresco, prima dei lavori del 2000, del 1851 presente nel secondo chiostro del santuario di Stignano.
Nel secondo chiostro, un incolto pittore popolare aveva affrescato le storie della vita di San Francesco, con forza espressiva, con amore, con una sorta di tristezza, la medesima, avresti detto, che si scorgeva negli occhi attoniti dell'Eremita, che si trasmetteva alle cose dintorno col suono agro della campana di Stignano dell'Ave Maria. Pareva di ferro, non di bronzo. L'Eremita ora si grattava e diceva le orazioni della sera. L'umanità e la natura, l'arte e la fede, parevano stanche in quell'ora e in quel paese, in quella rovina di convento, che evocava nella sua venustà cadente, immagini di guerre, di pesti, di miserie antiche, d'antiche devozioni, quando c'erano stati i frati. Requisita paglia per giacitura, ora l'invase l'allegria dei bersaglieri; ma i paesani, per quanto don Filippo li esortasse a fidarsi, dicendo che era denaro sonante, rigiravano fra le dita i buoni di requisizione, che non sapevano leggere, con aria obbediente, ma sfiduciata. Fecero pena al capitano, tanto che ordinò al furiere di pagarli in scudi di argento. Più che la soddisfazione, fu visibile lo stupore di un tal fatto, e un vecchio volle baciargli la mano.
- Ma perché si meravigliano tanto? - chiese Sgaralli.
- Voi - rispose don Filippo - potreste prendere, e pagate; voi gli fate vedere la giustizia, capitano; vi par poco? Se credete - soggiunse - noi due che abbiamo cavalcature, potremmo proseguire fino a S. Marco in Lamis, dove troveremo cena e letto nel convento di S. Matteo, e dove io ho da parlare con certi miei confidenti.
Proseguirono dunque, mentre i soldati si coricavano sulla paglia, e la tromba ordinava il silenzio. Per la strada, poiché la notte pareva aver ammansilo Scalamonte, don Filippo, che non gradiva di tacere ne approfittò per raccontare la storia dell'Eremita.
Riccardo Bacchelli