BORAZIO, TUSIANI, SOCCIO, triade mirabile di cantori no­stri del glorioso santuario. For­se una ricerca più attenta, che l'avarizia dal tempo non ci ha consentito, ci avrebbe fatto scoprire altri poeti, altri scrit­tori, e non soltanto locali, che a S. Matteo e al suo Convento si sono rivolti non per un mero sfogo sentimentale, ma per un bisogno urgente di un ritorno alle origini, alle radici di una religiosità non offusca­ta dai tormenti e dalle ansie della nostra civiltà, per un bagno di purezza in cui poter ri­trovare intatte le energie per sopravvivere in un mondo ir­razionale e assurdo.Mi l'imiterò, per concludere, a segnalare ancora un altro poeta, troppo ingiustamente dimenticato: LUIGI MARTINO.
Passato attraverso l'esperienza gozzaniana e marinettiana, ne assume gli aspetti novatori approdando spesso a risultati originalissimi che se nella forma possono apparire ancora legati alla tradizione, nello spirito sono già moderni, di una modernità elegante e morbida che oserei definire decadente.
Al Convento di S. Matteo, o meglio, alla sua campana, che ne è come il simbolo più evidente, è dedicata questa poesia, che il giorno di S. Francesco del 1960 Luigi Martino inviava all'allora guardiano padre Vincenzo Gallo perché fosse pubblicata sulla rivista intitolata all'illustre Santo.

La campana del Convento
Alla balza scoperta al maestrale,
con sette tocchi d'argento -
che sono la sua voce
quando l'Alba le sue bandierine bianche pianta alle colline -
ha già dato il segnale
di levarci a pregare!...
Gli uccelli, nel bosco, già stanno a cantare!
I sette tocchi d'argento,
leggieri,
come l'ali degli angeli veri
che volano Intorno al lettino
d'ogni bambino,
bravo o monello che sia,
or se ne vanno subito via
per il ciclo, che corre, pulito,
all'Infinito,
dove pur l'ode il Signore;
or se ne vanno lontano
a vibrare nel cuore
del povero, che non ha che la fede,
ed è felice più d'un castellano...
Ognor pia la campana del convento,
o che squilli o che taccia:
ogni cuore, anche scettico, consola!
Se dentro, una pena,
greve come una nuvolaccia
sul capo, ci tormenta,
essa al leva, e con la sua parola
mistica l'annienta!
Se una crudele spina
ci punge nel cuore,
che pare fermo come fosse morto,
al cuor, che cede, ancor dice: 'Cammina'.
Il suo conforto
incoraggia alla Vita ed all'Amore!...
Il pellegrino che passa per la strada, a capo chino,
sempre si segna se l'ode,
e volge l'occhio al campanile
dove nasce la sua voce gentile!
Nel vederla dondolare
cosi svelta, lassù,
come bimba che giochi all'altalena,
tien fermo l'occhio, e gode...
felice d'ascoltare
la voce, che non mente, di Gesù.

Michele Coco, Il convento di San Matteo nella letteratura sammarchese, in Nuovo Risveglio, Foggia, Anno V, n. 2 del 19 febbraio 1979