Estratto da Rapporto Svimez 2017 sull'economia del Mezzogiorno, Camera dei Deputati, Roma 2017

3 - Demografia, istituzioni, società: un 'nuovo' dualismo.
3.1. Il nuovo dualismo demografico e il depauperamento del capitale umano
All’indomani di una delle crisi economiche e sociali più profonde e gravi dell’era moderna, il Mezzogiorno si appresta ad affrontare un periodo di ricostruzione del tessuto economico e di riavvio di un processo di sviluppo in condizioni decisamente più svantaggiate di quelle dell’immediato Dopoguerra. Allora, infatti, le necessità della ricostruzione e dello sviluppo erano garantite da una popolazione costituita prevalentemente da giovani e da un sistema di sicurezza sociale il cui equilibrio era garantito da una quota di persone in età avanzata assai modesta. Il generale entusiasmo di vivere una età d’oro dello sviluppo favoriva il dinamismo demografico compensando l’emorragia delle emigrazioni.
Oggi il quadro è radicalmente cambiato non solo per gli effetti della severa recessione ma anche per l’assenza, a partire dagli ultimi due decenni del ‘900, di un progetto di sviluppo strutturato e coerente, in grado di restituire fiducia e incentivare un ruolo attivo dei singoli nel migliorare le proprie condizioni di vita. L’esito lo registriamo da anni: nella questione meridionale è emerso un nuovo dualismo, quello demografico. Una popolazione in rapido invecchiamento in un'area ancora caratterizzata da un forte deficit di capitale fisso sociale potrebbe innescare un pericoloso circuito di causazione negativa: maggiori oneri sociali, minore competitività del sistema economico, minori redditi e capacità di accumulazione e crescente dipendenza dall'esterno.
Il Sud non è più un’area giovane né tanto meno il serbatoio di nascite del resto del Paese, e va assumendo tutte le caratteristiche demografiche negative di un'area sviluppata e opulenta, senza peraltro esserlo mai stata. Nel corso degli ultimi quindici anni la popolazione meridionale è cresciuta di 265 mila abitanti a fronte dei 3 milioni e 329 mila nel Centro-Nord; al netto degli stranieri, però, la popolazione del Sud è diminuita di 393 mila unità (mentre è cresciuta di 274 mila nel Nord).
Nel 2016 si è avuta un’ulteriore conferma della crisi demografica delle regioni meridionali insorta nei primi anni Duemila e aggravatasi nel corso della Grande recessione. L’anno scorso, infatti, la popolazione meridionale è diminuita di 62 mila unità, come l’anno precedente e fa seguito alla flessione di circa 21 mila unità del 2014 e di 31 mila del 2013; il calo del 2016 è stato determinato da una riduzione della componente italiana di oltre 96 mila unità, cui ha fatto riscontro una crescita degli stranieri di circa 34 mila unità. Nel Centro-Nord, il calo della popolazione complessiva è stato meno intenso, -14 mila unità, di quello dell’anno precedente (-68 mila unità); vi ha contribuito in misura assai modesta la componente italiana (circa -700 unità) e in maggior misura (-13,2 mila unità) quella straniera; alla sostanziale stabilità della popolazione italiana nel Nord ha senza dubbio contribuito l’apporto delle migrazioni dal Sud.
Le nascite non cessano di diminuire. Nel 2016 il numero dei nati nel Mezzogiorno ha toccato un nuovo minimo storico, dopo quello dell’anno precedente, il valore più basso dall’Unità d’Italia: 166 mila nuovi nati. Il calo delle nascite interessa anche il Centro-Nord dove, per il secondo anno consecutivo, il decremento include anche le nascite da coppie con almeno un genitore straniero, che negli anni Duemila avevano contribuito ad alimentare soprattutto in quest’area, una lieve ripresa della natalità.
Il calo della natalità riflette la diminuzione delle donne in età feconda (15-49 anni) e la minor propensione a fare figli. Le donne nate durante il baby-boom degli anni Sessanta sono ormai uscite dall’età riproduttiva e sono subentrate le donne nate negli anni Ottanta e Novanta, le cosiddette baby-busters, appartenenti a coorti meno numerose, poiché nate in un periodo in cui il numero dei nati in Italia era già sceso sotto le 600 mila unità.
Gradualmente i valori del Sud sono scesi sotto quelli medi nazionali. In un solo decennio il Mezzogiorno ha perso il primato della fecondità femminile e negli anni Duemila il numero medio di figli per donna ha proseguito nella storica tendenza alla riduzione, mentre nel Centro-Nord si è manifestato un crescente risveglio della maternità (dovuto soprattutto alle straniere): nel 2016 il TFT (Tasso di Fecondità Totale) è pari a 1,29 nel Sud e a 1,38 nel Nord, quando il tasso di sostituzione naturale è 2.
In base alle tendenze in atto, il Centro-Nord sperimenterà, nei prossimi anni, una riduzione della popolazione, in parte compensata dalle immigrazioni dall’estero, da quelle dal Sud e da una ripresa della natalità, mentre il Mezzogiorno resterà terra d’emigrazione con scarse capacità di attrarre immigrati dall’estero e sarà interessato da un progressivo ulteriore calo delle nascite.
Queste tendenze, secondo le previsioni dell’ISTAT, implicherebbero per il Mezzogiorno una perdita di 5,2 milioni di abitanti tra il 2016 e il 2065, a fronte di un assai più modesto calo (1,8 milioni) nel Centro-Nord con una flessione di sette punti percentuali nella quota di popolazione residente nel Sud (dall’attuale 34,4% al 29,2% del 2065).
Tutte le regioni meridionali saranno interessate da un crollo della natalità, contrastata da una immigrazione dall’estero apprezzabile solo per l’Abruzzo e la Sardegna; al contrario, la Campania e la Puglia sembrerebbero essere interessate da un saldo migratorio continuamente negativo: le immigrazioni dall’estero non sembrerebbero nemmeno in grado di compensare le perdite migratorie interne.
La perdita di popolazione interesserà da qui al 2065 tutte le classi di età più giovani del Mezzogiorno, con una conseguente erosione della base della piramide dell’età, ed un allargamento al vertice con conseguenze del tutto imprevedibili ma che potrebbero portare ad una sostanziale implosione demografica con costi sociali e economici difficilmente sostenibili. Nel Centro-Nord, invece, la base della piramide vede una presenza delle giovani generazioni adeguata a sostenere il ricambio generazionale.
Il depauperamento del capitale umano con le emigrazioni sempre più qualificate. A incidere in misura determinante sul quadro demografico meridionale contribuisce la continua emorragia di risorse umane dal Sud, dovuta a molti fattori ma sicuramente anche all’insufficiente dotazione di capitale produttivo dell’area che si traduce in una carente domanda di lavoro, che non favorisce l’impiego delle giovani generazioni formate nei percorsi di istruzione anche avanzati. Ciò è alla base di un processo di emigrazione dal Sud che non conosce soluzione di continuità. Per avere un quadro di riferimento, basti pensare che nel ventennio 1955-1974 delle migrazioni di massa sono emigrati dal Sud verso il Nord 4,1 milioni di abitanti a fronte rientri per 2,6 milioni, con una perdita netta di 2,5 milioni. Le cifre attuali, se pure distanti da quelle di allora, sono comunque ragguardevoli, per la "qualità" delle emigrazioni.
Negli ultimi quindici anni, sono emigrati dal Sud 1,7 milioni di persone a fronte di un milione di rientri, con una perdita netta di 716 mila unità: si tratta per lo più (72,4%) di giovani tra i 15 e i 34 anni e di laureati che costituiscono un terzo del totale (198 mila unità).
Una stima della perdita di capitale umano meridionale. Recenti studi condotti per la SVIMEZ stanno provando a calcolare stime attendibili della perdita, anche in termini finanziari, del flusso di emigrazione meridionale qualificata a partire dall'inizio degli anni Duemila.
Considerato il saldo migratorio negativo nel periodo, una perdita di circa 200 mila laureati meridionali, e moltiplicata questa cifra per il costo medio a sostenere un percorso di istruzione terziaria, sia secondo la media OCSE (circa 130 mila euro complessivi) sia secondo i dati dell'Agenzia per la Coesione territoriale (CPT) di spesa pubblica pro capite regionalizzata in istruzione (sostenuti fino al 25esimo anno d'età), la cifra (ricapitalizzata nel periodo) ammonterebbe a circa 30 miliardi di euro. Una cifra che, addirittura, considerando la spesa pubblica pro capite regionalizzata totale (tranne quella relativa alla spesa previdenziale e alle integrazioni salariali) del laureato fino al 25esimo anno d'età, salirebbe fino a sfiorare i 40 miliardi.
Sono stime al ribasso, perché non considerano il costo degli altri servizi pubblici connessi al percorso formativo, perché non tengono conto di coloro che, pur risultando residenti nel Mezzogiorno, sono "pendolari di lungo raggio" e vivono stabilmente nel Centro-Nord dove lavorano (nel 2016, oltre 50 mila laureati). Non tengono nemmeno conto del fatto che, molto spesso, non solo a differenza della grande emigrazione del passato non esistono flussi finanziari che tornano indietro sottoforma di rimesse, ma spesso sono al contrario le famiglie meridionali che alimentano un flusso di risorse private per aiutare i giovani laureati, spesso precari e sottopagati, a sostenere il costo della vita nelle città centro-settentrionali.
La cifra "minima" di 30 miliardi - quasi 2 punti di PIL nazionale - trasferito nel periodo dal Sud alle regioni del Centro-Nord e in minima parte all'estero, dà la dimensione di un fenomeno che pesa sul Mezzogiorno anche in termini di trasferimento di risorse finanziare verso le aree più sviluppate, e che andrebbe considerato nella letteratura che, in occasione dei referendum per l'autonomia di Veneto e Lombardia, sta rifiorendo sui trasferimenti finanziari interregionali e il cd. residuo fiscale. Senza contare gli effetti indiretti di perdita per il Sud e di guadagno per il Centro-Nord in termini di competitività e di produttività del trasferimento di forza lavoro qualificata.
Infine, questa stima non considera i giovani diplomati che vanno a studiare in un'Università del Centro-Nord e che sembrano destinati a rimanerci (essenzialmente per ragioni legate al placement), avendo usufruito fino alla scuola media superiore dei costi dell'educazione nel Mezzogiorno. Nell'anno accademico 2016-2017, gli Atenei meridionali, perdono rispetto alla loro platea potenziale circa un quarto degli studenti: su circa 108 mila immatricolati meridionali, quasi 26 mila scelgono un Ateneo del Centro-Nord. È una dinamica sempre crescente - legata anche ai deficit nella garanzia del diritto allo studio nel Mezzogiorno (al Sud ha una borsa di studio appena la metà degli idonei, al Nord la quasi totalità) e alle politiche universitarie del decennio (nell'ultimo anno, e con l'ultimo decreto Mezzogiorno, si registra una positiva inversione di tendenza) - che, combinata alla riduzione del tasso di passaggio all'Università, indica una prospettiva preoccupante di perdita "strutturale" di capitale umano nel Mezzogiorno.