Stignano: una valle e un monumento

Convento di Stignano - Vecchia foto del chiostro del cinquecento.
Convento di Stignano - Vecchia foto del chiostro del cinquecento.
Di primavera la pietà cristiana, come questa valle, verdeggia e odora. Canti e profumi visitano le chiese di campagna, i chiostri, le celle dei frati, le linde casette dei contadini ancora fedeli alla terra. Sono scomparse lungo questa Puglia piana le orme e il rombo dei legionari romani, ma sono ancor vivi e veri i passi dei pellegrini che battono la celebre via sacra che mena, da oltre un millennio, ai santuari di S. Matteo, di Monte S. Angelo, a S. Giovanni Rotondo e ora, con rinnovato fervore di opere, anche a S. Maria di Stignano.
Splende nel verde questa mistica via, intagliata nel crudo sasso e in una terra di porpora: e spesso l'accesa fantasia del paesaggio al sole radente ti abbaglia con cascate di sangue e cateratte di fuoco. Così la fede, la buona fede vera, attenta a questi miracoli garganici, vede spicciare, a un colpo, un egual sangue da pietre spaccate e da mani stigmatizzate di frati. Ma un'infernale esaltazione dantesca o la severa ammonizione dell'arcangelo, che ci avverte che terribile è il suo luogo, non spaventa il pellegrino stanco che si adagia nell'amplissima e beata valle di Stignano: porta del Gargano, dei santuari, del cielo.
Il convento di Stignano in una vecchia foto.
Il convento di Stignano in una vecchia foto.
Porta o porto? dove, cioè, è ancorata la nave ideale del mio cuore e che un giorno mi condurrà verso l'eternità.
Così come gli svevi imperatori e re, dominatori e prigionieri, vestiti d'oro, forse ancora sognano nelle tombe questa loro terra promessa, il mio cuore 'notte e dia' è in questa valle.
La stagionale fioritura di devozione s'impiglia ai mandorli verdissimi, alla mignolatura degli ulivi e con modulate cadenze litanianti s'infila nella scia melodiosa e notturna degli usignoli: opportuna valle di bivacco per eserciti di pellegrini.
E c'è un punto preciso per un attacco ideale: in alto, dopo il santuario, là dove la valle si chiude e la via si insinua tra i monti con un ampia ansa, che, montando un greppo, si affaccia a balcone in una improvvisa e folgorante visione dell'intero paesaggio. E' il vertice sublime, il punto di convergenza di due quinte laterali di colline, che, adagiate elegantemente sul piano del Tavoliere, salendo poi con larghissimo respiro e modulato ordine qui si congiungono. Alle spalle il valico si strozza angustamente in una gola tipica, in foce, in una vera forca ombrosa che aspira invano alla luce. Il sole, infatti, specie d'inverno, rotolando lungo le colline, va come un occhio balenando appena prima del sonno.
Statua a Pio XII - Piazzale antistante la Chiesa di Stignano.
Statua a Pio XII - Piazzale antistante la Chiesa di Stignano.
E' il luogo del raccoglimento, della sosta, prima della salita al sacro monte; una specie di forca caudina, di imposta Canossa, di doverosa umiliazione in attesa di vedere, dopo un saluto all'Apostolo Matteo, il candido volto dell'Arcangelo, nel buio di una stillante caverna.
La pioggia che spesso qui si ingorga paurosa, scarnifica gli schienali dei monti e rende petroso il paesaggio: così la meditazione incide sugli oscuri volti dei fedeli autentici, in transito o a dimora.
Ma di fronte in forte contrasto, l'orizzonte, contenuto a stento da due bracci collinosi, travalica il Tavoliere in fuga verso l'Appennino. Ed ecco la Maiella, fosca e azzurra, ma scintillante in vetta col suo diadema nevoso: montagna sacra ai garganici come riferimento di costante certezza nello spazio, e, anche, come parafulmine a impulsi blasfemi rientrati (e la prima sillaba del nome magnetizza escandescenze che, diversamente, andrebbero dirette verso la Madonna).
Quest'angolo così remoto e riposto invita a riposanti riflessioni, a considerazioni supreme. Non si è in cima a un monte, anzi queste colline rupestri ci nascondono e ci proteggono: le considerazioni, però, possono essere quelle dello stilita. E' un osservatorio che filtra e decanta i rumori del mondo; rende limpidi eventi, immagini, memorie. La contemplazione fa trasparente il tempo, incentrando nel presente il passato e il futuro, analogamente allo spazio che qui, punto di convergenza, dall'angustia della valle si slarga e fugge verso l'infinito.
Immagine sterna del convento di Stignano tratta da una pubblicazione di Gabriele Tardio.
Immagine sterna del convento di Stignano tratta da una pubblicazione di Gabriele Tardio.
Una irrequieta vita tiene la pianura col frenetico lancio dei treni lungo l'Adriatico, con lo scoppio dei motori, col fulmineo schianto dei jet: ma il suo rombo giunge fioco nella pace di questo luogo, come un'onda stanca a rive remote.
E' una realtà geografica, insomma, che impone e invoca una uguale realtà spirituale. La vita che in pianura fa marea spinge qui e depone, come barche e navi a sicuro porto, case di contadini, oratori di frati, santuari. Vigilano essi la via sacra e si offrono al passeggiero quale ristoro del corpo, conforto dell'anima, oasi di verde per una intensa vita dello spirito.
Ma l'approdo più felice l'ha scelto quest'incantata nave che è il convento di Stignano. Fra colli e poggi che avrebbero esaltato il tranquillo occhio di Giotto una cinquecentesca grazia architettonica, in puro oro di pietra e sole, ormeggia con ancore e cavi ad alberi sognati. Così, nel fresco di prima sera, i canti salgono anonimi dalla valle e raggiungono il silenzio delle navate, dove i santi sono fermi e contenti nelle nicchie, tra le candele estatiche, e un adolescente fortunato dorme il sonno di Ilaria. Fuori l'ala del desiderio e della preghiera vola verso il cielo lontano e divino.
Da un po' fastidio pensare e ricorrere a un poeta troppo divertito, ma qui davvero s'arma la prora e si salpa verso un mondo di ineffabili verità.
Da quel gruppo solitario l'occhio spiando s'apre un varco lungo una valle di esemplarità didattica, corre oltre l'appennino e dalla Maiella s'indirizza a un siderale Canòpo, come più sicuro punto di riferimento in un viaggio dell'anima.
Ora, da qualche anno, con acuta eleganza d'intenti, è stata collocata in questa valle una gentile opera d'arte, in onore di un grande Pontefice: Pio XII.
Sta questa monumentale opera come un punto fermo, lungo il corso di una infaticata e dinamica ricostruzione: un'ostinata volontà di vittoria, un'affermazione di vita sulle rovine disseminate dal tempo e dall'uomo. Si adagia anch'essa tra il verde di una parete arborea e il rosso occiduo della pietra del tempio educata a respirare in luce di santità.
Come dovrebbe, rare volte un monumento riassume e fonde realtà e simbolo. Qui, invece, tutto è felicemente risolto, non esclusa l'evidente e pia intenzione del committente. Tutto ha l'essenzialità di un grafico, la limpidità paradigmatica di un verbo coniugabile all'infinito, di una idea che genera vita di fede e fede di vita. Come in una carta d'atlante, è, appunto, questo monumento, anzitutto l'espressione di una realtà geografica e a un tempo, il nuovo, più vibrante e stimolante genius loci.
Il massiccio della Maiella visto dal convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis - 2009
Il massiccio della Maiella visto dal convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis - 2009
Si è detto avanti: dall'alto di un greppo solitario lo sguardo di un osservatore fende la valle, irrompe sul Tavoliere, trasvola l'Appennino, con la sublime vetta della Maiella, e s'indirizza verso l'Altissimo.
Qui, poi, su un'esile colonna, l'esile volto del Papa, con la rigorosa immobilità dello stilila e la volontà santificante, apre davanti a sé, simbolicamente, un varco, crea il piano di un altare, sconvolge e supera le ali del medesimo come scogli e marosi di una vita irrequieta e difficile, e guida verso la solare certezza di Dio.
La felice intuizione dell'artista non ci offre che due linee: una orizzontale, con due ondulazioni laterali, e una verticale con al sommo il volto di Pio XII.
Destino di un luogo e di un nome! Stignano: porta di Giano? A un antico nume pagano la remota gente garganica affidò l'apertura di questa valle, quale verde golfo di pace. Dal giugno dello scorso anno questa pace è propiziata dalla grazia benedicente di un pontefice cristiano e romano. Ma in Roma dal luglio scorso un altro monumento è sorto in onore dello stesso pontefice. Lì, però, Giano mostrò il suo più feroce volto di guerra e la bianca veste del papa fu cosparsa di sangue innocente. E' là il segno di uno slancio generoso e di una funesta memoria; qui, invece, dove la pace regna perenne, in queste sere d'estate pare che il volto del papa sorrida. A chi? Di cosa? A uccelli che allietano il cielo azzurrissimo, a fanciulli che allietano il prato verdissimo. Non più relitti della malvagità o della sventura, questi fanciulli, inizialmente privati degli affetti famigliari, in questo sepolto porto di pace hanno scoperto la felicità.
Pasquale Soccio