Limes 3-2167 del 2000
di Olga Mattera
L’antisemitismo nell’Ungheria di Orbán
Gli 80 mila ebrei che vivono in Ungheria costituiscono la comunità ebraica più consistente dell’Europa centrorientale, al di fuori della Russia. La maggior parte di essi vive a Budapest. L’organizzazione di riferimento è la Federazione ungherese per la comunità ebraica, attraverso la quale la popolazione ebraica organizza la maggior parte delle attività socio-culturali-politiche.
Il popolo ungherese, tra l’altro abituato (rassegnato…) alla multietnicità, non è fondamentalmente antisemita. Il regno austro-ungarico, in generale, era illuminato rispetto agli ebrei, contrariamente a quanto accadeva nelle terre slave. La comunità ebraica di Budapest era fiorente a fine Ottocento, e per quanto priva di alcuni diritti civili e politici, rappresentava un modello di fruttuoso intreccio tra popolazioni autoctone ed ebrei.
I problemi più seri iniziano al sorgere del Novecento. Il termine 'liberale' è fondamentale per comprendere l’atteggiamento attuale della politica del paese nei confronti della comunità ebraica. Per la destra ungherese è sempre stato sinonimo di 'ebreo, cosmopolita, antinazionale'. Il motivo di questa 'lettura' affonda, appunto, nei primi anni del Novecento, o meglio nel periodo precedente la prima guerra mondiale. Nel paese si fronteggiavano due grandi partiti, quello legittimista e quello indipendentista, che divergevano su tutti i punti tranne uno: la comune ostilità alle etnie non magiare. Nacquero allora vari movimenti, composti in gran parte da ebrei, che ponevano il problema su basi diverse: aspiravano al suffragio universale, ad uno Stato multietnico, alla convivenza tra i popoli accomunati, spesso, dalla medesima lingua e dal medesimo percorso storico. Dopo la guerra, disastrosa per l’Ungheria, molti di costoro entrarono a far parte dei governi di Károlyi e Béla Kun; come sempre nei periodi storici di grande frustrazione, la gente cerca 'colpevoli'; e come sempre, in questa parte dell’Europa, i colpevoli furono gli ebrei-liberali: a loro furono erroneamente addossate le amputazioni territoriali che l’Ungheria subì in seguito al Trattato del Trianon. Durante il corso del secolo, partecipi in parte delle alte sfere di potere comunista, in parte del governo socialista postcomunista, gli ebrei sono stati oggetto dei generici pregiudizi di un popolo che non sempre andava per il sottile.
Nel periodo postcomunista la situazione degli ebrei peggiora. Un sondaggio condotto dal Centro per lo studio dell’antisemitismo Vidal Sassoon indica che, dalla fine del comunismo, l’antisemitismo in Ungheria, o per lo meno la sua aperta espressione, si è aggravato. Il punto è che nei primi anni Novanta, nella furia di cancellare il passato senza distinzioni, riemerge lo slogan 'ebrei-comunisti': l’antisemitismo guadagna terreno mentre il paese affronta la pesante crisi economica.
In effetti, la storia moderna degli ebrei in Ungheria è particolare. La comunità ebraica dell’Ungheria alleata della Germania è stata liquidata (473 mila persone mai ritornate dai campi di sterminio). La lapide che ringrazia l’Armata Rossa liberatrice, posta all’esterno della recinzione che circonda la grande sinagoga di Budapest e mai tolta, la dice lunga sul sentimento di sincero sollievo provato dai sopravvissuti all’ingresso dei sovietici. Questo ha segnato, in parte, il futuro: la popolazione non ha mai smesso di vedere un’oscura alleanza tra l’oppressione comunista e la comunità ebraica. Ecco perché, nell’immediata fase postcomunista, il paese ha percepito un risveglio dell’antisemitismo.
Inoltre, il governo Horn, che ha condotto il paese attraverso la difficilissima fase della ristrutturazione postcomunista, e che contava nelle sue file alcuni ministri di origine ebraica, è stato usato come capro espiatorio per le difficoltà economiche.
Nella coalizione di governo, infatti, aveva il suo peso il partito Szdsz (Alleanza dei democratici liberi), cioè la compagine politica di riferimento della borghesia ebraica budapestina.
La destra estrema, xenofoba, quella di Csurka, ha fatto leva proprio su questo diffuso malcontento derivante dalla disillusione dei primi anni di libertà. Nella polemica di Csurka emerge dunque un intreccio, abile, tra i sentimenti antisemiti derivanti dagli anni Venti ('è colpa degli ebrei, antinazionali, che hanno venduto il paese agli stranieri, se l’Ungheria è stata amputata territorialmente'), quelli ripresi dai decenni comunisti ('i comunisti sono ebrei, ci opprimono e decidono le sorti del paese') e il malumore dell’immediato periodo postcomunista ('la sofferenza economica è dovuta al fatto che gli ebrei sono al governo').
Nel 1998, le elezioni hanno portato alla sconfitta della coalizione tra l’Alleanza dei democratici liberi e il Partito socialista ungherese (Mszp), e alla conseguente vittoria del centro-destra, una coalizione tra l’Alleanza dei giovani democratici ungheresi (Fidesz) e il Partito dei piccoli proprietari terrieri.
Il Partito ungherese per la verità e la vita, guidato da István Csurka, con 14 seggi (su 386), diventa il primo partito di estrema destra, apertamente antisemita, ad entrare in parlamento dopo la fine della seconda guerra mondiale. Con esso entra in parlamento anche l’agghiacciante retorica antisemita e xenofoba che ha modificato il carattere della politica nell’Ungheria postcomunista. Nell’imminenza delle elezioni, Csurka aveva intensificato la virulenza dei suoi attacchi antisemiti.
Gli slogan di riferimento erano quelli che avevano contraddistinto la dialettica politica ungherese nei periodi di maggiore antisemitismo prima della II guerra mondiale, ossia l’accusa agli ebrei di essere estranei alla società ungherese. Riciclando i più obsoleti slogan che hanno segnato la difficile convivenza tra popoli dell’Europa centrale e comunità ebraiche, la destra estrema ungherese ha cercato di costruire intorno alla propria comunità ebraica un muro di ostilità diffusa. Il sottobosco in cui i vari Csurka hanno trovato appiglio è composto dalla classe medio-bassa ungherese, quella cioè che ha sofferto più duramente il peso e le disillusioni della transizione. Le difficoltà economiche sono state attribuite ai 'non-ungheresi che governano il paese', al 'ritorno dei comunisti al potere', alle 'forze estranee che governano la stampa', alla 'minoranza etnica di cui non sappiamo liberarci e che dirige il partito dell’Alleanza dei liberi democratici': tutto questo significa ebrei.
Dopo la vittoria delle destre, in una delle prime sedute parlamentari, Csurka ha ritenuto opportuno 'ammonire' la sua coalizione contro 'l’appetito pericoloso dell’élite liberale che continuerà, anzi, addirittura intensificherà il suo ruolo distruttivo all’interno della nazione ungherese.
Da allora le manifestazioni antisemite si moltiplicano, mentre il governo fa finta di non sapere.
Si va dalle manifestazioni più blande, come l’antisemitismo negli stadi, alla dissacrazione di cimiteri ebraici e alla persecuzione verbale dei rabbini. Un esempio, quasi folkloristico e non lontano dagli slogan dei nostri stadi, è l’antisemitismo 'sportivo': spesso, in occasione di partite di calcio in cui gioca la squadra budapestina dell’Mtk (Magyar testgyakorlók köre - Circolo ginnico ungherese), i tifosi della parte avversa intonano slogan fortemente antisemiti; uno tra tutti: 'Parte per Auschwitz, il treno parte per Auschwitz'; oppure 'Erger, Berger, Schossberger, minden zsidó gazember (riferendosi a tre giocatori, per assonanza li si chiama tutti 'farabutti ebrei'). Il Circolo ginnico ungherese, infatti, fondato alla fine dell’Ottocento da borghesi benestanti di Budapest, è considerato il punto di riferimento della comunità ebraica cittadina che compatta tifa Mtk.
Casi più gravi di dissacrazione, quali quelli dei cimiteri ebraici, hanno iniziato a sconvolgere le comunità ebraiche di Budapest, ma soprattutto dei piccoli paesi, fin dall’estate scorsa. Il più eclatante è avvenuto a Szombathely; l’avvenimento ha scosso l’opinione pubblica e ha innescato un dibattito interno. Il governo ha dimostrato la sua cecità; il deputato Antal Rogán, Vice presidente del gruppo parlamentare della Fidesz, ha dichiarato che 'non c’è stata nella vita pubblica ungherese alcuna dichiarazione che anche indirettamente abbia potuto incitare chiunque a simili delitti'. È difficile credere a questo quando Budapest, a distanza di pochi mesi, ha ospitato due grandi manifestazioni antisemite a livello internazionale, un’amara sorpresa per la comunità ebraica della città. La prima era un raduno crocefrecciato, svoltosi il 15 marzo scorso a Blaha Lujza Tér e sviluppato sull’asse 'gli ebrei qui sono stranieri; questa non è casa loro'. L’incontro, organizzato per commemorare l’anniversario dell’esecuzione (nel 1946) di Ferenc Szálasi, fondatore del movimento crocefrecciato ungherese, ha poi pubblicato e distribuito una lista di 'ebrei e massoni ungheresi colpevoli di aver distrutto lo spirito nazionale nella storia'. A febbraio del resto, nel castello di Buda era stato organizzato un incontro internazionale neonazista - di rigore l’uniforme nera. Nessuno aveva ritenuto opportuno impedirlo. Il governo non ha detto nulla.
Il ministro per i Servizi segreti del governo Orbán, Kövér, in occasione dell’anniversario del cambiamento di regime (giugno ’99) ha notato che: 'L’errore di Csurka e dei suoi è di rendere impresentabili alcune questioni di cui bisogna occuparsi, tra cui la questione ebraica e il Trianon'; in altre parole, ebrei e amputazioni territoriali sono i due problemi del paese; se ne dovrebbe parlare apertamente per risolverli su un piano concreto, e non su quello delle dichiarazioni retoriche di Csurka. La dichiarazione risulta ancora più inquietante sia per l’autorevolezza sia per la concretezza, il realismo, la freddezza del ministro.
Magyar Fórum, l’organo di stampa del partito di Csurka, prende sempre apertamente posizioni antisemite. Il 15 marzo scorso un deputato di un altro partito di estrema destra, Alleanza per il benessere ungherese (Mnsz), a proposito della questione della restituzione dei beni agli ebrei, ha dichiarato che 'gli ebrei, non solo non devono essere risarciti in nessun modo ma devono essere allontanati dal paese'. La questione della restituzione dei beni sequestrati e dell’assistenza finanziaria ai 20 mila ebrei sopravvissuti all’Olocausto è stata oggetto di grande dibattito all’interno della società ungherese; sempre Magyar Fórum scrive che si tratta di un vero e proprio 'ricatto ebraico contro la nazione ungherese' e nega sia la consistenza della Shoah che la sua rilevanza in Ungheria (il negazionismo o il riduttivismo sono argomenti tipici dell’antisemitismo).
Durante una riunione del Congresso ebraico europeo tenutasi a Strasburgo nello scorso marzo per discutere dell’ascesa di Haider, Gusztáv Zoltai, rappresentante ungherese, ha dichiarato che 'in Ungheria non c’è antisemitismo istituzionale, ma strisciante; il governo non prende le distanze dalle manifestazioni di razzismo. Ci sono segnali estremamente preoccupanti: in un partito parlamentare (ovviamente si riferisce a quello di Csurka, n.d.a.) si pubblicano ogni settimana scritti antisemiti, incitanti all’odio; l’estrema destra usa programmi radiofonici per ingiuriare dirigenti ebrei democraticamente eletti; vengono pubblicati continuamente scritti antisemiti sulla stessa linea dei Protocolli dei savi di Sion'. Di fronte a queste dichiarazioni, Orbán ha controbattuto che 'in Ungheria non solo non c’è antisemitismo istituzionale ma non ce n’è neanche nel dibattito politico; mi ha sorpreso la dichiarazione di Zoltai, perché non me ne ha mai parlato direttamente. I partiti della coalizione offrono volentieri solidarietà a chiunque riceva offese alla sua dignità'.
Ovviamente, non è vero. Le destre estreme che sostengono Orbán si abbandonano all’antisemitismo più esplicito attraverso i media. Ciò ha contribuito ad esacerbare una parte della società: l’antisemitismo è ora quasi 'di moda', a vedere la quantità di materiale pubblicata in materia. Nei piccoli paesi lo Shabbat è diventato un incubo per i rabbini (anche uno dei rabbini di Budapest e la sua famiglia sono stati pubblicamente oggetto di insulti). Recentemente, altri due cimiteri ebraici, quelli di Barcs e di Szolnok, sono stati violati. Il presidente Göncz, (allora ancora in carica) preoccupato per l’atmosfera nel paese, ha dichiarato in una trasmissione radiofonica che 'non bisogna fare nulla per accendere l’antisemitismo'. Evidentemente ricorda che le parole, dette anche con leggerezza, hanno avuto conseguenze enormi sul destino degli ebrei in passato. Anche questa volta Orbán ha risposto dicendo 'noi non abbiamo fatto e detto nulla a questo proposito' (dove il 'noi' sembrerebbe quasi indicare una 'excusatio non petita, accusatio manifesta').
Il problema è che Orbán, coraggioso sotto il comunismo, quando auspicava pubblicamente la cacciata dei sovietici, non può fare a meno di essere benevolo con la destra estrema. Questo lo porta ad ambiguità in molti campi. Eppure, quando si parla di antisemitismo, si dovrebbe ricordare che il silenzio è la colpa più grave.
In paesi che hanno profondamente rielaborato la loro storia più recente, come la Germania, i neonazisti vengono perseguiti legalmente; in Ungheria, i seguaci di Szálasi possono liberamente esprimersi nel più bieco antisemitismo, possono usare gli strumenti di comunicazione e parlare tranquillamente in parlamento *.
* Si ringraziano per l’aiuto sostanziale Federigo Argentieri e Júlia Vásárhelyi.