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L'Astrolabio n. 9-1978
Uno studio del Formez
Il Sud fra errori effettivi e recuperi difficili
di Giorgio Ricordy

Il Governo Andreotti - Da L'Astrolabio del 1978.
Il Governo Andreotti - Da L'Astrolabio del 1978.
Circa vent'anni fa i responsabili della politica economica italiana scoprirono la formula capace di riscattare il Mezzogiorno dal suo secolare stato di sottosviluppo. Secondo questa formula, che d'altra parte risaliva ad alcune autorevoli correnti del pensiero economico europeo, occorreva creare nelle regioni sottosviluppate del Sud alcuni “poli” industrializzati: da tali poli, con opportuni interventi di sostegno, la industrializzazione si sarebbe irradiata a macchia d'olio sconfiggendo disoccupazione, emigrazione, arretratezza, miseria.
Gli anni successivi, quelli del centro-sinistra e della Programmazione Economica, furono dedicati al tentativo di realizzare questo obiettivo con ingenti mobilitazioni di capitali, massicci interventi dell'industria di stato e varando la politica degli incentivi necessaria a indurre grandi imprese del nord a costruire impianti nel Mezzogiorno nonostante le difficoltà che le nuove localizzazioni avrebbero presentato.
Oggi, a ventanni di distanza, il Mezzogiorno è cambiato radicalmente, senza alcun dubbio, ma nessuno si nasconde che l'atteso sviluppo non c'è stato, settori come il chimico e il siderurgico, che dovevano funzionare da assi portanti del processo di industrializzazione, sono entrati essi stessi in crisi gravissima; i giganteschi insediamenti industriali attorno ai quali doveva crescere tutto il nuovo tessuto produttivo locale fatto di piccole e medie imprese indotte, sono stati battezzati “cattedrali nel deserto” perché intorno ad essi, nella maggior parte dei casi, non è cresciuto assolutamente niente.
Da L'Astrolabio del 1978.
Da L'Astrolabio del 1978.
In un recente seminario organizzato dal Formez (il centro studi e formazione professionale collegato alla Cassa del Mezzogiorno) su “la struttura industriale del mezzogiorno”, il mancato raggiungimento di quegli obiettivi è stato dettagliatamente analizzato da numerosi studiosi di tutta Italia, ma principalmente provenienti da Università del Sud, utilizzando ricerche condotte in diverse località sedi di grandi insediamenti industriali. Base del confronto fra i diversi economisti, è stata un'ampia ricerca condotta dal Formez su 8 insediamenti del Mezzogiorno (Taranto, Gela, Pisticci, Porto Torres, Pomigliano d'Arco, Cassino, Lecce e L'Aquila) dalla quale scaturisce l'immagine di una profonda disgregazione a livello produttivo, demografico, occupazional. I tre ricercatori che hanno condotto lo studio (Carlo Buttari, Rosa Maria Gervasio e Gianfranco D'Ottavio) scrivono nelle loro conclusioni:

“Il quadro che emerge conferma la realtà di un Mezzogiorno che nel suo complesso perde significativamente terreno rispetto al resto del Paese presentando una crescita dell'occupazione ad un tasso inferiore alla stessa media nazionale” e ancora: “lo stato di degradazione economica e sociale del Mezzogiorno sembra riferirsi al particolare processo di espansione della base produttiva, che non solo non si è rivelato capace di superare le disuguaglianze tra il Mezzogiorno e il resto del Paese, ma ha prodotto al suo interno forti differenziazioni anche in quelle aree ove in misura maggiore è stato indirizzato il flusso degli invescìmenti”.

Due tesi contrapposte

Dalla tua sx: Flaminio Piccoli (1915-2000), Giulio Andreotti (1919-2013), Benigno Zaccagnini (1912-1989) - Da L'Astrolabio del 1978.
Dalla tua sx: Flaminio Piccoli (1915-2000), Giulio Andreotti (1919-2013), Benigno Zaccagnini (1912-1989) - Da L'Astrolabio del 1978.
Si tratta di affermazioni più volte ripetute, nelle aspre polemiche sviluppatesi sull'argomento negli ultimi anni, ma che assumono un particolare significato oggi, fatte da un organismo collegato alla Cassa del Mezzogiorno che, nel bene e nel male, è stata tra i principali artefici di quella filosofia dello sviìuppo per poli che adesso si trova sotto processo.
D'altra parte, se tutti concordano nella constatazione dei dati di fatto, non tutti seguono gli stessi orientamenti nell'individuarne le cause o gli aspetti di maggior rilievo. Augusto Graziani - economista e meridionalista tra i più agguerriti nel criticare la recente ritorma della legge per il Mezzogiorno - ha coordinato il seminario e, concludendo, ha individuato due tendenze nettamente distinte: una, che lui ha definito “sviluppista” secondo cui non la logica degli interventi per il Sud sarebbe da mettere in stato di accusa, ma la carenza di risorse che si sono sapute mobilitare. Mancanza di imprenditorialità locale, ad esempio, ma anche mancanza di strutture finanziarie, di infrastrutture e, soprattutto, inadeguatezza dell'apparato pubblico nel massimizzare gli effetti positivi del grande insediamento utilizzandoli a beneficio della collettività. La seconda tendenza che Graziani indica, definendola “funzionalista”, attribuisce invece al mancato sviluppo del Mezzogiorno una sua ragion d'essere nel processo di sviluppo capitalistico: l'imprenditoria locale esiste, ma si orienta verso iniziative speculative (edilizia, particolari attività commerciali); la struttura finanziaria c'è, ma sostiene la speculazione e non le iniziative produttive; la pubblica amministrazione, infine, è inefficiente perché si vuole che lo sia, perché risponde a logiche clientelari non diverse da quelle invalse in tutto il Paese e sostenute da una classe politica che su tale clientelismo e su tale inefficienza ha fondato il suo sistema di potere.
Senza entrare nel merito della distinzione tra “sviluppisti” e “funzionalisti”, si può comunque trarre utile insegnamento dall'esame dei fatti che dalla ricerca Formez emergono e che gli altri studi confermano ampiamente.
Prima di tutto la genesi di questi grandi insediamenti: “in ogni occasione - è scritto nella relazione del Formez - sono stati presentati dalle forze politiche nazionali e dai gruppi economici e finanziari interessati, come fatto risolutore del problema occupativo e dello sviluppo socio-economico locale”. Non concepiti all'interno di un ampio programma di interventi integrati sul territorio, dunque, ma come misure-tampone, slegate e occasionali.
Impreparazione delle classi dominanti
Filippo Maria Pandolfi (1927 - ), Carlo Donat Cattin (1919-1991) - Da L'Astrolabio del 1979.
Filippo Maria Pandolfi (1927 - ), Carlo Donat Cattin (1919-1991) - Da L'Astrolabio del 1979.
Poi la reazione locale all'arrivo della grande impresa: essa “suscita da un lato vaste attese nella popolazione per la risoluzione del gravoso problema della disoccupazione, dall'altro profondi interessi da parte della classe politica dominante a livello locale, che vede in questa occasione la possibilità di rafforzare il proprio potere. Questa classe politica - scrivono ancora i ricercatori del Formez - si manifesta impreparata a gestire in una prospettiva dinamica il processo di industrializzazione, estraneo alla realtà locale, né è in grado di comprendere, a causa dei limiti politico-culturali determinati da una situazione socio-economica in stasi, i potenziali elementi innovativi, che il processo di industrializzazione può mettere in moto, sui quali intervenire secondo una strategia dì sviluppo proiettata nel tempo. Pertanto l'elemento principale che sembra catalizzare gli interessi locali è costituito dalla creazione di nuovi posti di lavoro, fatto che rappresenta un'occasione da sfruttare imponendo all'impresa il proprio ruolo di mediazione nel momento del reclutamento e della selezione del personale da inserire in azienda”.
Torna alla mente l'immagine formulata da Guido Carli in cui l'impresa industriale rimane soffocata dai “lacci e lacciuoli” della politica e delle clientele, e il presidente del Formez Sergio Zoppi sottolinea:

“Nessuna democrazia industriale può vivere senza un apparato pubblico, centrale e periferico, efficiente!”.

Gianni Agnelli (1921-2003), RomanoProdi (1939- ) - Da L'Astrolabio del 1979.
Gianni Agnelli (1921-2003), RomanoProdi (1939- ) - Da L'Astrolabio del 1979.
Le conseguenze di questo stato di cose si ripercuotono pesantemente sul tessuto produttivo preesistente all'arrivo della grande impresa: piccoli imprenditori e artigiani locali, infatti, vengono spazzati via dalle profonde trasformazioni che intervengono, poiché “la natura dei loro rapporti con la grande impresa è nella maggior parte dei casi conflittuale, non solo perché si scontrano con la particolare politica degli approvvigionamenti dell'impresa (che, almeno per una prima fase, privilegia il mercato nazionale), ma anche perché subiscono nell'area la concorrenza dovuta all'accentuarsi della presenza di imprese del Centro-Nord, attirate dall'incremento del reddito locale. Ciò, unitamente al particolare comportamento della struttura finanziaria locale, limita l'ipotesi di un loro sviluppo economico e di produzione sociale investendone la stessa capacità di resistere al mercato.
Un generale ritorno all'agricoltura?
Catena di montaggio della Vespa - Da L'Astrolabio del 1979.
Catena di montaggio della Vespa - Da L'Astrolabio del 1979.
Non manca, tuttavia, chi, come Paolo Baratta, ha affermato che la scomparsa di quelle attività produttive locali tradizionali è, nella logica delle cose, inevitabile: si trattava, egli dice, di attività rivolte alla soddisfazione di un mercato locale. Quando il mercato si apre all'intero Paese o addirittura all'integrazione internazionale, per quelle attività non c'è più alcuna possibilità di sopravvivenza. D'altra parte, sostiene Baratta, la situazione del Sud è davvero gravissima soprattutto per lo “sbandamento” che la classe dirigente locale dimostra comportandosi verso la realtà rappresentata dai grandi impianti con criteri “da economia feudale”, e sostenendo oggi la necessità di una ripresa economica puntando sull'agricoltura che, notoriamente, è ben lontana dal possedere le potenzialità risanatrici che codesti amministratori suppongono.
Anche la ricerca del Formez, pur raccomandando di non subordinare lo sviluppo dell'agricoltura alle esigenze dell'industrializzazione, mette in guardia dal rischio che,

“partendo dal rigetto del modello di industrializzazione, si enfatizzi la strategigità del settore agricolo e si giunga a teorizzare il generale ritorno all'agricoltura come risolutore dei problemi economici e sociali dell'area, senza definire verso quale tipo di agricoltura, di quali dimensioni, con che ordinamento cui mirare, e con quali modelli organizzativi e gestionali ci si debba indirizzare”.

Spazzare il terreno dagli antichi equivoci

Manifestazione di metalmeccanici a Napoli - Da L'Astrolabio del 1979.
Manifestazione di metalmeccanici a Napoli - Da L'Astrolabio del 1979.
Sembra, dunque, inequivocabilmente, che le maggiori responsabilità degli errori passati, ma anche e soprattutto per le possibilità di un recupero futuro, gravino sulle spalle della pubblica amministrazione. E tanto più questo è vero, quanto più trova il processo di decentramento amministrativo che attribuisce larghe competenze alle Regioni e agli enti locali minori. Il senso di ciò. tuttavia, risulterebbe mistificante se non si sottolineasse che il funzionamento e gli orientamenti degli amministratori locali sono fatti politici, che discendono a loro volta da scelte politiche precise che, generalmente, trovano le loro formulazioni in sedi ben diverse dai consigli comunali o dagli assessorati all'Industria.
Lo studio del Formez, che pure non sembra trarre dalla massa di osservazioni raccolte, analisi di carattere politico, senza dubbio ha il merito di spazzare il terreno da una gran massa di equivoci antichi: i programmatori degli anni '60, infatti, avevano elaborato teorie che facevano riferimento ad una situazione sociale e politica profondamente diversa da quella reale; oggi, sui connotati di quella realtà non è più lecito nutrire dubbi o costruirsi alibi.
Pur non avendo creato l'atteso sviluppo, l'arrivo della grande industria nelle regioni del Sud ha certamente determinato la nascita e lo sviluppo di grossi nuclei di classe operaia; questi nuclei, negli anni trascorsi e oggi, confrontandosi con la crisi di tutto il Paese, hanno acquisito livelli di responsabilizzazione e di consapevolezza da cui sarà possibile attendersi il contributo nuovo e determinante per quella trasformazione del Mezzogiorno che non dovrà misurarsi in termini di reddito e di produttività soltanto, ma anche sul metro della pianificazione organica del territorio, della partecipazione alle scelte, della qualità della vita.