Pasquale Soccio è un prosatore impeccabile, il cui periodare spesso assume un 'color poeticus', grazie alla fondamentale liricità delle sua ispirazione, che trova la forma più adeguata nel verso alato e prezioso che non nell'arida sintassi di un discorso filosofico.
Onde la sua, spesso nei momenti di grazia, è una prosa ritmica ricca di allitterazioni, asindeti, metafore, analogie, in cui si esprimono, a livello colto, i sentimenti primigenii di nostalgia, di ammirazione, di felicità, le intense emozioni di un poeta che s'accosta alla sua terra per celebrarla, con gli accenti più vibranti, senza enfasi, anzi, forse, con pudica rudezza.
Ricorderemo qui quella splendida pagina di 'Gargano Segreto', in cui si descrive mirabilmente, in una sintesi perfetta di elementi geografico-storico-culturali, il cammino che da Stignano attraverso S. Marco porta ai luoghi del Convento.

'La via subito dopo si inerpica più severa fino a giungere a una strozzatura, a un esempio elementare di gola montana. Ma da una curva proterva, che sottolinea un greppo selvaggio, avrai cura di volgerti indietro per dare un ultimo sguardo alla piana d'oro fra quinte di colline verdebrune, che si perde fino ai cilestri monti del Subappennino, fino alla scintillante Maiella.
E dopo la stretta gola e una conca valliva in cui s'adagiano e s'infoltano, senza respiro, le case di San Marco, ecco il piramidale Celano e da un suo sprone, rugoso ed erboso per una buona metà delle pareti, come sorto dalla roccia stessa, il longobardo e francescano santuario di San Matteo. Tappa d'obbligo e di sicuro ristoro al visitatore e al romeo è certamente San Matteo.
Il sottostante bruno bosco, canoro di usignoli a primavera e acceso dei colori più vari dall'autunno dipintore, sottolineato da una strada intagliata nella roccia in lunghe curve, fa da superbo piedestallo al convento che si afferma e protende con l'ardita potenza di un maniero.
Non è facile distinguere dove la dura pietra del greppo finisca e dove cominci la costruzione umana: natura e uomo si sono scambiate le mani.
Facile, invece, distinguere le varie epoche dell'opera umana.
La parte inferiore, lo zoccolo per così dire, tutta ricoperta d'erba muraria, come la villosa scorza di un gigante saldamente radicato, è indubbiamente d'origine longobarda. La costruzione sovrastante nella sobrietà delle linee, nell'asciutta compattezza dei volumi, appena interrotti dai rettangolari fori delle celle, che obbediscono sempre ad un discreto ritmo spaziale, è del mondo ed elegante gusto francescano.
... E tutto l'insieme ha una rigorosa linea benedettina, che arieggia il convento cassinate per chi lo guardi tra gli alberi del boschetto. Il raffinato patito d'impressionismo, di primitivismo e di pittori doganieri avrà di che stuzzicare la sua sensibilità nei numerosi 'ex-voto' offerti dalla fedeltà miracolata e dalla cara ingenuità artistica del popolo. Non gli raccomandiamo il distratto e più volte bistrattato barocco della chiesa, ma la bizantina statua dell'Evangelista. Questa e un dente del sinottico biografo di Gesù, sfuggiti ai flutti del tempo come un'arca miracolosa, deposti in uno degli angoli più segreti del Gargano, hanno sempre esercitato un loro fascino sulla fantasia pia e devota.
Vi sostò Francesco? Alla mia infanzia attenta era mostrata una pietra dove Egli si sarebbe inginocchiato a pregare. Tanto per soddisfare un po' di fame storica, vorremmo dar credito a chi opina in questa sicura fortezza essere avvenuto un decisivo abboccamento fra gli emissari dell'imperatore bizantino e papa Leone IX avanti la battaglia di Civita, fatale a lui e decisiva per la sorgente potenza normanna.
Certo, per riandare ancora nel tempo, doveva essere San Matteo una tappa d'obbligo e ancor più un sicuro ospizio all'antico pellegrino, se credettero opportuno occuparsene con proprio decreto Teodolinda, prima della conversione del secondo marito.
Abazia benedettina, cistercense o semplice convento francescano, ha avuto San Matteo momenti di importante respiro storico, mentre il mare circostante e la piana erano campeggiati da corsari e saraceni. E deve, la vicina San Marco, alla rigogliosa abia (abazia n.d.r.) origine, vita e impulso'.

San Matteo, è uno del temi dominanti della riflessione storica di Pasquale Soccio. Ma è anche uno degli stimoli più fecondi della sua ispirazione letteraria. 'S. Matteo, Rupe, Ripa di luce' ne è l'esempio più maturo e vigoroso. Si tratta di pagine musicalissime, figure, sillabe, assunte e pronunciate con tremore sacro, a significare tempi, volti, simboli.
Questo recentissimo volumetto vede la luce in occasione  del Convegno di studi storici indetto dal Santuario per il IV centenario della presenza francescana in San Matteo. E, tuttavia, non è un opuscolo contingente, nato dalla pur felice circostanza, bensì l’espressione di una complessa meditazione lirico-filosofica, che s’avvale di una sintassi e di un vocabolario preziosissimi, non ricercati per sé, ma finalizzati a significare un’esperienza umana e culturale singolarissima.

'Qui, da profondi millenni, resiste una mirabile consonanza tra spirito e natura. Il colore che l’esprime è il ferrigno della roccia battuta dai venti del tempo. È un grigio metallico che scende dai colli, rosseggia nel fondovalle, risale corrusco, con riflessi viola, le balze di questo vitalissimo sprone, inguaina rupe e mole del Santuario, e pietrifica venti ed eventi.
Un genio imperioso fornì i durissimi elementi e un fabbro gigante li fuse e plasmò: ferro e roccia e fuoco vivo. Nacque così il perenne volto sacro di questo singolare paesaggio. Una diffusa e sensibile presenza numinosa, l'indizio certo di un nume del luogo, invocava una dimora per il suo culto. Sorse, quindi, per naturale incanto, questa costruzione di ciclopi dello spirito, librata sullo spazio della valle, in virtù di una fede ferrea, rocciosa, ignea, come gli elementi del posto.
L'empito vulcanico di questa fede operosa è infrenato e rattenuto proprio dal massiccio fortilizio che incombe sulla spinta arditezza dello sprone.
Il rosso della terra, mal celato dal verde nericante dei boschi e delle macchie, denuncia un ardore di fondo, come se tutto poggiasse e riposasse, per l’assurdità di un miracolo, su una terra di fuoco, Ne è conferma la rossa serpentina della strada, che, tagliata nel duro sasso, si vorrebbe dire nel sangue della terra, dopo aver sottolineato a mò di zoccolo lo sprone, si insinua nel verde del bosco.
Così, da remoti millenni, la sacra maestà del luogo stupì la panica devozione del dauno; esaltò la fantasia del greco tra cieli mare e monti; abbrividì di pio orrore georgico il romano, votatesi al dio Giano; piegò cristianamente il ginocchio itinerante del barbaro longobardo; e il veridico volto da questo definitivamente impresso affascinò il normanno; incusse rispetto alla mano rapace dello svevo, dell’angioino e dell’aragonese, la quale assiderò lo splendore della civilissima abbazia.
Qui il garganico ride. Ancora ermetico, il suo riso fa eco all’ironico scherno delle rocce, delle doline e delle caverne, che conservano la risonante memoria degli avi, di tutto il tempo umano. Hanno esse visto l'industre uomo antico della pietra, la bacchica felicità del pagano, l'esaltante solitudine dell’eremita cristiano, le giostre venatorie dei re svevi, l’effimera munificenza dei signori feudali e rinascimentali, la sociale sete di sangue dei briganti, la pavida anarchia dei disertori, la giocosa, efferata e suicida sete di facili guadagni degli abigeatari, che come le capre rapinate, sfidano l’ordine delle leggi e della natura; e sempre e su tutto, le sufolate sagre dei pastori, l’alacre e ritmico suono delle defunte zappe e degli aratri dimenticati in mezzo ai campi.
In questa valle (lo Starale: alato nome squillante), campeggiata dal sacro luogo, il culto della pietà è scandito dal ritmo delle stagioni. Ha un doppio volto, svelato in due tempi: quello autunnale e invernale, da ottobre a marzo, e l’altro da aprile a settembre. Si può dire che il secondo è circoscritto, come in parentesi, dalle due apparizioni, di maggio e di settembre, dell’angelo Michele.
Destino bifronte: già questa valle fu cara al dio Giano. L’infanzia esploratrice e le tremule libellule cercano ancora sotto il bosco a pié del monte, umide persistenti tracce di una fonte esausta. Sorgeva là quel torrente che, rigando il borgo e la seguente valle di Stignano fino alla gran porta occidentale del Gargano, tuttora ricorda nella varia toponomastica il nome del dio dal duplice volto.
Nella buona stagione, con voci voti voli il Santuario invoca una pietà corale. Ora rumorosa, ora armoniosa, per canti di varia natura, collettiva è la pietà che invade e percorre la valle dalla primavera al primo autunno, dopo la sagra dell’Apostolo e il transito di San Francesco. Salgono alla Rocca litanianti corteggi di pellegrini, comitive di turisti motorizzati, gitanti in festa e brigate di artigiani e di paesani lunedianti tra i casolari sparsi su colli solatii: armonia di fede e di fiducia nella vita; beatitudine distratta dagli assilli d’ogni giorno, di baraccanti tra fumi di arrosti e vortici di birra.
Ma quando, spenta la febbre dell’estate e scomparse le mosche turistiche, il vento d’autunno, dirompendo dal monte e dalle gole, abbrividisce di ruggine bosco erbe zolle nel freddo incendio di un immoto tramonto, allora il sacro luogo entra in una dimensione più sua, in un elemento più proprio, in un’esistenza più verace. Quando di settembre tutta l’aria imbruna e l’armoniosa ellisse di questa conca valliva si colma e carica d’ombre e di memorie, contenute in basso dalla protervia di Monte di Mezzo e in alto dal limpido volume del Celano, emergendo su nebbie e su lame, allora di pure che San Matteo splende di luce propria e riprende il suo tranquillo viaggio nel tempo.
Il culto della pietà ha una tempera più fine: esaltata dalia solitudine, è melodiosamente più casta. Si prega e s’impara a pregare da soli. Nel tempio disabitato, dall’alba a vespero e a compieta, è solitario anche il coro dei frati officianti: s’incide nitidamente su un immenso e petroso fondale di solitudine.
Pia, l’onda canora erra nei corridoi deserti, indugia tra la defunta riconoscenza degli ex voto, si estenua tra le ragnatele di ampi ànditi abbandonati, una volta sonori di opere e di memorie, un’impalpabile polvere di vita, caduta in un tempo scandito in strofe millenarie'.

Michele Coco, Il convento di San Matteo nella letteratura sammarchese, in Nuovo Risveglio, Foggia, Anno V, n. 1 del 20 gennaio 1979