Da Frontiere, Anno II, n. 3, Giugno 2001
La casa nella valigia
Filippo Pirro

In Via Scalone gli echi dolorosi delle partenze per l'Amèreca luntana, l'Australia, sono ancora vivi sotto qualche frammento di intonaco non ancora violentato dal graffiato.
Erano gli anni cinquanta, ed io fanciullo sempre più con difficoltà andavo rintracciando, per disegnarli a carbonella sui muri calcinati, gli ultimi asinelli superstiti, ancora parcheggiati sotto i mugnali nelle strade, mentre i postini recapitavano 'atti di richiamo'. Ricordo che ogni finestra, uscio o balconcino della strada partecipava dolorosamente allo 'strappo dalle radici'. Si piangeva e ci si abbracciava fino a notte, sapendo di non più rivedersi, prima che il camion all'alba strappasse le poche masserizie per il viaggio verso Napoli.
Erano quelli i momenti in cui vedevo più lucidi gli occhi di mio nonno che, prendendomi sul suo unico ginocchio, mi mostrava, dopo averle tirate fuori dal baule polveroso, le vecchie cartoline della sua gioventù. Ripuliva pure le lenti di quel magico paio di occhiali, lo stereoscopio, portato da Filadelfia, inforcandolo sul mio nasino. Che meraviglia! la statua della Libertà era tutta per me, vera in tre dimensioni, col Rex spumeggiante sull'Hudson. La gioia infantile non poteva accorgersi dei sospiri dolorosi del vecchio che ricantava, in falsetto con l'antico mandolino, la struggente melodia di 'Partene 'e bastemente'.

Quelle stereoscopiche cartoline di New York, gelosamente custodite da mio nonno, furono il mio primo vero incontro col problema dell'emigrazione. Ma, per gli occhi incantati di un fanciullo, l'America era l'eldorado, non il dramma; sempre erano risate divertite e a cascatella la conclusione della storiella dell'emigrante ingenuo, convinto che l'America fosse la terra dei ciucci cacasoldi.
Fu la fine degli anni sessanta a rompermi l'incanto, a farmi sperimentare sulla mia pelle che l'emigrazione non era una vuota e retorica ricerca scolastica, un astratto paragrafo della 'questione meridionale', ma autentica tragedia.

Bozzetto di Filippo Pirro.
Bozzetto di Filippo Pirro.
Dopo il liceo, imbevuto di letture virgiliane e ciceroniane, non ancora mi ero imbattuto in Kerouac 'on the road', ma il bisogno di trovarmi un lavoro, per proseguire gli studi universitari, mi catapultò di schianto 'sulla strada', in cerca di passaggi in autostop, oltre la siepe, il nido protettivo del paese, verso il nord, verso quel triangolo ignoto alla geometria e ben noto agli industriali che calamitava tanti meridionali in cerca di un'America più vicina.
La valigia e le rotaie entrarono prepotenti nel vissuto quotidiano di studente lavoratore, insieme alle notti spesso in piedi sui treni in partenza per Torino. Come fragili bolle di sapone vidi infrangersi i miei valori di solidarietà patriottica tra le genti italiche, non appena mi sentii apostrofato 'Napoli' o 'terrone', straniero nella mia Italia, o cominciai a leggere le prime scritte come 'isì as parl seul en piemonteis', oppure 'qui non si fitta ai meridionali'. Tornavano nel ricordo le cartoline del nonno, ma non più mielate e caleidoscopiche, e il mandolino non più nostalgico di 'Santa Lucia', non plettro a tinnire giulivo, ma chiodo a scavare e crocifiggere.
E la situazione di studente-lavoratore-torinese doveva ancora più acuirsi con l'esperienza, anche se breve, di Student-arbeiter metalmeccanico a Freiburg in Germania: la terra amata da Tacito mi rivelò tutte le difficoltà di una lingua dove a suonare era lo ja e non il sì, e i disagi nel non avere un cuscino per dormire la notte. In compenso mi regalò la gioia di ritrovare il concetto di patria, di risentirmi italiano, quando per caso sentivo ordinare un piatto di spaghetti in un Gasthaus.
La valigia da fare e disfare, la valigia per cuscino, la valigia pregna come un grembo. Ecco la genesi e l'illuminazione della mia ripetuta analogia tra la casa e la valigia, il paese le radici e la valigia, e lo strappo violento dalla propria terra, lo sradicamento.
A Torino nella artigianale e creativa bottega-stamperia del caro Gigi Fioccardi, un personaggio da favola zavattiniana, all'ombra proprio della Mole, mi nacque la prima incisione dell'emigrante.
Era la prima esperienza con l'acquaforte e mi sentivo forse un po' più alchimista che artista. L'incisione sulla lastrina di zinco cerata, e poi le varie morsure nell'acido nitrico. L inchiostro e poi la prima 'prova d'Artista', la prima tiratura su carta rosa spina, fabriano, ancora oggi realizzata su ricetta medievale. Come una chiocciola con la sua conchiglia, cosi venne fuori, strizzata sotto il torchio a stella, la figura dell'emigrante con la sua casa-valigia: questa l'immagine, che per me sintetizzava tutto il dramma dell emigrazione.
Me la trovai pubblicata sul 'Giornale delle valli', un giornale del nord, con un giudizio che per me valeva più di una critica di Argan: 'immagine che parla e scarnifica più di mille discorsi'.
Ripresi poi più volte quella mia prima intuizione sia sulla tela, rivestendola di colori e arricchendola di oggetti simbolici, come la chitarra e la bottiglia di vino, a esplicitare ancor più l'angoscia del futuro ignoto e la nostalgia del passato amato.
Monumento agli emigrati, opera di Filippo Pirro che si trova a San Marco in Lamis.
Monumento agli emigrati, opera di Filippo Pirro che si trova a San Marco in Lamis.
La ripresi anche in versi negli anni ottanta, incoraggiato ad inserirla nella mia prima raccolta La casa del bosco dalla voce più illustre della nostra emigrazione, Joseph Tusiani.
Mi convinsi allora che occorreva ricordare alle nuove generazioni di che lacrime grondi e di che sangue il sacrificio di tutti i nostri emigrati, e fu così che si rafforzò il desiderio di dedicare un monumento agli emigranti sammarchesi, ai tanti ignoti che avevano avuto il coraggio di affrontare l'ignoto e che avevano reso possibile, con le loro rimesse, la vita nel piccolo borgo.
Quando si dice il caso, ricevetti di lì a qualche anno, una lettera da Toronto, dal cappellano della comunità dei sammarchesi del Canada, don Pasquale Martino, in cui mi si diceva di mettermi al lavoro per preparare un bozzetto per un monumento ai sammarchesi sparsi per il mondo. Si costituì un comitato, con J. Tusiani presidente onorario, "pro erigendo monumento ai sammarchesi emigrati", e fu presentata domanda all'amministrazione comunale perché ne accordasse il placet e la concessione del luogo ove installare detto monumento.
Alla primitiva intuizione dell'uomo con la sua casa-valigia si è voluto dare ancor più dinamicità e coralità, con la tensione drammatica del saluto del gruppo familiare e la citazione del centro storico di San Marco in Lamis.Il desiderio di tutti ora è uno soltanto: quello di vedere realizzato il gruppo monumentale, e festeggiarlo con una gloriosa rimpatriata...
Ma occorreranno sforzi sinergici al di qua e al di là dell'oceano. Ci riusciremo a far splendere nel sole di una nostra piazza la casa-valigia dei ricordi più cari dei nostri concittadini partiti?