L'Astrolabio n. 13-1970
Cassa per il Mezzogiorno: Cultura si, purché non contesti
Nella riunione, del 21 gennaio scorso il consiglio di amministrazione della Cassa per il Mezzogiorno si spaccò in due sulla decisione di riconfermare i finanziamenti a tutti gli ottantacinque centri di servizi culturali istituiti nel Sud con la legge 717 del 1967. Alcuni consiglieri democristiani si presentarono con un voluminoso dossier (in gran parte articoli del Tempo, del Messaggero e dello Specchio) con il quale si ripromettevano di documentare come in alcuni di questi centri con i soldi dello stato si finanziassero attività filocomuniste e sovversive. Cinque di essi erano particolarmente indiziati; Matera, Nicastro, Latina, Chieti e Nocera Inferiore. Per il centro lucano la documentazione, curata dal prefetto in persona, lasciava trasparire un equilibrato giudizio sulla vivacità e l'efficienza delle iniziative, ma adduceva prove schiaccianti di una certa propensione a sinistra di alcuni suoi dirigenti. A Nicastro la situazione era in fondo meno complessa e l'unico consistente capo di accusa si riferiva ad una manifestazione di protesta contro Mancini, che sarebbe nata fuori del centro ma per iniziativa di alcuni suoi esponenti. Restava il centro di Latina, cui nessuno negava una funzione "pilota", ma che recentemente era stato più volte preso di mira dalla stampa locale per alcuni manifesti politicamente poco ortodossi, tra cui uno vietcong (il colmo dell'oltraggio!), trovati appesi nei locali di via Oberdan. L'on. Bernardi, l'uomo di Andreotti a Latina, aveva inviato a tutti i segretari delle sezioni dc della provincia una durissima circolare in cui li metteva in guardia dall'attività sovversiva dei circoli locali (nella zona pontina sono undici e tutti in gravissime difficoltà economiche). La discussione, all'interno del consiglio d'amministrazione della Cassa, fu in alcuni momenti aspra ma alla fine il buonsenso prevalse: i democristiani, Pescatore conseziente, accettarono di confermare i finanziamenti anche ai centri "sospetti" ma con l'intesa che dal 1971, scaduta la convenzione, si sarebbe rimesso tutto in discussione con l'intento di arrivare a configurare una forma di più rigido controllo politico sull'iniziativa "socio-culturale" nel Mezzogiorno.
"Non possiamo finanziare centri che poi finiscono sotto il controllo dei comunisti e del movimento studentesco" risposero i più intransigenti consiglieri democristiani ai socialisti e ai repubblicani che sostenevano la tesi secondo la quale, in fin dei conti, c'è sempre un margine di rischio in questo tipo di interventi che vale la pena di correre se si vuol fare un'azione seria di “promoione culturale”.
Fuori tema, e non per sbaglio, uscì invece il rappresentante del FORMEZ (l'ente che dovrebbe essere il propulsore e il coordinatore dell'intero programma) il quale, nel pieno della discussione, si mise a dissertare sull'opportunità di distinguere l'intervento politico dall'intervento culturale, sostenendoinm ultima analisi che la cosa migliore sarebbe quella di far fare ai centri "cultura" (quella con la C maiuscola) visto che è inevitabile che l'azione sul piano dei problemi locali porti a far politica. I dirigenti del Movimento di Collaborazione Civica, l'élite che ha avuto in gestione tre dei cinque centri sotto accusa, appresero con sollievo l'esito della riunione, anche se capirono che il conto con la "repressione" era tutt'altro che chiuso. Dovevano trascorrere ancora due mesi prima che la notizia ufficiale del rinnovo giungesse e con essa una sconcertante novità: il ministro Taviani aveva deciso di sua iniziativa, modificando la deliberazione del consiglio di amministrazione, di chiudere il centro di Matera. Perché Taviani si era deciso a compiere un atto cosi scopertamente arbitrario? E, in ogni caso, ne aveva facoltà? in un paese come il nostro queste cose non meravigliano più nessuno e tanto meno può sorprendere il fatto che Taviani per fare un piacere a Colombo, che in Lucania è un vero e proprio "ras", passasse senza colpo ferire sulle decisioni del consiglio d'amministrazione della Cassa. Il pretesto era stato fornito dallo sciopero generale del 25 febbraio scorso nel Materano. Quando si seppe che i sindacati avevano proclamato l'agitazione, il ministro Colombo aveva immediatamente spedito a Matera il sottosegretario Tantalo, suo uomo di punta in Lucania, a dire che i tempi della protesta non erano ancora maturi e che comunque bisognava attendere la risoluzione della crisi di governo. In ogni caso il ministro del tesoro faceva sapere di essere disposto a ricevere una delegazione a Roma. Tantalo individuò nel centro di servizi culturali di Matera uno dei protagonisti e degli organizzatori della manifestazione e tornando a Roma disse a Colombo che erano maturate le condizioni per nuove pressioni su Taviani affinchè tagliasse i finanziamenti.
La decisione di Taviani ha provocato un vespaio di polemiche tra i partiti de! centro sinistra. I socialisti hanno scritto sul loro giornale che l'atto del ministro va decisamente respinto come arbitrario e ingiustificato; ugualmente duro il tono della Voce Repubhcana che ha accusato Taviani di aver compiuto “un atto autoritario”. Il caso Matera è però la spia di una crisi più generale che investe il programma cosidetto socio-educativo della Cassa, indubbiamente uno degli aspetti più delicati dell'intero intervento. Tale programma, nato senza grandi ambizioni e secondo direttive piuttosto confuse, contemplava una serie di finanziamenti articolati a enti autonomi che avessero avuto, in precedenza, esperienze di attività nel sud e che dessero un minimo di garanzie sul piano politico. Dopo la prima fase sperimentale si pensò di collegare più organicamente questo tipo di interventi con quelli diretti allo sviluppo economico. Erano i tempi in cui, da poco, i riformisti di casa nostra avevano scoperto la programmazione e si accingevano a varare l'inutile piano Pieraccini. Il discorso del coordinamento aveva una sua logica ed un preciso significato politico. Nel momento in cui si tentava, con l'intervento dello Stato, la razionalizzazione dello sviluppo capitalistico nel Sud, si rendeva necessaria un'azione socioculturale, per dirla con il linguaggio ufficiale, che creasse la coscienza dei processi dinamici, coprendo le sfasature che inevitabilmente si sarebbero verificate tra evoluzione sociale spontanea ed intervento economico imposto. Di qui tutta una serie di iniziative dirette alla formazione di tecnici specializzati, di quadri periferici e, in generale, di stratture "culturali" che a questi scopi avrebbero dovuto affiancare le autorità scolastiche locali nell'impostazione delle "attività promozionali". Il fine dichiarato era quello di trasformare la realtà in dipendenza di processi interni al Mezzogiorno; il fine vero, e non è un mistero per nessuno, era quello di creare le condizioni ambientali ideali per l'investimento neo-capitalistico. Senza il sostegno di una programmazione rigida e resistente la Cassa ha però completamente fallito i suoi ambiziosi progetti economici e con essi è saltato il discorso dell'intervento sociale "cuscinetto". L'impressione che si ha dalle recenti vicende, che hanno avuto un loro primo sbocco autoritario nella chiusura del centro di Matera, è che, nonostante i tentativi di razionalizzazione - anzi in parte grazie ad essi - l'evoluzione sociale e politica delle popolazioni del sud stia accelerando ed acuendo le contraddizioni dell'intervento capitalistico nel Mezzogiorno. Come è logico che avvenga.