Estratto da Paolo Sylos Labini, Scritti sul Mezzogiorno (1954-2001), a cura di Giuliana Arena, Lacaita, Manduria, 2003
Nord, Centro e Sud
L'evoluzione economica e sociale non è un processo uniforme ed equilibrato in nessun paese e da nessun punto di vista, neppure dal punto di vista territoriale; meno che mai è uniforme nel nostro paese, dove il contrasto tra Nord e Sud costituisce il più grave problema nazionale; inoltre, come si è gia osservato, le stesse classi hanno connotati diversi nelle diverse regioni del nostro paese. Ma prima di soffermarci, schematicamente, su alcuni aspetti qualitativi consideriamo, nelle grandi linee, gli aspetti quantitativi.
La fondamentale stabilità delle tre grandi classi sociali, che avevamo notato esaminando i dati nazionali, si nota anche al livello delle tre circoscrizioni (Nord, Centro e Sud), sebbene a questo livello le oscillazioni risultino più accentuate. Anche per queste circoscrizioni vale l'osservazione che le variazioni più importanti hanno luogo all'intemo delle classi medie e della classe operaia: flessione dei lavoratori autonomi ed aumento degli impiegati; flessione dei salariati in agricoltura ed aumento dei salariati nelle altre attività, specialmente nell'industria.
Queste flessioni e questi aumenti, che sono l'espressione di un processo di "modernizzazione", hanno luogo in tutte e tre le circoscrizioni; ma, com'era da attendersi, nel Nord sono molto più accentuati.
Soffermandoci sulla situazione attuale, è importante osservare che oggi, nel Sud, la quota degli impiegati privati - che sono direttamente collegati con la produzione - è sensibilmente inferiore a quella nazionale e, ancor più, a quella del Nord. Il quadro si rovescia se si considerano gl'impiegati pubblici: nel Sud la quota è maggiore della media nazionale ed è molto maggiore di quella del Nord. Le quote risultano tutte spostate in alto di un punto e mezzo o due punti se invece degli impiegati pubblici si considerano i dipendenti della pubblica amministtazione, i quali includono anche i militari e i salariati. Ecco le percentuali sulla popolazione attiva: Nord 7.2, Centro 12.8, Sud 10.5, media nazionale 9.2. Poiché nel Sud, che è un'area arretrata, c'è relativamente meno da amministrare che nel Nord e poiché la quota del Centro è spinta in alto dalla burocrazia ministeriale ubicata a Roma, appare chiaro che la quota del Sud è patologicamente elevata. Quanto ai professionisti, è interessante rilevare che la quota degli avvocati sulla popolazione nel Sud è pari a circa il doppio di quella del Nord (0.30 contro lo 0.15%). Questo è il risultato di due spinte: da un lato, la scarsezza dl sbocchi professionali e quindi l'affollamento di questa come di certe altre professioni; dall'altro lato, la litigiosità nel campo economico, che è tanto più alta quanto più povera è l'economia e quanto più stentato e diseguale è il suo sviluppo.
Consideriamo ora la classe operaia. Nell'agricoltura i salariati rappresentano il doppio della media nazionale (62%) ed oltre tre volte la quota del Nord. Viceversa i salariati dell'industria, esclusa l'edilizia, nel Sud rappresentano una quota pari alla metà della media nazionale (25%) ed a poco più di un terzo della quota del Nord.
A causa dell'esodo agrario, negli ultimi vent'anni i contadini proprietari (più i mezzadri e i fittavoli) e i salariati si riducono sensibilmente. È da notare che la velocità assoluta e relativa dell'esodo agrario nel Sud è paragonabile a quella dell'esodo che ha avuto luogo nel Nord e nel Centro, sebbene le occasioni di lavoro extra-agricolo, in queste due aree, fossero molto maggiori e sebbene l'emigrazione in regioni lontane (o all'estero) sia molto più dolorosa, umanamente, di spostamenti nell'ambito della stessa regione. Questo fatto è chiaramente la conseguenza delle condizioni di miseria e di deficienza e di precarietà delle occupazioni, soprattutto nelle zone agrarie dell'interno. L'esodo agrario e l'emigrazione, insieme con lo sviluppo molto fiacco della domanda di lavoro fuori dall'agricoltura, spiegano l'agghiacciante caduta nel Sud, ben più grave che nel Centro e nel Nord, del tasso di attività.
Esodo agrario in parte patologico, ipotrofia dell'industria moderna, ipertrofia del pubblico impiego: sono queste le caratteristiche economico-sociali del Mezzogiorno.
In generale, la flessione dei gruppi sociali legati all'agricoltura e l'accrescimento di quelli urbani tende ad aggravare l'instabilità politica, almeno in una prima lunga fase. D'altra parte, l'ipertrofia dell'impiego pubblico accompagnata all'ipotrofia dell'impiego privato tende, come sempre, in linea generale, a rafforzare le posizioni della conservazione, poiché gli impiegati privati, quando sono collegati alla produzione e, in particolare, alle fabbriche, tendono ad essere politicamente più "progressisti" dei loro colleghi del settore pubblico, ove prospera il clientelismo. Tutto questo è grave e preoccupante, ma comprensibile: in una situazione economica come quella meridionale, la domanda di lavoro extra-agricolo cresce lentamente; soprattutto i giovani appartenenti ai ceti medi impiegatizi e professionali, o i giovani appartenenti ai ceti medi costituiti dai lavoratori relativamente autonomi (specialmente artigiani e contadini proprietari), che non vogliono o non possono trovare impiego nelle attività dei loro padri, premono in tutti i modi per ottenere un posto, un impiego, dopo essersi muniti di un diploma o di una laurea. In queste condizioni le fortune stesse degli uomini politici sono legate alle loro capacità di procurare "posti"; ed i "posti" spesso vengono assegnati in gran parte in modo indipendente dalle capacità delle persone.
Si tratta di posti a livelli umili - per il così detto personale d'ordine e esecutivo - e si tratta, in minor misura, di posti a livelli relativamente elevati che specialmente negli enti locali comportano stipendi buoni, relativamente agli altri lavoratori e relativamente alla situazione economica.
Domina dunque, nel Mezzogiorno, il clientelismo politico e amrninistrativo. Gli stessi partiti di sinistra, quelli che hanno la falce e il martello e magari un libro come simbolo, rimangono inquinati da una tale situazione. Il clientelismo piccolo-borghese rischia di travolgere anche questi partiti, che in teoria dovrebbero costituire, in primo luogo, l'espressione dei contadini piu poveri e dei salariati agricoli (falce) e dei lavoratori salariati dell'industria (martello). In realtà, questi partiti, almeno negli organismi centrali, sono gestiti e diretti da piccoli borghesi più o meno illuminati: l'elogio del "proletariato", la proclamazione della sua egemonia, spesso diventano una maschera della situazione reale, in cui l'egemonia è dei piccoli borghesi: molto libro, poco martello, pochissima falce. In verità che i piccoli borghesi hanno conquistato l'elettorato attivo e quello passivo, mentre gli uomini della falce e del martello di regola hanno solo l'elettorato attivo.
Le critiche ed anzi le invettive che Gaetano Salvemini scaglia contro la piccola borghesia meridionale sono dunque largamente valide anche oggi. Ecco qualche citazione:

"La vita pubblica nel Mezzogiorno è assolutamente impraticabile per chi non sia una canaglia (. ..). Va da sé che le lotte tra le fazioni non hanno nessun contenuto né sociale né politico.

Si tratta di clientele concorrenti in cui si scinde l'unica classe dominante (. ..). Se qualcosa c'è da dire sugli ideali dei vari eserciti in lotta, è che tutti hanno lo stesso ideale: togliersi un po' di fame sul bilancio del comune"(La piccola borghesia intellettuale nel Mezzogiorno d'Italia, saggio del 1911 incluso nel volume Movimento socialista e questione meridionale, Feltrinelli, Milano, 1963, pp. 487-493).
Nel nostro tempo, in alcuni centri meridionali ove si sono insidiate grandi imprese si è creato un peculiare modus vivendi, di tacita divisione di attività fra la piccola borghesia locale e i dirigenti delle nuove unità industriali: i piccoli borghesi locali si occupano dell'amministrazione pubblica, assai spesso con metodi clientelari non molto diversi dagli antichi, e i dirigenti si occupano dell'attività produttiva: sfortunatamente, non c'è stata, o non c'è ancora stata, una vera integrazione su un livello moderno e civilmente accettabile (A. Graziani, Il Mezzogiomo nell'economia italiana degli ultimi anni, nel volume Nord e Sud nella società e nell'economia italiana di oggi, Atti del convegno promosso dalla Fondazione Luigi Einaudi, Torino, 1968, spec. pp. 34-37).
Dal principio del secolo ad oggi, dunque, le condizioni della vita pubblica sembra siano mutate più nella forma che nella sostanza. In gran parte le cose stanno proprio così. Tuttavia, se l'osservatore riesce a dominare le sue emozioni e l'angoscia e la rabbia di fronte ad uno spettacolo spesso barbaro ed incivile, egli deve riconoscere che molte cose sono cambiate anche nella sostanza; ed i cambiamenti hanno avuto luogo non solo nelle campagne (le condizioni economiche dei contadini sono molto migliorate ed il loro numero è fortemente diminuito per via dell'emigrazione), ma anche nelle città dove, in certi casi, sono sorti nuclei piccoli ma dinamici di classe operaia moderna.
I ceti medi impiegatizi e professionali, che sono in forte espansione, destano le maggiori preoccupazioni poiché costituiscono il terreno ideale per la coltura e lo sviluppo del virus del clientelismo, che diventa mafia quando assume connotati criminali. Tuttavia, perfino in quest'ambito vi sono cambiamenti rilevanti o almeno potenzialmente rilevanti, grazie all'accresciuta mobilità delle persone ed al miglioramento del livello culturale e grazie alle conseguenze dell'irrobustimento dei sindacati, a cominciare da quelli degli operai, irrobustimento che rende più difficili di quanto fossero ai tempi di Salvemini le prevaricazioni e gli abusi sistematici. È legittimo sperare che, lottando molto duramente, cambiamenti più vasti e profondi possano essere attuati; ma occorre tener sempre ben presente che assai grave è il peso della storia recente e ancor più, il peso della storia passata: non bisogna farsi nessuna illusione sui tempi e sugli sforzi necessari.