Limes 2007-4-4927
di Luca Muscarà
Il contesto delle migrazioni alla scala globale aiuta a comprendere
e a relativizzare l’aumento dei flussi migratori verso l’Europa.
Le diaspore transnazionali come risorse per adattare lo Stato nazionale alla globalizzazione. Inutile tentare di chiudersi.

1. La globalizzazione avanza attraverso l’espansione dei mercati e l’integrazione economica mondiale. Tuttavia la sfida allo Stato nazionale procede ugualmente grazie alla diffusione delle diaspore internazionali. Non solo quelle storiche di ebrei, greci o armeni, ma quelle contemporanee: cinesi, indiane, filippine, latinoamericane, europee e africane.
Senza contare i clandestini, le naturalizzazioni e le generazioni successive, i più recenti dati Onu sulle migrazioni internazionali stimano che circa 200 milioni di persone vivano al di fuori del paese in cui sono nate. Si tratta di una cifra che corrisponde alla somma delle popolazioni di Italia, Francia e Germania. La loro distribuzione alla scala macro-regionale risulta evidentemente squilibrata. Anzitutto sul piano demografico: 64 milioni si trovano in Europa (Russia inclusa), 53 milioni in Asia, 44 milioni in Nordamerica, 17 milioni in Africa, mentre altri 6 milioni circa sono in America Latina e 5 in Oceania. Anche sul piano economico, a differenza di quarant’anni fa, la maggior parte dei migranti si trova oggi nelle nazioni più sviluppate: gli Stati più ricchi sono passati da 35 milioni (1960) a oltre 120 milioni di migranti (2005), più che triplicando la propria quota di stranieri.
Secondo Clark, tre sono le direzioni principali dei flussi migratori alla scala globale:a) verso l’Europa occidentale, provenienti da Africa, Europa orientale e Russia; b) verso l’America settentrionale, provenienti dall’America centrale e dall’Asia; c) verso il Medio Oriente, provenienti soprattutto da Filippine, Indonesia e India.

La pressione demografica
La pressione demografica

A questi tre flussi principali vanno poi aggiunti diversi flussi migratori all’interno del Sud-Est asiatico e quelli cosiddetti Sud-Sud, interni all’Africa e all’America meridionale.
I pattern e le tendenze delle migrazioni si mantengono piuttosto stabili alla scala nazionale riguardo ai paesi d’origine e ai paesi di destinazione dei migranti.
Ad eccezione della diaspora cinese, distribuita tra 130 Stati (il 70% dei cinesi all’estero risiede in Indonesia, Thailandia, Malaysia e Singapore, importanti comunità cinesi si trovano in Vietnam, Stati Uniti, Filippine e Canada) e, in misura minore, di quella filippina con circa tre milioni di migranti nelle Americhe e in Asia e circa ottocentomila in Europa, la tendenza generale è quella ad inviare verso destinazioni specifiche i propri compatrioti.
L’analisi dei dati migratori in Europa indica che nel suo insieme essa è divenuta una meta globale. In termini assoluti le maggiori presenze di stranieri in Europa si rilevano in Russia (12 milioni), Germania (10 milioni), Ucraina (7 milioni), Francia (6,4 milioni), Regno Unito (5,4 milioni) e Spagna (4,8 milioni). Le diaspore transnazionali sono inoltre divenute una componente fondamentale del cambiamento demografico nella maggior parte dei paesi, la principale in molti di essi. L’Europa centroccidentale, compresi Balcani e Turchia, al 2006 conta infatti una popolazione di circa 594 milioni di abitanti, dei quali 462 all’interno dell’Unione Europea a 25 (senza Bulgaria e Romania). Poiché la crescita naturale europea è pari allo 0,07%, ne risulta che in Europa quasi tutta la crescita demografica è dovuta al contributo dei migranti.

Popolazione mondiale
Popolazione mondiale
Dal 1960 i migranti internazionali si sono infatti moltiplicati di 4,5 volte.
Tuttavia la crescita più rilevante riguarda l’Europa meridionale (8,2 volte).
Gli Stati mediterranei sono infatti divenuti un’importante meta di migrazione netta. Se nel periodo considerato l’Italia ha più che triplicato i propri residenti nati all’estero, Grecia, Spagna e Portogallo hanno addirittura moltiplicato per venti la propria quota di stranieri. Persino l’Europa dell’Est, all’origine di importanti flussi in uscita, ha ricevuto negli ultimi vent’anni notevoli quantità di immigrati sia per lavoro che per ricongiungimenti familiari, come in Russia e in Slovacchia.
Per quanto riguarda le origini dei gruppi di migranti che oltrepassano il mezzo milione (escluse le naturalizzazioni) in Europa vi sono complessivamente circa 3,3 milioni di ex jugoslavi, 2,8 milioni di turchi, 1,2 milioni di marocchini e 0,7 milioni di algerini, suddivisi in undici Stati dell’Europa occidentale. In genere, le diaspore tendono a privilegiare una destinazione principale. Così, il 74,1% dei migranti turchi e il 60,2% degli ex jugoslavi si trova in Germania. Il 92,6% degli algerini risiede in Francia, mentre il Regno Unito ospita il 59,3% della diaspora indiana, il 53,4% di quella irachena e il 45% di quella pachistana.
Migranti internazionali.
Migranti internazionali.
Nelle Americhe la situazione è dicotomica: in America Latina, già meta di grandi migrazioni, gli unici Stati con un saldo positivo sono Costa Rica, Panamá, Venezuela e Cile. In tutti gli altri casi i flussi in uscita oggi superano di gran lunga quelli in entrata e si dirigono principalmente verso Stati Uniti (15 milioni), Europa (2 milioni), in particolare Spagna e Italia, Canada (mezzo milione) e Giappone (300 mila).
Opposta è la situazione dell’America settentrionale. Dal 1960 i residenti negli Stati Uniti nati all’estero sono quadruplicati, giungendo oggi a circa 38 milioni di stranieri, pari a circa un ottavo della popolazione. Tuttavia se oltre ai nati all’estero dovessimo includere anche la prima generazione, avremmo circa 50 milioni di persone, pari a circa un sesto della popolazione totale degli Stati Uniti. Negli Usa gli ispanici rappresentano oltre la metà degli stranieri e i messicani in particolare costituiscono il nucleo più importante. Tuttavia un quarto dei flussi proviene dall’Asia: Cina, Corea, Giappone, India e Filippine costituiscono una presenza rilevante e in aumento. Solo il 13% arriva dall’Europa.
In Canada sono oltre sei milioni i residenti che risultano nati all’estero, quasi un canadese ogni cinque. Si tratta di una delle quote mondiali di stranieri più alta dopo l’Australia e per questo, oltre che per ragioni storiche e culturali, le politiche del Canada nei confronti delle diaspore transnazionali sono oggi tra le più esemplari. La loro composizione è tuttavia mutata: se fino al 1960 oltre il 90% di essi proveniva dall’Europa, oggi la quota europea costituisce solo il 30%, mentre i migranti provenienti da Asia e Pacifico rappresentano quasi la metà dei residenti stranieri.

Nati all'estero
Nati all'estero

In Asia gli Stati con un saldo positivo sono, oltre alla Russia asiatica, Giappone, Hong Kong, Singapore, Malaysia, Myanmar e Timor Est. Mentre i principali saldi negativi si registrano in Cina, in tutte le repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale, nell’Asia centro-meridionale, in Indonesia, Filippine e Iran.
I flussi più spettacolari in entrata sono verso i paesi del Golfo, dove la richiesta di manodopera per l’estrazione del petrolio e l’edilizia ha portato circa 15 milioni di persone: 6,5 milioni in Arabia Saudita e 3,2 negli Emirati Arabi Uniti (su una popolazione totale di 4,4 milioni); in Iran i nati all’estero sono 2 milioni e in Kuwait 1,6 milioni (su una popolazione di 2,6 milioni). Un altro milione di migranti è tra Qatar e Bahrein. Le aree di origine di questi flussi sono l’Asia centro-meridionale, Egitto, Yemen, Giordania e Sudan.
Sempre nell’Asia sudoccidentale vi sono quasi 3 milioni di stranieri in Israele (su una popolazione di circa 7 milioni) e 2,4 milioni - per la maggior parte profughi - in Giordania (su una popolazione di 5,6 milioni).
2. Le spiegazioni di un fenomeno così accelerato sono necessariamente molteplici.
Le diaspore internazionali possono essere considerate il prodotto delle disparità economiche in termini di opportunità e redditi tra paesi di origine e paesi di destinazione. Tuttavia, tra le motivazioni non economiche gli aspetti demografici e quelli geopolitici sono ugualmente centrali, senza tralasciare l’attrazione di natura culturale nei confronti di paesi percepiti non solo come più ricchi, ma anche come più moderni e liberali. Infine anche le politiche degli Stati ospiti nei confronti dell’immigrazione hanno il loro peso, specie riguardo i ricongiungimenti familiari.
Approcci recenti hanno evidenziato come la disoccupazione nei luoghi di origine alimenti soprattutto in un primo tempo le migrazioni verso quei mercati dove il lavoro è meglio remunerato, mentre in un secondo momento sia la presenza di reti di parentela ad aumentare i flussi, anche a causa delle politiche che privilegiando la migrazione di famiglie facilitano i ricongiungimenti familiari. Così, soprattutto negli ultimi tre decenni, i flussi migratori hanno creato vasti stock di immigrati in Europa e in Nordamerica, che a causa dei ricongiungimenti familiari sono aumentati come funzione dello stock di immigrati esistenti. Tuttavia il comportamento dei migranti è fluido a seconda dell’orgine: a differenza di induisti e sikh in Gran Bretagna, i musulmani del Kashmir presenti nel Regno Unito si sposano solo all’interno di chiuse reti familiari, e ciò spiega perché i flussi in entrata da questa regione continuino anche dopo il processo iniziale di ricongiungimento familiare.
Due aspetti principali influiscono oggi sui flussi migratori: da un lato il crescente invecchiamento della popolazione in Europa, Nordamerica e Giappone, dall’altro la crescita della popolazione più giovane di Africa, India e Cina. Questa popolazione più giovane e più numerosa, grazie a una crescente mobilità, migra dunque alla ricerca di opportunità di lavoro (migrazioni sostitutive). Non a caso i contributi maggiori ai flussi migratori internazionali provengono da paesi asiatici: dalla Cina (30-40 milioni), dall’India (20 milioni) e dalle Filippine (7,7 milioni). E se per i primi due Stati le dimensioni ultramiliardarie delle rispettive popolazioni possono rendere conto delle relative diaspore, per le Filippine (85 milioni di abitanti) la spiegazione risiede quasi esclusivamente nel tasso annuo di crescita demografica, tra i più alti dell’Asia, che si combina con le reti mondiali di solidarietà della Chiesa cattolica.
Tuttavia, negli ultimi quarant’anni è la popolazione dell’Africa subsahariana ad essere aumentata più rapidamente di quella di qualsiasi altra regione del mondo.
Elevati tassi di fertilità ne fanno la principale fonte di crescita della popolazione mondiale anche nei prossimi vent’anni, nonostante l’elevata diffusione dell’Hiv/Aids. Così, secondo le statistiche Onu, la popolazione totale dell’Africa dovrebbe passare dagli attuali 876 milioni ad almeno 1,1 miliardi nel 2025, ed è dunque da questa regione del mondo che è verosimile attendersi il contributo più rilevante alle future migrazioni.
Per il cosiddetto mondo sviluppato, Clark prevede dunque il crescente avvento di una popolazione duale: da un lato quella di cittadini nativi che progressivamente invecchiano, dall’altro una gioventù di migranti nata all’estero.
3. Anche le crisi di natura geopolitica e ambientale hanno da sempre contribuito a diaspore e migrazioni. Alla scala globale esistono oggi 10 milioni di rifugiati internazionali, metà dei quali minorenni. Vi sono inoltre almeno 15 milioni di sfollati all’interno degli Stati nazionali e 6 milioni di apolidi, persone prive di cittadinanza nazionale. La quota maggiore dei rifugiati assistiti dall’Unhcr si trova in Asia (4,6 milioni), 2,5 milioni sono in Africa, 1,7 milioni in Europa e quasi un milione in Nordamerica e Caraibi. Dei rifugiati giunti in Europa, ben 700 mila hanno trovato accoglienza in Germania, 303 mila nel Regno Unito e 137 mila in Francia.
Mentre 400 mila sono arrivati negli Stati Uniti e 150 mila in Canada. Osservati più in dettaglio questi dati offrono una mappa piuttosto accurata dell’impatto dei principali conflitti degli ultimi decenni. Dei 4,3 milioni di rifugiati palestinesi assistiti dalla Unrwa, la sola Giordania ne accoglie 1,8 milioni (un terzo della sua popolazione totale), quasi un milione sono in Siria e Libano, mentre 1,7 milioni di profughi sono nella stessa Palestina. La porosità dei confini tra Siria, Libano e Giordania rende molto difficile controllare i flussi tra questi Stati: è noto come le armi impiegate durante il conflitto della scorsa estate siano entrate in Libano proprio dalla Siria, e si stima che nell’ultimo anno siano transitate attraverso quel confine in media circa 1.600 persone al giorno.
Alla fine del 2005 il conflitto in Afghanistan aveva prodotto 2,2 milioni di rifugiati, pari a oltre un quarto del totale mondiale dei profughi assistiti. La metà dei quali rifugiati nel solo Pakistan, mentre la guerra con l’Iraq prima e il cambio di regime poi hanno spinto settecentomila rifugiati in Iran. Si calcola che nella sola regione del Balucistan si trovino 25 mila rifugiati, in parte afghani in parte cittadini baluci sfollati a causa dei bombardamenti del governo pachistano.
Anche in Africa, la mappa dei rifugiati all’estero a fine 2005 ricalca quella dei recenti conflitti. Oltre 1,1 milioni di rifugiati sono in Africa centrale e nella regione dei Grandi Laghi, 857 mila nel Corno d’Africa e 273 mila in Africa occidentale.
Quasi 700 mila rifugiati provengono dal Sudan e oltre 400 mila dalla Somalia. Ad essi vanno tuttavia aggiunti quasi 5 milioni di sfollati all’interno dei rispettivi confini nazionali a causa delle crisi di Dårfûr e Somalia. Dal Burundi provengono 439 mila rifugiati e dal Congo 431 mila. Tra i paesi africani che ne accolgono il maggior numero, 548 mila rifugiati sono in Tanzania, 393 mila in Ruanda, 275 mila in Ciad, 257 mila in Uganda, 251 mila in Kenya, 204 mila in Congo, 155 mila in Zambia, 147 mila in Sudan e centomila in Etiopia.

Numero di rifugiati (stima).
Numero di rifugiati (stima).

Gli attentati dell’11 settembre 2001 hanno portato a un aumento delle misure di controllo per combattere l’immigrazione clandestina ai confini nazionali. Se il confine meridionale degli Stati Uniti rappresenta il principale punto di ingresso per i clandestini provenienti dall’America centrale e meridionale, il confine settentrionale con il Canada è invece il principale accesso per i migranti illegali provenienti dall’Asia. Dei circa 35 milioni di residenti negli Usa nati all’estero, oltre 11,5 milioni sono privi di documenti e la metà di essi proviene dal Messico. Si stima che ogni anno entrino negli Stati Uniti da 500 a 700 mila migranti illegali. Di questi circa 7,5 milioni sarebbero entrati negli ultimi 10 anni. E secondo i consolati messicani negli Usa, circa 400 messicani muoiono ogni anno tentando di attraversare il confine con gli Stati Uniti.
In Europa le cifre sono meno certe, ma alla fine degli anni Novanta si stimavano oltre 3 milioni di migranti illegali nell’Ue. Mentre secondo le stime dell’Office of International Migration i migranti illegali in Europa sarebbero 8 milioni, e crescerebbero ad un ritmo di circa 500 mila l’anno. In particolare l’Ue attrae migranti clandestini dall’Africa e dall’Europa orientale. Si stima che la presenza di migranti illegali sia dell’ordine di 800 mila persone in Italia, 570 mila nel Regno Unito, 500 mila in Germania e 300 mila in Francia. L’International Centre on Migration Policy Development stima che circa 2 mila migranti muoiano ogni anno tentando di attraversare il Mediterraneo per raggiungere l’Europa dall’Africa. I confini più critici per le migrazioni clandestine provenienti dall’Africa sono infatti quelli marittimi (Spagna meridionale e Italia) e quelli polacchi per le migrazioni provenienti dall’Est.
Infine, sebbene la piaga del traffico di persone stia aumentando anche tra macroregioni, la maggior parte di esso ha luogo all’interno delle diverse macroregioni.
Secondo il Dipartimento di Stato americano, circa due terzi delle vittime globali di questo traffico vengono trasferite all’interno delle macroregioni dell’Asia orientale e del Pacifico (260-280 mila) e all’interno di Europa ed Eurasia (170-210 mila).
4. Nel complesso tali movimenti alla scala globale portano necessariamente trasformazioni alla scala locale, della comunità e del vicinato. La maggior parte dei migranti segue infatti la tendenza globale all’urbanizzazione. Se al 1950 la popolazione urbana era un terzo circa del totale, oggi ha superato la metà (nel mondo sviluppato rappresenta circa il 75%, mentre è circa il 43% nel mondo in via di sviluppo).
Per questa ragione le città e le aree urbane sono aumentate sia come numero che come dimensioni, a un ritmo di 60 milioni l’anno. Intere sezioni di Londra sono divenute albanesi, somale o ucraine. Tale aumento è visibile in particolare nei paesi in via di sviluppo, dove le città sono cresciute ad un ritmo da due a tre volte maggiore della crescita urbana mondiale. Tuttavia non sono solo le grandi conurbazioni ad attrarre i migranti. Uno dei mutamenti più interessanti nella distribuzione dei flussi migratori all’interno dell’Europa meridionale riguarda il fatto che città relativamente piccole, con forti tradizioni urbane, siano divenute destinazione privilegiata di una molteplicità di nazionalità e di tipi di migranti.

Rifugiati in rapporto con i nati all'estero.
Rifugiati in rapporto con i nati all'estero.

Tale crescita è naturalmente portatrice di problemi, dall’incapacità di gestire dei flussi così massicci di persone in entrata, al mancato riconoscimento da parte dei governi centrali del peso che un’immigrazione rapida e sostenuta riversa sulle comunità locali che le accolgono, alle tensioni e alle proteste della popolazione locale.
Tuttavia va riconosciuto anche il ruolo svolto dai migranti sia come contributo alla prosperità dei paesi di accoglienza che nel promuovere lo sviluppo e la riduzione della povertà nei paesi di origine. Le diaspore transnazionali dovrebbero divenire una parte integrale delle strategie nazionali, regionali e globali per la crescita economica, sia nel mondo in via di sviluppo che in quello sviluppato. Nei paesi di origine, le migrazioni all’estero rappresentano infatti non solo una strategia di sopravvivenza per i lavoratori esclusi dal mercato del lavoro, ma anche una sorta di investimento nel futuro, dato che le famiglie inviano rimesse in denaro nei luoghi di origine come strategia di sopravvivenza sul lungo periodo. Nel 2004 i migranti internazionali provenienti dall’America Latina hanno inviato in patria oltre 41 miliardi di dollari in rimesse. I migranti provenienti dall’Asia orientale e dal Pacifico, circa 39 miliardi; 30 miliardi di dollari sono rientrati in Asia meridionale e 223 miliardi in Medio Oriente e nel Nordafrica.
Secondo l’Ocse nel 2004 gli investimenti nella Repubblica Popolare Cinese da parte della diaspora contavano circa il 45% degli investimenti esteri diretti in Cina.
Nelle Filippine l’occupazione all’estero è una parte vitale dell’economia nazionale: nel 2004 questi migranti hanno inviato in patria rimesse per 8,5 milioni di dollari, contribuendo quasi al 10% del pil.
Il Marocco di recente ha realizzato un progresso significativo nello sviluppo economico e sociale, grazie anche alle rimesse della propria diaspora. Secondo la Banca Mondiale, il reddito lordo pro capite è più che raddoppiato dagli anni Settanta, passando da 550 a quasi 1.200 dollari l’anno. Tale mutamento economico trova riscontro anche negli indicatori socio-demografici: con un aumento dell’aspettativa media di vita, che è passata dai 55 anni del 1970 ai 68 del 2001, e con un numero di figli medio per donna che è diminuito da 6,3 a 2,8 nello stesso periodo.
Nonostante l’Africa subsahariana riceva la più bassa quota di rimesse di tutte le regioni in via di sviluppo, l’impatto locale di queste ultime è molto significativo.
I redditi dei nuclei familiari in Somalia sono raddoppiati dalle rimesse; mentre i trasferimenti di denaro costituiscono l’80% del reddito dei nuclei familiari rurali in Lesotho.
Tuttavia recenti ricerche mostrano che il 42% dei lavoratori domestici ha ridotto le rimesse in patria dopo aver ottenuto il diritto giuridico a risiedere in Gran Bretagna. Viceversa bosniaci ed eritrei hanno aumentato le rimesse in patria dopo aver ottenuto lo status di rifugiati, perché potevano lavorare, ricostruire i propri collegamenti professionali ed erano certi del proprio diritto a restare.
Non si deve infine ritenere che le migrazioni internazionali riguardino solo gli strati più poveri della popolazione. Negli Stati Uniti ad esempio i migranti internazionali sono presenti in tutti i settori dell’economia. Nell’edilizia e nell’industria dei servizi alla persona i nati all’estero rappresentano la maggioranza degli occupati e costituiscono una quota consistente degli occupati nell’agricoltura. Se quasi due terzi dei clandestini ha meno di 35 anni e quasi due terzi non ha frequentato le scuole superiori, tra i migranti legali si verifica il contrario: quasi il 70% ha più di 35 anni e la metà circa possiede un diploma o una laurea. I nati all’estero rappresentano oltre il 14% dell’occupazione nelle professioni mediche e in quelle ingegneristiche e scientifiche. Persino in Italia ogni anno circa 6 mila laureati vengono reclutati e cooptati da università e centri di ricerca di tutto il mondo, senza peraltro essere compensati da un flusso opposto di laureati stranieri, a causa dei bassi compensi e delle difficoltà di accesso e di carriera nell’università e nella ricerca.
Tuttavia, tra i migranti qualificati non sempre l’investimento in formazione porta i benefici attesi nel paese di origine. La migrazione di personale nelle professioni sanitarie ha ad esempio un grande impatto sul settore sanitario dell’Africa subsahariana. Nel solo mercato del lavoro britannico, dal 2000 sono stati registrati quasi 16 mila infermieri africani. Solo 50, però, dei 600 medici educati in Inghilterra dall’epoca dell’indipendenza dello Zambia (1964) lavorano oggi in quest’ultimo Stato, e si stima che vi siano più medici del Malawi che praticano la professione a Manchester che non nel loro paese di origine.
5. Secondo uno studio della divisione popolazione dell’Onu, l’integrazione delle diaspore nelle società di accoglienza dipende in primo luogo dalla conoscenza della lingua nazionale, dalla capacità di trovare un’occupazione compensata, dallo status giuridico, dalla partecipazione alla vita civile e politica, oltre che dall’accesso ai servizi sociali. Naturalmente vanno considerati anche il contesto del paese di accoglienza, la sua storia, la sua cultura, la sua economia, la struttura dei suoi insediamenti, oltre alla forza delle identità locali, all’intensità del discorso nazionalista, alla velocità del cambiamento.
Una comunità nazionale la cui identità non sia messa in crisi da velocità e intensità dei flussi migratori è - entro certi limiti - più disponibile a vedere i vantaggi locali offerti dalla presenza di diaspore al proprio interno e tollera meglio le differenze culturali. Viceversa una comunità nazionale la cui identità sia in crisi - anche quando veda i vantaggi economici legati alla presenza di un certo numero di migranti al proprio interno - vivrà tale presenza come una minaccia e tenderà pertanto sia a una minore tolleranza che a imporre maggiori dispositivi di controllo alle frontiere.
L’ideale utopico di una cittadinanza cosmopolita è ancora ben lontano dalle lotte delle giovani minoranze etniche spesso segregate nei quartieri operai o alle periferie delle grandi metropoli. Negli Stati Uniti, la cui storia nazionale è in buona parte una storia di migrazioni, e dove vi sono città come Los Angeles dove si parlano 123 lingue, le diverse diaspore mantengono spesso confini spaziali distinti all’interno delle maggiori città, anche se le vite dei migranti di diversa etnia si sovrappongono in alcuni quartieri. I riots di Los Angeles del 1992 furono di natura interetnica e in soli sei giorni provocarono 53 morti, oltre 4 mila feriti, 12 mila arresti, 3.600 incendi, 1.100 edifici distrutti e danni alla proprietà per oltre un miliardo di dollari.
Anche la vicenda delle migrazioni dalle ex colonie dei paesi europei ha spesso dato vita a tensioni tra gli ultimi arrivati e le popolazioni locali, dagli storici riots di Notting Hill che incendiarono quel quartiere di Londra nel 1958, agli scontri del 2005 nelle banlieues francesi, che hanno prodotto danni per 250 milioni di euro, hanno mostrato il fallimento di quelle politiche urbane francesi che pure hanno identificato oltre 750 quartieri a rischio, 150 dei quali nella sola Parigi.
Tuttavia non saranno certo le misure volte a ridurre i ricongiungimenti familiari, come quelle progettate da Sarkozy, a risolvere queste difficoltà. Al contrario, è errato credere che la rottura con la comunità di origine acceleri l’integrazione nel nuovo paese. Diverse ricerche mostrano infatti che migranti e rifugiati sembrano adattarsi al nuovo contesto più rapidamente quando vivano come una famiglia estesa o siano parte di un gruppo proveniente dallo stesso villaggio. Addirittura è stato dimostrato che, se negli ultimi vent’anni l’industria dei trasporti marittimi ha reclutato lavoratori marittimi dai paesi in via di sviluppo, più multinazionale è l’equipaggio e maggiori saranno i livelli di cooperazione e integrazione; maggiori i livelli di tolleranza interculturale e interreligiosa e migliore sarà la capacità di sopperire ai punti deboli dei colleghi e alla capacità di apprendere da altre pratiche ed esperienze.
Pertanto, anche se una parte delle migrazioni internazionali sono di natura temporanea, al di là dei dibattiti sul fatto che le politiche nazionali verso l’immigrazione debbano privilegiare l’integrazione o il multiculturalismo, è necessario iniziare ad accettare il fatto che nell’èra della globalizzazione l’autoctonia è un mito e denazionalizzare le storie nazionali. Le diaspore danno infatti vita a un mutamento dello stesso concetto di Stato nazionale, attraverso la creazione di comunità transnazionali, costituite da persone dotate di doppia cittadinanza, che mostrano attaccamenti e lealtà transnazionali, senza per questo svalutare la cittadinanza nel nuovo Stato, che anzi è l’emblema del loro essere accettati e lo strumento per potersi meglio sviluppare nel nuovo ambiente.
Diaspore e migrazioni continueranno, anche se cambieranno forma, natura ed estensione, a seconda delle crisi geopolitiche, economiche o ambientali che spingono le persone a lasciare la propria patria di origine, così come muteranno le nazionalità, il genere e l’età dei migranti, i loro bisogni e aspirazioni e il loro impatto socio-economico. Tuttavia esse sono una parte permanente del nostro futuro e con esse dobbiamo imparare a convivere, ricordandoci che a migrare non sono solo i poveri della Terra, ma anche i più giovani, le persone dotate di capacità di adattamento e di orizzonti culturali più ampi e che la presenza di diaspore transnazionali all’interno di uno Stato è una risorsa nazionale con la quale conviene stringere un’alleanza. Alla crisi anche demografica degli Stati nazionali e ai tanti appelli all’unità e all’identità nazionale andrebbero opposte le parole di Enzensberger, che ricordava come 'quanto più tenacemente una civiltà si difende da una minaccia esterna, quanto più si chiude in se stessa, tanto meno alla fine resta da difendere'.