Puoi scaricare nella categoria "Nord-Sud" i "file" ri-formattati "I Mezzogiorni d'Europa", "Marcello Vittorini" e "Stignano", di Romano Starace, nella categoria dedicata a Pasquale Soccio. (Nuova finestra!) Download
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Destinazione tra nemici visibili e invisibili.

Una immagine di Foggia in una vecchia foto.
Una immagine di Foggia in una vecchia foto.
'Da Foggia il 4° battaglione del 55°, previa rivista e allocuzione incoraggiante del brigadiere Mazé de la Roche, fu inviato alla sottozona di S. Severo, comandata prima dal colonnello Testa del 49° fanteria, poscia dal colonnello Giustiniani del 14°. Ivi, non appena fummo giunti, ci si comunicò la nostra tabella di dislocazione da tradursi subito in atto. Uno sminuzzamento completo del battaglione in distaccamenti, che, quanto a forze, andavano dalla compagnia al plotone, alla squadra, alla pattuglia. Più che distaccamenti, erano appostamenti mobili, dovendo essi senza tregua dar la caccia ai briganti, ai manutengoli, alle spie; frugar boschi, caverne, cascinali, dirupi. Con sì fatto frazionamento di forze, veniva commesso alla nostra energica attività di abbracciare, vigilare, difendere un vastissimo territorio, coperto da ostacoli naturali di assai notevole importanza, quali il sistema dei monti garganici, boschi di grande estensione, come quelli di Dragonara, di Ripalta, di Lesina ed altri; parecchi corsi d'acqua dei laghi di Varano, di Lesina, ecc. così sparpagliati, noi ci vediamo in mezzo a gente, dalla quale abbiamo la convinzione di essere odiati, insidiati, o per lo meno che ci sia infida. Abbiamo anche la convinzione di esserne grandemente temuti, non però quanto essa temeva i malandrini. Di ciò, ecco una prova evidentissima, occorsaci di frequente: scorta da noi a distanza una comitiva, o un piccolo gruppo di briganti a cavallo soffermarsi presso qualche masseria a parlare coi cafoni del luogo e poi sparire, correvamo colà ad interrogare quei cafoni per conoscere la direzione che avevano presa. La risposta, anche con giuramenti e lacrime, era invariabilmente questa: “e chi l’ha visti? nui non l’avimo visto; da cà non è passato nisciune”. Voi potevate accopparli di bastonate, ma più di questo i cafoni non vi rispondevano. A tale ambiente aggiungasi il nemico che non vediamo, ci si nasconde, ci tende agguati, e quando per sorpresa, o comunque, può coglierci, fa scempio delle nostre carni, si comprenderà quale grado di diffidenza e di vigilanza a noi s’imponesse... Del trasporto dei militari dai distaccamenti agli ospedali non può sfuggire la notevolissima importanza se si tiene conto della larga breccia che nei mesi estivi, in quei luoghi malsani, dovevano avere aperta nei nostri soldati, sottoposti a sì dure incessanti fatiche, la malaria, la tifoidea, il tifo, le malattie intestinali, per accennare solo alle principali. Basti considerare che, dalla prima quindicina di giugno alla fine dell'anno, le nostre compagnie, di 110.000 [refuso: è da intendere 110 - Nota del webmaster] uomini robustissimi non ne contavano più per il servizio che 55 al massimo; e in meno di 6 mesi avevamo perduto la metà della forza'.

A Brancia, giuoco a rimpiattino.
È Brancia un antico fortino sul Candelaro del feudo di Castelpagano e dei cui signori eredi porta tuttora la denominazione. Posto a metà strada tra S. Marco e S. Severo, a sbocco dell’ampia valle di Stignano, delimitata questa dall’anomalo corso del Candelaro, è una stazione strategica di prim’ordine tra monti, valli e piana. In questi luoghi, nidi d’aquile, il De Amicis ambientò una sua nota novella sul brigantaggio garganico: Fortezza.

Il bosco di Brancia in una foto del secondo dopoguerra
Il bosco di Brancia in una foto del secondo dopoguerra
'In sul finire del '62 e nei primi mesi del ‘63, da un battaglione del genio militare, si iniziò e si condusse innanzi, con grande alacrità, la costruzione di una buona strada rotabile che avrebbe messo in diretta e comoda comunicazione S. Severo, capoluogo del circondario (quasi 20.000 abitanti) con S. Marco in Lamis (circa 16.000 abitanti), sede di pretura. Quasi a metà del percorso, alquanto distante, sulla destra, alle falde meridionali del Gargano, e circondato da terreno boscoso e rotto, si erge un ampio e robusto edifizio dallo aspetto di un castello, denominato Torre Brancia. Ivi con una trentina di soldati della mia compagnia io venni distaccato verso i primi di febbraio 1863, al tempo delle bande riunite, con la duplice missione di far buona guardia contro di queste e di accorrere a rinforzo dei zappatori del genio nel caso fossero aggrediti sul lavoro i quali per altro procedettero sempre indisturbati. I briganti invece incominciarono a pigliarsi il gusto, sbucando dai boschi, a sfilarmi dinanzi al galoppo in un lungo stradone campestre laterale, emettendo grida selvagge e sparando in aria qualche fucilata. Io, impotente a inseguirli col fuoco, perché fuori tiro dei nostri fucili a percussione, dovevo limitarmi, riconosciuti diligentemente tutti i passaggi ad appostarmi con la metà della mia forza nei luoghi opportuni, aspettando che tornassero e lasciando l’altra metà nel fabbricato sotto il comando di un sottufficiale.
La torre di Brancia
La torre di Brancia
La comitiva, difatti, non mancò di presentarsi per tre giorni consecutivi, cambiando sempre ora e punto di sbocco nello stradone. Non veniva più al galoppo, né urlando, ma con precauzione e con intento evidente di sorprendere il distaccamento. I soldati nella posizione di punt a terra, nascosti tra le boscaglie, l’aspettavano a tiro, trattenendo sin anco il respiro per timore che scopertili scappassero. Veniva essa di fronte verso il nostro appostamento boscoso, ma a 500 metri voltava le groppe dei cavalli e immediatamente rimbombava la detonazione della nostra scarica, che per la banda era il comando del galoppo. Il giorno appresso, da una parte e dall’altra, si cambiavano ora e disposizioni, ma i risultati ripetevansi immutati. Il giuoco si ripeté ancora una volta, indi della comitiva non si ebbe più sentore di sorta. Subito dopo, (25 febbraio 1863), il comandante del battaglione m’inviava da San Marco il seguente biglietto: "Domani sera la S.V. col plotone sotto i suoi ordini, si porterà perlustrando al casino del sig. Gravina, ove si suppone nella notte vengano i briganti. Alla mattina successiva, un'ora dopo giorno, ritornerà a Brancia. Avverta di non lasciare uomini a Brancia e di nascondere bene gli oggetti di cucina. Sarà bene nella notte anzidetta che visiti la Caprareccia dei fratelli Gravina. Il maggiore Mori"'.

Una versione della tragica fine del capitano Valentini.

Panorama di Apricena.
Panorama di Apricena.
'In San Marco in Lamis quantunque si sapesse che il paese, insieme con Apricena, avesse fornito il maggior contingente di malandrini alle comitive della Capitanata, e si ritenesse uno dei principali covi dei briganti, nessuno tuttavia sarebbe mai giunto a sospettare che questi avessero ardito celarsi in un locale immediatamente attiguo alla sala della mensa degli ufficiali del genio addetti ai lavori della strada Sansevero-San Marco. Un giorno i predetti ufficiali, mentre col consueto buon umore terminavano la colazione, avvertirono provenire da quel locale, rimasto per lo innanzi sempre chiuso a chiavistelli e silenzioso, qualche rumore sospetto e se ne impensierirono. Decidono di accertarsene sforzando l'uscio. Detto, fatto: le imposte cedono; primo ad entrare è il capitano Valentini, il più anziano del battaglione, e non appena egli si presenta all'ingresso viene accolto da una tremenda detonazione di fucilate, cade a terra fulminato e i briganti scompaiono all’istante per vie segrete opportunamente disposte senza lasciar di loro la benché minima traccia. L’evento, che parrebbe incredibile, suscitò gran rumore; a S. Marco accorsero truppe da ogni parte e si attivarono ricerche e provvedimenti rigorosissimi, ma il brigantaggio continuò ancora la sua parabola'.