Limes 4-4944 del 2007
di Sandro De Luca
Le vie sahariana per l'Europa sono infinite
Il deserto africano ospita un esteso sistema di ‘rotte della speranza’, che dall’Africa centrale, passando per Libia e Maghreb, puntano dritte sulle coste italiane e spagnole. I percorsi vecchi e nuovi. Il colossale business della migrazione. Blindarci non serve.
1. La migrazione trans-sahariana in Africa occidentale è un fenomeno complesso, con radici storiche profonde e in
costante evoluzione. Flussi importanti di migranti provenienti dai paesi del Sahel, dal golfo di Guinea, dall’Africa centrale, attraversano il Sahara per arrivare nel Nordafrica.
Una parte importante di questo flusso ha carattere regionale, cioè legato alla circolazione delle persone fra i paesi della sponda nord e sud del Sahara, a causa del divario di sviluppo esistente fra le due aree. Una piccola percentuale tenta di proseguire verso l’Europa, scontrandosi con i meccanismi di controllo e repressione della migrazione irregolare.
Le dimensioni del fenomeno sono controverse ed evolvono piuttosto rapidamente, in ragione della situazione dei paesi d’origine e delle rotte utilizzate. Si può ragionevolmente affermare che, a oggi, sono presenti nel Maghreb circa 2 milioni di migranti provenienti dall’Africa subsahariana. Il grosso si trova in Libia, dove le stime oscillano tra 1 milione e 1 milione e mezzo di persone. Circa 150 mila migranti sono divisi fra Algeria, Tunisia e Marocco; alcune decine di migliaia si trovano in Mauritania. Il numero di migranti che arriva ogni anno nel Maghreb da sud è oscillato significativamente negli ultimi anni. Numerose stime lo collocano fra le 65 mila e le 120 mila persone.
Il fenomeno migratorio nella regione è divenuto quantitativamente importante a partire dall’inizio degli anni Ottanta, con un trend in crescita fino al 2000. In quegli anni, la Libia ha costituito la meta principale: a partire dal 1992, dopo l’imposizione dell’embargo da parte del Consiglio di sicurezza, Gheddafi, lamentando la mancanza di solidarietà da parte dei paesi arabi, ha riorientato la propria politica estera verso sud, proponendosi come leader africano, e ha incentivato la migrazione dai paesi del Sahel, da impiegare nel settore agricolo e delle costruzioni. Si costituisce così lo stock di migranti subsahariani presenti nel paese e si struttura la prima rotta migratoria, che utilizza l’antico tragitto carovaniero che da Agadez, in Niger, passando per Dirkou e l’oasi di Sebha, arriva fino alla costa mediterranea.
La crescita si arresta bruscamente nel 2000, di fronte a una forte reazione xenofoba e a una serie di attacchi agli immigrati, con numerose vittime. Questo dà avvio a una politica molto più restrittiva e aggressiva verso i migranti, con violenze ed espulsioni di massa nell’ordine, probabilmente, di alcune decine di migliaia di persone. Oggi, la Libia continua a registrare la presenza maggiore di migranti fra i paesi dell’area, ma è un luogo molto meno ospitale, anche in virtù degli accordi sul controllo del fenomeno migratorio siglati con i paesi europei. Il paese è divenuto
così, negli ultimi anni, area di transito verso le coste europee.
Un effetto non secondario degli avvenimenti libici è stato, a partire dal 2000, il parziale spostamento verso occidente dei flussi. Questo processo è collegato anche all’allargamento del bacino di riferimento delle rotte migratorie in Africa occidentale.
Da Nigeria, Senegal, Costa d’Avorio, Gambia, Liberia, Mali, Ghana, Burkina Faso, Niger, Sudan, Repubblica Centrafricana e Camerun - paesi caratterizzati da situazioni di crisi e conflitti - i migranti hanno fatto la rotta verso i paesi del Nordafrica e dell’Europa. Una rotta condivisa anche da parte del flusso migratorio proveniente da India, Pakistan e Bangladesh, che raggiunge l’Africa occidentale per via aerea, onde poi proseguire via terra. Particolarmente significativo è il caso della Costa d’Avorio: quello che, fino ai primi anni Novanta, era uno dei principali paesi di immigrazione dell’area, è divenuto, a causa della protratta instabilità interna, fonte di migranti, inseriti nei nuovi flussi trans-sahariani.
Anche in questo caso, le nuove rotte migratorie rappresentano in realtà la riattivazione e il potenziamento, grazie al nuovo 'mercato' della migrazione verso l’Europa, delle tradizionali rotte carovaniere e delle reti di comunicazione transsahariane, patrimonio delle popolazioni nomadi di Mali, Niger e Algeria meridionale. Questi percorsi, da Agadez e Arlit in Niger e da Bamako e Gao in Mali, si dirigono verso le città algerine di Adrar, Tamanrasset e Djanet, per proseguire verso nord in direzione della frontiera con il Marocco a Maghnia, o verso Algeri, o ancora verso la frontiera tunisina, collegandosi alle rotte marittime che puntano su Lampedusa o sulla costa siciliana. Più recentemente, sembra consolidarsi una nuova rotta marittima - per ora utilizzata soprattutto dagli algerini - che dalle coste dell’Algeria (nell’area di Skikda/Annaba) si dirige verso il Sud della Sardegna.

Le piste algerine.
Le piste algerine.

Una volta in Marocco, i migranti diretti in Europa possono tentare, con piccole imbarcazioni, di raggiungere le coste spagnole attraverso lo stretto di Gibilterra, oppure provare, via terra, a forzare le barriere costruite intorno alle enclave
spagnole in territorio marocchino di Ceuta e Melilla; o, infine, tornare verso sud e cercare di raggiungere le isole Canarie dai territori dell’ex Sahara Occidentale spagnolo.
Negli ultimi anni, il rafforzamento delle strutture di protezione ha reso le prime due opzioni sempre meno percorribili. Gli avvenimenti di Ceuta e Melilla del settembre-ottobre 2005 hanno rappresentato, anche nella percezione dei migranti, un punto di svolta. In quell’occasione, una serie di tentativi di massa di superare le barriere è stato respinto, anche con le armi, dalle autorità di frontiera spagnole e marocchine, con un bilancio di almeno 17 morti e 60 feriti. Tuttavia, gli accresciuti controlli nei paesi del Maghreb non hanno bloccato il fenomeno. Hanno invece rinforzato rotte ulteriori: quella verso sud, in direzione delle Canarie, ha visto un rilevante aumento dei passaggi e si è sviluppato un percorso totalmente alternativo sull’asse est-ovest, che dal Sahel (Agades, Gao, Bamako) si rivolge verso il Senegal e il Gambia, oppure verso la Mauritania, per raggiungere le Canarie dalla regione di Nouadhibou.
2. Gli antichi assi commerciali trans-sahariani hanno sempre rivestito un’importanza legata più all'informalità che agli scambi 'legali' e formalmente riconosciuti dagli Stati della regione. Le reti legate alla migrazione irregolare si sono generalmente sovrapposte a quelle tradizionali, sfruttandone le potenzialità, ma mantenendo apparentemente una sostanziale indipendenza. Esse sono generalmente costituite da organizzazioni locali, relativamente piccole e non legate al grande crimine internazionale. Piuttosto, si configurano come 'reti spontanee transnazionali', capaci di sfruttare le nuove possibilità offerte dalla tecnologia (Gps, cellulari, Internet) e, dove possibile, collegate a una facciata legale, nella forma di aziende di trasporto e agenzie di viaggi. Ovviamente, si giovano di collegamenti con una rete di interlocutori compiacenti o corrotti all’interno delle strutture dello Stato (personale dei posti di frontiera, polizie locali) e con figure che forniscono servizi ai migranti (dalle case dormitorio, ai beni di prima necessità, ai servizi legati al trasporto), che configurano un vero sistema economico legato alla migrazione.
Del sistema fanno parte ex migranti riconvertitisi al ruolo di intermediari per i loro compatrioti, con una varietà di mestieri e specializzazioni: dal consigliere per la preparazione del viaggio, a chi rivende documenti falsi, dagli intermediari delle case dormitorio, alla vendita di un posto-viaggio.
Gli snodi di questo sistema sono costituiti da città che hanno sperimentato negli ultimi anni, grazie anche alla migrazione, tassi di crescita importanti. NouadhibouAgadezTamanrasset hanno valorizzato la loro funzione di perno degli assi di comunicazione trans-sahariana o di luogo privilegiato di passaggio attirando, orientando e in certa misura generando i flussi.
I vari nodi della rete sono costituiti spesso da gruppi che hanno saputo sfruttare un vantaggio comparato, in termini di posizione o competenze, per entrare in un mercato estremamente lucroso. Per esempio, nelle aree di frontiera fra l’Algeria, la Libia e il Sahel, i tuareg, storicamente emarginati, valorizzano il loro 'capitale storico di mobilità' per monopolizzare il ruolo di conducenti dei camion che, stracarichi di persone, attraversavano la frontiera fra Niger e Libia, oppure, direttamente, quello di passeurs, che oltrepassano con i pick-up la pericolosa frontiera fra Niger e Algeria. In Senegal, invece, i pescatori hanno messo a frutto le loro competenze nel trasporto dei migranti verso le Canarie.
La posizione degli Stati del Maghreb rispetto al fenomeno è stata, negli ultimi decenni, ambigua. La migrazione è stata inizialmente tollerata, talvolta sollecitata, ma mai legalizzata. Sotto la pressione dei governi europei, per la straordinaria rilevanza assunta dal tema e, in alcuni casi, per il montare di fenomeni di xenofobia al proprio interno, questi paesi hanno adottato atteggiamenti più rigidi.
Fra il 2004 e il 2005, la Tunisia e il Marocco hanno, per primi, adottato leggi fortemente repressive della migrazione clandestina. Il Marocco ha inoltre notevolmente incrementato la collaborazione con la Spagna per il controllo delle frontiere terrestri di Ceuta e Melilla e delle acque territoriali. L’Algeria ha assunto una posizione piuttosto indefinita: ha rafforzato la pressione delle forze dell’ordine sui migranti irregolari (smantellando, tra l’altro, il campo di Maghnia, situato a circa 3 km dalla città, sul confine fra Algeria e Marocco, che si dice ospitasse più di 2 mila persone), ma non ha adottato strumenti legislativi nuovi per reprimere sistematicamente il transito sul proprio territorio. La Libia ha adottato una politica di collaborazione più diretta con l’Italia e i paesi europei per il controllo delle coste e delle frontiere, aprendo campi di detenzione/rimpatrio per l’espulsione dei migranti.
A parte il caso della Libia, gli altri Stati della regione rimangono più o meno riluttanti ad assumere fino in fondo il ruolo di 'guardiani indiretti' dei confini dell’Unione Europea, anche a causa - come nel caso del Marocco - della reazione dell’opinione pubblica. Al riguardo, va tenuto in conto il fatto che i canali della migrazione clandestina sono utilizzati da un gran numero di giovani maghrebini e, pertanto, il loro contrasto comporta un certo grado di impopolarità. Esiste, infine, un interesse geopolitico dei governi del Maghreb a mantenere buone relazioni con gli
Stati subsahariani.
Questi ultimi, a loro volta luoghi di origine e di transito dei flussi migratori, si trovano in una situazione contraddittoria, dal momento che le pressioni degli Stati europei si scontrano con vari protocolli internazionali a cui hanno aderito. Si tratta, in generale, di Stati deboli - con strutturali problemi di controllo del proprio territorio - e poveri, in cui la migrazione riduce la pressione sul mercato del lavoro, garantisce in prospettiva un flusso di rimesse fondamentale e genera, come visto, un ampio business, rilevante per le economie locali.
3. I flussi migratori dell’area sahariana hanno profili assai diversificati. Accanto alla tradizionale migrazione transfrontaliera, fenomeno costante nella storia della regione, negli ultimi decenni si è sviluppata una migrazione 'di lunga durata e di transito' verso l’Europa, cui, recentemente, si accompagna il fenomeno della migrazione 'irregolare e durevole', che interessa i migranti bloccati nei paesi del Maghreb a causa del fallimento dell’iter migratorio verso l’Europa.
La migrazione transfrontaliera riguarda paesi vicini (come Niger e Mali); quella di transito, che a volte si traduce in irregolare e durevole, assume caratteristiche diverse, condizionate dal paese di origine, dalla lunghezza del percorso migratorio, dalla ragione della partenza.
I modelli migratori, in realtà, non sono nettamente separati. Migranti con progetti diversi si trovano spesso a convivere negli stessi luoghi di snodo dei flussi, i progetti si modificano strada facendo, magari a causa delle difficoltà/opportunità incontrate lungo il percorso. L’Algeria e la Libia sono i paesi in cui i fenomeni sono maggiormente intrecciati. Secondo un’inchiesta realizzata nel 2006 dal Cisp e dalla Sarp in Algeria, circa il 57% dei 2.149 migranti intervistati aveva questo paese come destinazione. In questa percentuale pesano particolarmente i migranti provenienti dai paesi della frontiera sud (Mali e Niger). L’indicazione dell’Europa come destinazione cresce con i livelli di istruzione e decresce con l’età, a causa soprattutto delle fatiche e dei rischi, anche fisici, che affronta un migrante nel tentativo di raggiungere il Vecchio Continente. Spesso, la decisione di restare in Algeria è frutto del fallimento di ripetuti e prolungati tentativi.
Pur in presenza di tutte queste varianti, è possibile tracciare l’ipotetico profilo di un migrante irregolare in transito nella regione. Si tratta di una persona giovane (età fra i 20 e i 30 anni), maschio, alfabetizzato e spesso piuttosto istruito. Nonostante il loro peso crescente nell’ambito dei flussi migratori regionali, le donne sono presenti in modo ancora minoritario. Le ragioni della partenza sono, in primo luogo, la mancanza di reddito e di prospettive nel proprio paese, cui si aggiunge la convinzione di avere capacità inespresse, che possono trovare altrove una prospettiva adeguata. In questo senso, la mobilità viene vissuta in origine come un 'atto valorizzante'. La fuga da situazioni di conflitto o di minaccia, comunque, rimane la motivazione principale fra coloro che, partendo da paesi come la Repubblica Democratica del Congo o i paesi del Golfo di Guinea, intendono raggiungere l’Europa.
All’inizio, la migrazione è un impresa avviata individualmente. L’organizzazione in gruppi nazionali avviene generalmente lungo il percorso. Il livello di coesione e, in qualche modo, di impermeabilità della comunità agli attori esterni, dipende da vari fattori, ma il contesto di provenienza e l’estensione geografica della filiera migratoria sono particolarmente rilevanti.
Sovente, il progetto migratorio non è chiaro e definito fin dall’inizio: esiste un’ipotesi di partenza (ad esempio: andare in Europa) da cui nascono strategie operative 'in corso d’opera'. Si tratta di un processo che può durare mesi o, più
spesso, anni, caratterizzato spesso da itinerari circolari fra i diversi paesi, reiterati tentativi ed espulsioni alle frontiere da parte delle forze di polizia. Le decisioni sugli itinerari e sulle strategie sono orientate dalle risorse disponibili: ad esempio, un passaggio via mare da Laâyoune verso le Canarie costa fra i 1.000 e i 1.200 euro e viene considerato più 'sicuro' del tentativo di scavalcare le barriere di Ceuta e Melilla con scale costruite con il legname dei boschi che le circondano. Anche quando riesce, questo tentativo si conclude spesso con un’espulsione diretta e immediata
in territorio marocchino. Nel 2003 il costo di un tentativo di passaggio in barca dal Marocco alla costa spagnola era stimato fra i 500 e gli 800 dollari per i marocchini e fra gli 800 e i 1.200 per i migranti sub-sahariani.
In generale, le strategie migratorie vengono indirizzate dalla prospettiva dell’Eldorado mostrato dai canali televisivi satellitari e magari dai parenti/amici in Europa, ma poi si concretizzano tramite i passaparola e le informazioni che circolano all’interno del sistema migratorio. Le informazioni e la rete di relazioni di cui il migrante può disporre sono risorse strategiche, che si prestano a manipolazioni.
Mancano invece, generalmente, informazioni minime sulla legislazione europea e sulle condizioni dei migranti clandestini nel continente.
Durante il viaggio, la grande maggioranza vive eventi traumatici - furti, aggressioni, truffe - e soffre la fame e la sete. È comune l’esperienza di essere abbandonati dai passeurs nel deserto, a grande distanza dalla meta e costretti a proseguire a piedi. Nei paesi di transito e residenza temporanea, i migranti vivono in condizioni estremamente precarie, spesso alloggiati in campi o sistemati abusivamente in cantieri o nelle aree più marginali delle città (ad esempio nella kasba di Algeri), costantemente sotto la minaccia dei rastrellamenti da parte delle forze dell’ordine.
L’accesso ai servizi sanitari e all’istruzione per i minori è compromessa dalla stessa condizione di illegalità, anche quando il diritto alle cure viene teoricamente garantito, come nel caso dell’Algeria. Fenomeni di razzismo e xenofobia sono esperienza quotidiana.
Le società dell’Africa occidentale subsahariana investono oggi in maniera estremamente rilevante nella migrazione. Dal punto di vista socio-culturale, l’idea della migrazione è vissuta dai giovani come cruciale per migliorare il proprio status. Moltissime canzoni e un intero vocabolario sono nati intorno a questo fenomeno.
L’investimento è assai rilevante anche dal punto di vista economico. Il costo del percorso migratorio varia considerevolmente in base al paese di partenza e al mezzo scelto. In ogni caso, comporta il passaggio di varie frontiere, ripetuti tentativi e l’esborso di cifre consistenti per i trasporti, i passeurs, l’alloggio, la corruzione delle forze dell’ordine, il vitto. Considerando la durata del processo (da pochi mesi ad alcuni anni), anche tenendo in conto la possibilità di mantenersi e finanziare le tappe successive lavorando nell’economia sommersa dei paesi di transito, l’investimento iniziale può raggiungere alcune migliaia di euro. Questo esborso è, di norma, sostenuto dalla famiglia del migrante, anche se la decisione di partire mantiene una forte componente personale.
La rilevanza dell’investimento, se commisurato ai livelli di reddito dei paesi d’origine, comporta spesso la necessità di indebitarsi presso usurai, familiari o amici, che aspettano naturalmente un ritorno dalle rimesse. Non è escluso che la famiglia debba ulteriormente sostenere il migrante nel corso del tragitto. L’eventuale fallimento del progetto migratorio è un evento traumatico in termini economici e per lo status sociale della persona. Si spiega anche in questo modo il crescente fenomeno dei migranti che rimangono 'intrappolati' in paesi di transito e la resistenza
spesso feroce che essi oppongono ai rimpatri forzati.
4. Le politiche dell’immigrazione dell’Unione Europea e dei suoi Stati sono ancora focalizzate principalmente sui temi della sicurezza e della protezione dei confini.
L’Ue ha tentato di promuovere un approccio che garantisca un equilibrio fra misure di controllo e promozione di meccanismi di migrazione legale, prendendo atto della complessità del tema (che abbraccia aspetti politici, giuridici, economici) e puntando sulla negoziazione e la costruzione del consenso con gli Stati di origine e di transito.
Nei fatti, tuttavia, questo approccio non è riuscito a imporsi sulle politiche nazionali, che tendono a porre l’accento sul controllo e la repressione e a definire accordi bilaterali con gli Stati di origine e di transito. Inoltre, è evidente che, al di là delle dichiarazioni di principio, le risorse nel bilancio dell’Unione sono decisamente orientate verso le misure di law enforcement e di esternalizzazione del controllo della migrazione oltre i confini comunitari.
Il Mediterraneo e le acque intorno alle isole Canarie hanno visto uno straordinario sviluppo degli apparati di controllo e sicurezza, sia attraverso organismi multilaterali - quali l’Agenzia europea per il coordinamento dei controlli di frontiera
(Frontex) - sia attraverso l’azione dei singoli governi. Il controllo della migrazione è divenuto un ambito cruciale nelle relazioni fra l’Unione e gli Stati del Maghreb e dell’Africa sub-sahariana, in particolare per quanto riguarda gli accordi di riammissione di migranti irregolari bloccati sul territorio europeo o alle frontiere degli Stati membri.
L’inasprimento del quadro legislativo e delle azioni repressive da parte dei paesi del Maghreb non è esclusivamente riconducibile alla pressione da parte dei paesi dell’Unione Europea, ma risponde anche a dinamiche proprie dei paesi
interessati. Indubbiamente, però, la politica volta a sollecitare l’assunzione di un ruolo primario nel contenimento dei flussi da parte di paesi in cui lo Stato di diritto è debole, si è tradotto in ripetute violazioni dei diritti fondamentali della
persona e del diritto di asilo. Va poi considerato che, in alcuni casi - come quello di Algeria e Marocco - si è passati in pochi anni dallo status di paesi di origine dei migrati, a quello di paesi di origine, transito e destinazione. Di fronte a questa realtà, il quadro istituzionale, legislativo e culturale è ancora in gran parte da definire.
Intanto, l’impatto di queste misure sul sistema migratorio e sulle strategie dei migranti si sta dimostrando assolutamente rilevante, ma non necessariamente nel senso desiderato dai promotori delle politiche di rafforzamento del controllo. Le rotte migratorie tendono, come visto, a moltiplicarsi, obbligando a estendere i meccanismi di controllo ad aree sempre più vaste, con costi sempre più elevati.
Ad esempio, l’investimento previsto fino al 2008 per il Sistema Integral de Vigilancia Exterior (Sive) spagnolo è di 232 milioni di euro, senza contare il costo della mobilitazione degli apparati di sicurezza assegnati al controllo dei confini.
Questo straordinario spiegamento di forze produce effetti sulla singola rotta, riducendone l’utilizzo, ma non riesce a ridurre sostanzialmente la crescente pressione migratoria.
Sebbene, in generale, i migranti sembrino disposti ad affrontare rischi e investimenti sempre maggiori nella prospettiva di raggiungere l’Europa, esiste comunque un divario fra coloro che vengono intercettati dalle forze di polizia e di controllo e i numeri di coloro che vengono respinti, attraverso un sistema estremamente costoso, verso i paesi di transito e di origine. Coloro che, apparentemente contro ogni logica, si lanciano verso le barriere delle enclave spagnole in Marocco o cercano di eludere sistemi di controllo frontaliero sempre più sofisticati, lo fanno scommettendo sul crescente bisogno di immigrati delle società europee, specialmente nell’ambito dell’economia informale. Chi riesce, nonostante tutto, a entrare nella fortezza Europa, avrà comunque qualche probabilità di collocarsi nelle nicchie di una società opulenta, nonostante lo status di migrante irregolare.
La quantità di vittime fra gli aspiranti migranti nel Sahara o nel Mediterraneo dà il senso di questa disperata determinazione. Al di là degli effetti drammatici di una gestione securitaria del fenomeno migratorio, gli Stati membri e l’Unione Europea devono interrogarsi, oltre che sulla coerenza di tale gestione con i propri princìpi, anche sulla reale efficacia, nel lungo periodo, dei meccanismi di controllo messi in opera e sull’impatto di questi sulle dinamiche di sviluppo dell’Africa subsahariana.