Limes 2007-4-4930
di Antonio Golini
I flussi migratori sono destinati a crescere, insieme alle diseguaglianze mondiali. Con Schengen, l’Ue ha fatto il primo passo verso un approccio unitario al problema. Ma senza una comune politica degli ingressi, l’accordo diventa un boomerang.
1. Alla base dell'attuale vastissima seconda globalizzazione si ritrovano pressioni demografico-economiche ancor più forti di quelle che si registravano alla fine dell’Ottocento e ai primi del Novecento, cioè all’epoca della prima grande globalizzazione, largamente migratoria. A quell’epoca vigeva una grande libertà di movimento delle persone e un forte protezionismo nei confronti della circolazione delle merci; oggi, viceversa, si registra una progressiva liberalizzazione nel movimento delle merci e un crescente protezionismo nei confronti delle persone. Tale differenza si deve soprattutto al fatto che all’epoca della prima globalizzazione, in presenza di intensi squilibri demografico-economici, la disponibilità di vasti territori da popolare faceva sì che tanto lo sviluppo economico dei paesi di origine dei flussi migratori (in particolare europei), quanto quello dei nuovi mondi fossero fortemente legati alle migrazioni. Oggi, invece, lo sviluppo economico è legato in primo luogo alla liberalizzazione dei commerci, mentre l’assenza di mondi da popolare ostacola i flussi migratori. Le tabelle 1 e 2 rendono bene l’idea dell’importanza rivestita dalle migrazioni internazionali dalla fine dell’Ottocento ad oggi e di come per molti paesi, Italia compresa, l’inversione dei flussi migratori sia un evento estremamente recente - tanto che, al 2005, il numero di residenti italiani all’estero superava ancora quello degli stranieri residenti in Italia.

Europa e nuovi mondi.
Europa e nuovi mondi.

Alla luce degli immensi squilibri demografici ed economici attualmente esistenti - destinati, in prospettiva, ad accrescersi ulteriormente - non dovrebbe stupire che ogni anno si registri fra il Nord e il Sud del mondo un’emigrazione netta fra i 2 e i 2,5 milioni di persone. Piuttosto, ci si dovrebbe chiedere come mai emigrino in così pochi. Il fatto è che, nonostante tutto, emigrare comporta un investimento economico, psicologico e culturale notevole sia per chi intende partire, sia - specialmente oltre una certa soglia di afflusso rispetto alla popolazione autoctona per il paese di destinazione.
Le migrazioni si giocano quindi su una continua contrapposizione, quando non su un aperto 'conflitto', fra il diritto di una persona a lasciare il proprio paese, in primo luogo per motivi economici, e il diritto di uno Stato a salvaguardare la propria fisionomia etnico-culturale e l’armonia del proprio sviluppo economico.
Tale conflitto si va progressivamente accentuando per l’entrata in gioco, volontaria o involontaria, di due nuovi, ingombranti attori: i paesi di transito, che sempre più spesso svolgono il ruolo di trampolino di lancio per raggiungere la destinazione finale (come nel caso del Messico, affollato di latinoamericani diretti negli Stati Uniti e in Canada, e della Libia, affollata di africani subsahariani sulla rotta per l’Europa); e i trafficanti di manodopera, che sulla pelle e la disperazione dei migranti lucrano grandi quantità di denaro.
Nella partita delle migrazioni internazionali entrano però in gioco almeno altri quattro attori, non meno importanti dei primi: il paese d’origine, che può attuare politiche esplicite o implicite per incoraggiare i propri cittadini a partire, al fine di attenuare la pressione della manodopera in eccesso sul mercato del lavoro e acquisire fondamentali rimesse finanziarie; la famiglia di origine del migrante che, sotto il profilo psicologico-affettivo e, ancor più, sotto quello economico, può favorire o meno la partenza; la comunità di connazionali già insediata nel paese di destinazione, che forma la ben nota «catena migratoria» (oggi, grazie al telefono, assai più efficace e diretta di un tempo); e i datori di lavoro nei paesi di arrivo che, in assenza di manodopera autoctona, incentivano, tramite la domanda di lavoro, l’afflusso di immigrati, anche irregolari. Come elemento strumentale va poi considerata l’ampia disponibilità di mezzi di trasporto che, con frequenza e a prezzi molto più contenuti che in passato, collegano le diverse aree del mondo. Infine, non va trascurata l’influenza che su un singolo paese hanno le politiche migratorie di Stati terzi, la cui apertura o chiusura rispetto ai flussi migratori può modificare intensità e direzione degli stessi.

Italia come crocevia.
Italia come crocevia.

L’elencazione dei suddetti elementi, pur noti singolarmente, si rende necessaria ai fini di una visione complessiva dei processi migratori e della difficoltà che ogni paese di immigrazione incontra nel governarli. L’errore più frequente dell’opinione pubblica, dei media e finanche dei policy makers nei paesi di destinazione, è infatti quello di considerare come fattori esclusivi e determinanti nei confronti delle migrazioni da un lato il proprio diritto, come Stato sovrano, a regolare flussi e permanenza degli immigrati, dall’altro la forza che da questo diritto deriva, non tenendo conto dell’influenza degli altri elementi sui fenomeni migratori che si pretende di regolare.
2. Gli squilibri demografico-economici che si riflettono sul mercato del lavoro sono enormi: l’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil), stima che fra il 2000 e il 2010 la popolazione economicamente attiva del Nord del mondo passerà da 601 milioni di persone a 617, mentre quella del Sud del mondo, che ad oggi conta 2 miliardi e 347 milioni di persone, aumenterà di altri 445 milioni di unità, configurando un rapporto fra la crescita del Nord e quella del Sud di 1 a 28. In particolare, si stima che la popolazione economicamente attiva dell’Europa non registrerà incremento alcuno, mentre quella africana aumenterà di 99 milioni e quella di Cina e India di ben 155 milioni (tabella 3).

Popolazione economicamente attiva.
Popolazione economicamente attiva.

Questi dati forniscono una chiara evidenza della straordinaria crescita dell’offerta di lavoro nel Sud del mondo e della crescita ridottissima o negativa di molti paesi del Nord, a partire dall’Italia. Il problema che si pone quindi con drammatica forza, sia nel presente che nei decenni a venire, è quello di stabilire se ci saranno abbastanza lavoratori nel Nord e se si riuscirà a creare abbastanza lavoro, produttivo e «decente» (per utilizzare l’espressione dell’Oil) nel Sud. Con una differenza fondamentale: che l’immigrazione può contribuire anche in larga misura a risolvere la crisi demografica e di manodopera del Nord del mondo, mentre l’emigrazione, da sola, non può risolvere se non in piccola parte l’insieme dei problemi demografico-economici del Sud. Qui, infatti, solo la riduzione della disoccupazione (che secondo le cifre ufficiali supera i 190 milioni di persone) e della povertà da lavoro (relativa agli 1,3 miliardi di persone che, pur lavorando, vivono con 2 dollari al giorno) creerebbe le condizioni per uno sviluppo economico duraturo e per una riduzione della pressione migratoria. Sempre secondo l’Oil, il Medio Oriente e il Nordafrica costituiscono le regioni del mondo con il più alto tasso di disoccupazione, seguite dall’Africa subsahariana, nella quale il 63% della popolazione risulta impiegata in agricoltura (contro il 3% dell’Europa).
Alla luce di così imponenti squilibri, il fenomeno dell’emigrazione appare dunque perfettamente logico, sia nelle sue dimensioni, sia nella sua difficile controllabilità, specialmente in presenza di lunghe frontiere marittime. L’immigrazione irregolare, in particolare, appare difficile da frenare anche perché, se da un lato non si può controllare del tutto la concessione di visti pretestuosi per turismo, studio, affari e salute, è altresì impossibile tenere costantemente sotto controllo l’immigrato al quale è scaduto il visto d’ingresso, nonché (nel caso specifico dell’Unione Europea) controllare del tutto l’arrivo di immigrati irregolari da altri paesi Schengen, mancando peraltro un coordinamento efficiente tra i medesimi paesi in materia di concessione dei visti.
I flussi di irregolari e clandestini, che si aggiungono ai flussi di immigrati regolari, alimentano quindi un bilancio migratorio ben superiore a quello stimato ufficialmente dalle Nazioni Unite, nelle sue proiezioni demografiche, di 2,0-2,5 milioni di migranti l’anno. Ma si può ritenere che un flusso straordinariamente maggiore si avrebbe se le frontiere fossero del tutto aperte e se, quindi, le incognite fisiche, economiche, psicologiche, burocratiche legate all’avventura migratoria non risultassero così elevate.
Dopo anni di sostanziale disinteresse per la materia, legato alla riluttanza degli Stati a trattare in sedi multilaterali questioni ritenute di competenza nazionale, da qualche tempo si è sviluppato in seno alle Nazioni Unite un acceso dibattito sulle migrazioni come strumento di sviluppo economico, sia nei paesi di destinazione (per l’apporto che gli immigrati danno alle economie nazionali), sia nei paesi d’origine dei flussi (per effetto sia delle rimesse finanziarie, che nel 2005 hanno superato gli aiuti diretti allo sviluppo, che di quelle «sociali», costituite dalle nuove professionalità che l’emigrato acquisisce nel paese di emigrazione). Così, dopo un lunghissimo e assai travagliato lavoro istruttorio, l’Assemblea generale dell’Onu ha tenuto nel settembre del 2006 una sessione speciale dedicata a un «alto dialogo sulle migrazioni», che ha conseguito ridotti risultati operativi, ma che ha gettato le basi per proseguire la discussione.
3. Per stabilire quale e quanta immigrazione sia necessaria e/o utile e sostenibile per l’Europa e per l’Italia, è opportuno individuare gli obiettivi di una politica migratoria. Che possono essere i seguenti o un mix di essi: favorire l’incontro fra domanda e offerta di lavoro, in particolare nell’ambito di specifici settori produttivi; favorire, in generale, uno sviluppo economico sostenuto; favorire lo sviluppo o il risanamento economico di un settore specifico dell’economia, per esempio il settore informatico o il sistema pensionistico; sostenere il trend demografico, specie in paesi come Italia, Spagna, Germania o Giappone, caratterizzati da forte e prolungato deficit di fecondità.
Sul primo di questi obbiettivi i paesi europei hanno in genere impostato la loro politica, ma è illusorio pensare che esso possa essere perseguito con continuità, in assenza di una coerente politica di integrazione degli immigrati e di una parallela politica di controllo delle presenze temporanee (non tutti gli immigrati, infatti, vengono per restare tutta la vita).
A complicare le cose sono intervenuti, da un lato, l’accordo di Schengen e dall’altro, il consistente allargamento dell’Unione Europea, arrivata a 27 membri nel gennaio 2007. L’accordo di Schengen, consentendo la libera circolazione delle persone all’interno dei paesi aderenti, ha profondamente modificato il sistema delle migrazioni internazionali e, di conseguenza, le politiche migratorie degli Stati interessati, conferendo loro una dimensione sopranazionale prima sconosciuta. Dopo l’accordo, infatti, le frontiere esterne si sono spostate, nel senso che ora esse coincidono in gran parte con quelle dell’intera area Schengen. Tali frontiere, su cui preme un gran numero di aspiranti immigrati, risultano molto più facilmente controllabili quando sono costituite soltanto da aeroporti (com’è il caso della Francia), mentre lo sono molto di meno quando sono anche terrestri (com’è il caso della Polonia) e marittime (come nel caso dell’Italia). Al contempo, sono pressoché scomparsi i controlli alle frontiere nazionali interne all’area, circostanza di cui può beneficiare tanto un cittadino comunitario quanto uno straniero immigrato, regolarmente o clandestinamente.
L’accordo di Schengen ha quindi spiazzato la politica migratoria tradizionale, rendendola insufficiente e spingendo, pur non senza grandi difficoltà, verso una politica integrata. In quest’ambito, l’Italia (e i legami che quest’ultima intrattiene con i paesi di origine dei flussi migratori) risultano inseriti nell’area Schengen e, da qui, in quella più vasta dell’intera Unione Europea, la quale deve quindi farsi carico della regolazione dei suoi rapporti con i paesi di origine e/o di transito dei flussi.
Anche i singoli paesi di provenienza dei flussi si muovono in un sistema complesso, che li lega tanto ai paesi di destinazione quanto agli altri paesi di origine ed a quelli di transito. In questo quadro, l’allargamento dell’Unione ha reso Malta l’ambita terra di approdo di immigrati africani e mediorientali diretti in Europa, affiancandola a Lampedusa, alle enclaves spagnole in Marocco e alle isole Canarie.
A differenza di questi altri territori, tuttavia, parte di estesi Stati continentali, Malta - un paese di soli 400 mila abitanti, ad alta densità demografica - non può 'smistare' gli arrivi altrove: i clandestini che approdano sulle sue coste sono ricoverati presso l’unico centro di accoglienza dell’isola, che ne può ospitare solo 250. Da lì, non possono andare in nessun altro paese europeo, che li respingerebbe, né possono essere rispediti nei paesi africani di provenienza, per motivi politici e logistici; né, ancora, possono essere efficacemente respinti, mancando Malta di una marina militare sufficiente a bloccare tutte le imbarcazioni indesiderate ai limiti delle proprie acque territoriali. Ecco perché la Valletta sollecita con vigore la creazione di una 'vera' polizia di frontiera europea e, nel giugno 2007, ha avanzato al commissario europeo alla giustizia, Franco Frattini, una proposta volta a ripartire su tutti i membri dell’Unione le spese di salvataggio e l’onere di alloggio dei clandestini salvati in acque internazionali.
Il problema è che il modello di 'società dell’accoglienza', già messo ripetutamente alla prova nei decenni passati, sembra si stia incrinando. La moltitudine di latinoamericani che preme sul confine meridionale degli Usa è risultata incontenibile, nonostante i vari accordi con il Messico, paese di origine e transito dei vasti flussi provenienti dall’America centro-meridionale. E così, per tentare di arginare questa moltitudine, si sta costruendo un muro, che ha del paradosso: dopo aver contrastato per decenni il muro di Berlino, che serviva ad arginare l’emorragia demografica dalla Germania comunista, gli Usa si ritrovano ora a costruirne uno.
Per l’Europa, il Mediterraneo è diventato il nuovo 'muro', che divide il benessere socio-economico e la democrazia da un più o meno profondo ed esteso malessere.
Ma i clandestini arrivano comunque e si accumulano in misura straordinaria in entrambe le aree, fino agli attuali 12 milioni negli Stati Uniti e ai 4-5 milioni nell’Unione Europea (di cui, si stima, 500-600 mila solo in Italia), alimentando il dilemma e le lacerazioni politiche riguardo al migliore atteggiamento da adottare, tra ignorare il problema, 'rimandarli a casa', anche con la forza e sanarne lo status. Forse, la soluzione migliore risiede in un mix dei tre approcci, con una preferenza per il terzo, insieme, per quanto possibile, ad un più efficace controllo delle frontiere.
Infatti, soltanto il pieno inserimento degli immigrati nel contesto nazionale e locale, per quel che riguarda il lavoro, la casa, l’istruzione, il ricongiungimento familiare, la possibilità di mobilità sociale e professionale ascendente, per se stessi ma soprattutto per i propri figli, è in grado di prevenire l’emarginazione degli immigrati stessi e i connessi fenomeni di devianza sociale. Al riguardo, tuttavia, uno dei problemi più rilevanti per l’Italia deriva proprio dalla crescita straordinariamente veloce della popolazione straniera, che non facilita una fruttuosa interazione fra popolazione autoctona e immigrata.
Per di più, i modelli di integrazione finora sperimentati - quello americano, quello francese, quello tedesco - appaiono oggi in grave crisi, ragion per cui, anche in quei paesi, si punta ad un’integrazione 'ragionevole', basata su due capisaldi: la salvaguardia dell’integrità della persona (integrità piena per gli immigrati regolari e un livello di integrità 'minimo' per gli irregolari); l’interazione con la comunità nazionale in un quadro minimo di sicurezza e pluralismo.
Questo tipo di approccio sembra emergere dall’esame della stampa etnica pubblicata in Italia, la cui abbondanza suggerisce che, invece di incoraggiare una piena integrazione degli immigrati nella società italiana, si stia andando verso un tipo di coesistenza che richiama il modello multiculturale, con ridotto interscambio tra comunità autoctona e immigrata.
In tutti i paesi europei, tuttavia, particolare attenzione continua ad essere riservata all’integrazione delle seconde generazioni, che alimentano - in positivo o, in qualche caso, in negativo - le interazioni sociali e culturali tra la popolazione autoctona e quella immigrata. In tal modo, la società ospitante prende coscienza dell’irreversibile trasformazione che sta vivendo. In Italia, fra il 1994 e il 2004 le nascite straniere denunciate in anagrafe sono cresciute di circa il 500%, passando da 8.028 (1,5% del totale) a circa 48 mila (9% circa del totale). Tuttavia, salvo che nel settore scolastico, in Italia la riflessione politica e sociale sulle seconde generazioni è appena agli inizi.Una delle più gravi questioni irrisolte è quella dei minori presenti irregolarmente sul territorio, con la famiglia o, in molti casi, da soli. L’Italia ne ha previsto una parziale integrazione di fatto attraverso l’istruzione obbligatoria (e l’assistenza sanitaria). Quanto a lungo possono tali bambini rimanere in posizione irregolare frequentando per otto anni la scuola italiana? E ancora, si possono tenere in posizione irregolare i loro genitori? Si possono tenere questi ragazzi, 'italiani' in tutto, senza cittadinanza fino al 18° anno di età? E allora, quando e come concedergliela?
Il modello d’integrazione statunitense, che attraverso la concessione della cittadinanza mirava a coniugare il rispetto delle radici culturali dell’immigrato con la sua nuova identità americana, ora risulta appannato, perché, in piena globalizzazione, la cittadinanza non è sempre vista da chi arriva negli Usa come una scelta ambita, necessaria e irreversibile. Nella stessa Europa, si parla sempre più spesso di «associazione», piuttosto che di piena integrazione. Una via di uscita potrebbe essere l’incentivazione di forme di immigrazione temporanea, che consentano all’immigrato di contribuire, attraverso le rimesse, alla crescita economica del paese d’origine, al quale in prospettiva fare ritorno. Per non ripetere tuttavia gli errori dell’esperienza tedesca del «lavoratore ospite», la migrazione temporanea andrebbe preliminarmente inquadrata in rigorosi accordi bilaterali con i paesi di origine.
Ipotesi, queste, allo studio da parte dell’Onu e dell’Ocse.
4. L’immigrazione sta fornendo un contributo essenziale alla soluzione dei nostri problemi demografici (declino delle nascite e invecchiamento), economici (carenza di mano d’opera per alcuni lavori e in alcune zone del paese), assistenziali (cura dei bambini e degli anziani, specie non autosufficienti). Non è, però, una soluzione a costo zero. Richiede impegno e contributi da parte di tutti: delle autorità europee che devono saper dar vita, nonostante l’indifferenza (quando non l’aperta ostilità) dei paesi nordici, ad una vera politica europea dell’immigrazione, volta a regolare i flussi, favorire l’immigrazione temporanea, creare una coscienza sopranazionale del problema; delle autorità nazionali, su cui grava l’onere di impostare politiche organiche dell’immigrazione e della cittadinanza, in un’ottica di cooperazione multinazionale; delle autorità locali, in prima linea nell’affrontare l’impatto dei flussi migratori e dei loro risvolti, come l’emergenza abitativa; dei datori di lavoro, che devono essere messi in grado di impiegare mano d’opera regolare; dei media, che dovrebbero sforzarsi di mettere in luce il contributo positivo degli immigrati e di dar voce alle loro esigenze; delle singole famiglie, che dovrebbero sempre tener presente quanto il loro tenore di vita si giovi del contributo degli immigrati; degli stessi immigrati che, essendo messi in condizioni di farlo, dovrebbero sforzarsi di dare al paese ospite il meglio di sé.
L’immigrazione straniera richiede quindi una collettiva assunzione di responsabilità – a livello comunitario, nazionale, regionale. Affinché ciò sfoci in provvedimenti efficaci, tuttavia, è importante che alla piena consapevolezza dei processi migratori si uniscano la definizione di obiettivi realistici, la creazione di procedure efficienti e trasparenti e l’acquisizione di informazioni statistiche adeguate riguardo ai flussi, agli stock demografici e alle dinamiche di coesistenza.
In una prospettiva di medio-lungo periodo, il puzzle potrà forse essere parzialmente ricomposto mediante la costituzione di 4 o 5 organismi internazionali di dimensione regionale (uno euroafricano, uno panamericano, uno che abbracci il subcontinente indiano e un quarto relativo all’area del Pacifico e del lontano Oriente), in ciascuno dei quali la circolazione delle persone e delle merci sia regolata da accordi che tendano a ridurre al minimo gli effetti nefasti di una gestione atomizzata dei fenomeni migratori.