Limes 4-4937 del 2007
di Francesco Forgione
La mano delle mafie sui nuovi schiavi
L’immigrazione clandestina nel Mediterraneo è ormai un business plurimiliardario, gestito da una criminalità transnazionale sempre più ramificata e potente. Di fronte alle nuove forme di sfruttamento, il binomio legge e ordine non basta: serve un nuovo patto civile.
1. I legami tra il traffico delle persone, la criminalità organizzata e mafiosa e gli interessi e le attività della criminalità organizzata e mafiosa hanno avuto origine dal crollo dei regimi dell’ex blocco sovietico, che ha messo in movimento imponenti flussi provenienti dall’area balcanica. Oggi, a questi si aggiungono i flussi provenienti dal Sud e dalle rotte maghrebine e sahariane. In questi traffici, le organizzazioni criminali e mafiose hanno sempre svolto un ruolo centrale, tanto più forte in quanto hanno goduto di un sistema di coperture e collusioni con settori corrotti sia della politica che delle polizie di frontiera dei paesi di origine e transito. Oggi, ci troviamo di fronte ad un vero e proprio salto di qualità in questo tipo di attività, come confermano gli atti di decine di inchieste.
Con il termine 'mafie', non si fa qui riferimento a normali forme di criminalità, presenti in tutte le società avanzate, bensì ad organizzazioni capaci di intercettare tendenze e dinamiche sociali, dotate di centri di comando in grado di interpretare le scelte politiche dei diversi governi o gli orientamenti dell’Unione Europea, sfruttandoli a proprio vantaggio nello sforzo di accumulare profitti, ricchezze, potere.
Mafie moderne, dinamiche, protagoniste delle trasformazioni del tessuto socioeconomico dei territori da esse tradizionalmente controllati, ma anche dei più ampi processi economico-finanziari della globalizzazione. Grandi holding criminali, quindi, con un fatturato annuo, solo per l’Italia, stimato in 100 miliardi di euro, la gran parte dei quali sono immessi nell’economia legale nazionale o ripuliti nelle mille opportunità d’investimento offerte dalla globalizzazione dei mercati e dalla sostanziale riduzione dei controlli sulle attività finanziarie.
Purtroppo, la gestione dei flussi clandestini ha a che fare con questo tipo di criminalità. Essa risponde alle regole del rapporto distorto domanda legale-offerta criminale, a fronte dei vincoli delle legislazioni nazionali e delle direttive dell’Unione Europea. Del resto, basta leggere il Libro verde sull’immigrazione e le reiterate affermazioni del commissario europeo alla Giustizia Frattini - che stimano in 20 milioni il fabbisogno aggiuntivo di immigrati entro il 2030, rispetto agli obiettivi di Lisbona - per avere un’idea dell’entità del fenomeno. A ciò si aggiunga che, a fronte della diffusa tendenza alla chiusura delle frontiere e dei vincoli imposti dalla politica delle quote di accesso, l’unica forma di ingresso dei migranti in Italia e negli altri paesi europei rimane il rapporto diretto o mediato con le organizzazioni criminali. Il che è vero innanzitutto per i flussi nordafricani o asiatici, mentre i nuovi paesi dell’Est, appena entrati nell’Unione, pongono problemi diversi e in parte inediti.
2. Il punto di partenza è l’accesso: non esistono leggi o direttive europee che lo prevedano in forma legale, neanche per richiedere l’asilo, cosa che può avvenire soltanto dopo l’avvenuto ingresso, di fatto clandestino, in territorio europeo. Si determina così una condizione nella quale, in assenza di una via legale, le organizzazioni criminali svolgono una funzione di intermediazione - a volte di vera e propria 'sostituzione' - della legge, rispondendo a quella domanda di lavoro che l’Unione Europea valuta necessaria al proprio fabbisogno. Tutto ciò produce un rafforzamento delle organizzazioni criminali, con la creazione e il consolidamento dei rapporti tra le nostre mafie e le organizzazioni che promuovono e gestiscono
la raccolta alla partenza, soprattutto nell’area sahariana del Maghreb.
Il villaggio libico di Kufra, nel cuore del deserto e già oggetto di numerose ispezioni di delegazioni parlamentari europee, è ormai in mano alle organizzazioni criminali, che promuovono la raccolta e organizzano i viaggi. Potremmo definirlo una zona franca, una sorta di Cpt di partenza, fuori dalla sovranità della legge.
Passano da qui migliaia di migranti in fuga dai loro paesi, tanto che la stessa Ue si pone ormai il problema di fornire alla Libia mezzi di controllo delle frontiere, sia con il Niger che con il Ciad. È in questi centri di raccolta che avvengono i primi contatti tra le organizzazioni criminali che promuovono il viaggio della speranza, con una gestione flessibile delle rotte in rapporto agli indirizzi di contrasto dei diversi governi. I cervelli delle organizzazioni criminali analizzano quanto accade nei singoli paesi e agiscono di conseguenza: se si accentua la repressione in Marocco, le rotte si spostano sulle Canarie, se si intensificano i controlli in Libia, si dirottano i flussi su Malta; passata l’ondata, si ritorna in Libia o in Tunisia.
Ovviamente, i proventi di tali traffici si valutano in miliardi di euro. Un viaggio, per un disperato, rappresenta l’investimento di un’intera vita. Viene pagato alla partenza tra 1.500 e 3.000 dollari e nel 2006, secondo fonti ufficiali, nell’area mediterranea, solo via mare, l’immigrazione clandestina proveniente dal Nordafrica è stata censita in circa 21 mila unità. Su questi dati non è difficile quantificare 'l’affare'.
Ma c’è un altro aspetto che rappresenta il salto di qualità nel rapporto tra i flussi e le attività criminali. Ormai, le mafie non si limitano più a gestire, con le organizzazioni criminali attive nei territori di partenza, soltanto il viaggio e l’ingresso, ma anche lo sbocco lavorativo - se di questo si può parlare. In Sicilia, Calabria, Puglia esistono rapporti diretti tra l’arrivo dei migranti, la permanenza/detenzione nei Cpt, l’organizzazione delle fughe o, comunque, la fine della permanenza, la collocazione nel 'mercato del lavoro'. Gli organizzatori-intermediari sono le cosche della ‘ndrangheta, molto attive nei centri di Crotone e Rosario, o i clan della camorra del casertano.
Nelle campagne del Sud la manodopera è quasi esclusivamente di migranti, per la gran parte clandestini. Così è anche nell’edilizia e in altri settori del tanto decantato modello produttivo del Nord-Est. Ormai, vi sono lavori svolti esclusivamente da manodopera immigrata. E sin qui - a parte l’ipocrisia di chi alimenta le paure alla base delle peggiori manifestazioni xenofobe, badando bene di occultare il proprio tornaconto in questo sfruttamento - non ci sarebbe niente di strano.
La relativa novità è che questo mercato delle braccia è controllato esclusivamente dalle mafie, al Sud come al Nord, nelle campagne di Vittoria, del foggiano o di Villa Literno, come nei cantieri edili dell’hinterland milanese o nel settore industriale del basso Veneto. E tutto ciò avviene nel contesto di un mercato del lavoro che, in interi settori, ha abbandonato ogni forma di trasparenza e di legalità, con difficoltà di controllo e di denuncia, anche per ragioni e rischi 'ambientali', da parte del sindacato. Una politica migratoria miope e un mercato del lavoro truffaldino hanno alimentato - al contempo nascondendoli - i profondi mutamenti che stanno intervenendo nel settore e il conseguente rafforzamento di strutturate organizzazioni mafiose, in vecchi e nuovi territori del nostro paese.
3. Cambiano così anche alcune tipologie di reato. Il caporalato, originaria forma del più 'sofisticato' e moderno lavoro ad interim, nella gestione delle mafie diventa un reato nuovo e per alcuni versi inedito. Non siamo più di fronte allo sfruttamento mafioso del lavoro nero, condizione diffusa in ogni area in cui le mafie, italiane o straniere, controllano intere attività o comparti produttivi (valga per tutti il settore tessile, che impiega manodopera cinese e non, controllato dalla camorra nell’intera area napoletana e vesuviana). Il caporalato a gestione mafiosa che impiega e sfrutta la manodopera clandestina prefigura in forme mai così diffuse un nuovo reato, quello di traffico di esseri umani e di sfruttamento finalizzato alla schiavitù.
La condizione di clandestinità dei migranti li rende invisibili e, di fronte alla legge, passibili essi stessi di essere perseguiti. Questa condizione, ulteriormente aggravata e resa drammatica dall’assoggettamento totale ad organizzazioni criminali che esercitano su di loro un potere di vita e di morte, determina la riduzione in schiavitù di migliaia di migranti.
Questa tappa finale del viaggio, sovente sconosciuta a chi fugge dalla disperazione del proprio paese, per chi organizza il tragitto è una delle ipotesi non solo possibili, ma spesso contrattate con le organizzazioni criminali che gestiscono l’arrivo.
Sulla pelle dei migranti le mafie hanno creato un vero e proprio circuito economico criminale, dall’inserimento nel mercato del lavoro al traffico dei documenti falsi, alle attività di trasporto dei clandestini.
Siamo ben al di là dei tradizionali reati, legati alla tratta delle persone finalizzata alla prostituzione, che pure continua ad interessare un numero rilevante di giovani e minorenni. In questo contesto, ha fatto bene il governo a proporre un inasprimento delle pene per il reato di caporalato e il Senato, con un voto a maggioranza, ad approvare la nuova normativa. Ma non basta, se vogliamo dare un contributo efficace per stroncare il fenomeno. Occorre applicare per questi reati anche le aggravanti previste per le associazioni mafiose, prevedere il reato di schiavitù, adeguare tutti gli apparati investigativi, con il coinvolgimento diretto, anche in questo campo, della Procura nazionale antimafia. Ma, soprattutto, occorre rompere l’omertà e l’ipocrisia di chi alimenta paure, razzismi e scontri di civiltà, in nome della difesa di un modello di produzione che si alimenta di forme selvagge di sfruttamento e, per questo, non vede, non sente, non denuncia.
Alla violenza di questo modello, alla illegalità di questo mercato del lavoro, al fallimento dell’attuale impianto legislativo in materia di immigrazione, si aggiunge l’aggravante della crescente pervasività della presenza mafiosa. Per questo, è stato insediato un apposito comitato della Commissione parlamentare antimafia, dedicato al lavoro di inchiesta sul rapporto tra mafie e migranti. Conoscere e denunciare questo fenomeno non è solo il primo passo per un’azione di prevenzione e repressione. È, soprattutto, un impegno civile, culturale, politico e sociale, senza il quale la sola azione penale e giudiziaria è destinata al fallimento, di fronte al carattere epocale di fenomeni che chiamano in causa lo stesso modello di civiltà europea.