L'Astrolabio n. 49-1969
Vi spieghiamo come l'emigrazione, fra l'altro, serve a liberarsi oggi dalle "teste calde" e domani da qualche milione di elettori pendolari che certo non hanno mai votato per chi li ha mandati fuori casa e li costringe a lavorare lontano...
Può sembrare un'esagerazione, eppure è vero che il Mezzogiorno si avvia a divenire una terra di vecchi e di donne sole, le cosiddette vedove bianche. Le cifre, al di là di ogni pietismo e di qualsiasi altra reazione emotiva, sono già state raccolte. I calcoli tutti fatti. Non c'è piu spazio per quelle impiallacciature che in gergo giornalistico si usa definire col termine “colore”.
É nota anche la causa del fenomeno, la causa immediata, perché quelle remote stanno nelle biblioteche sulla questione meridionale, e si chiama emigrazione. Insomma, sembra che tutto sia già stato detto: una cosa è una cosa, e amen. Al massimo, secondo gusti e propensioni personali, ci si può ancora una volta stringere nelle spalle o tornare a protestare, oppure, ed è questo il caso più frequente presso la classe dominante, ci si può anche dar da fare a preparare tanti bei discorsi per la giornata dell'emigrante o del lavoro italiano all'estero. Ingredienti d'obbligo, dal centro verso destra: il buon nome della patria lontana, il contributo alla civiltà, il sudore sparso nei cinque continenti e i valori della stirpe (una volta razza, ma ora non è, grazie a Dio, più di moda): il tutto mescolato e agitato dopo aver aggiunto una spolverata di cenere di focolare, di tradizioni cristiane e di dischi di canzoni all'italiana. Una ricetta d'effetto.
Ciò malgrado c'è dell'altro, c'è un prezzo immane in termini dì sofferenza umana e c'è anche lo sconquasso delle strutture socio-poltiche che in decenni di lotte, spesso sanguinose, il movimento democratico e popolare meridionale era riuscito a darsi.
Chi scrive ha qualche motivo, magari privato, per soffermarsi in dettaglio sulla situazione siciliana; il discorso però, con le opportune correzioni statistiche, vale per tutto il Mezzogiorno. Le cifre dicono che dalla Sicilia sono emigrati, nel decennio 1958-1969 circa novecentomila lavoratori; 568 mila verso altre regioni nazionali e 328 mila verso paesi stranieri. Malgrado ciò nell'isola mancano ancora 500 mila posti di lavoro, mentre nello scorso anno l'occupazione è ulteriormente diminuita di ottantamila unità. Disoccupazione e sottoccupazione rimangono quindi, malgrado si sia verificato nell'ultimo decennio il massiccio esodo dalla Sicilia mai registrato a memoria d'uomo, mali endemici di quella regione.
Ora a qualcuno, non dico malintenzionato ma almeno sospettoso o, ancora meglio, desideroso di guardare alle cose sino in fondo, potrebbe venire in mente che le sole cifre riferentisi all'emigrazione non siano sufficienti a dare un quadro probante della realtà siciliana. E sarebbe giusto; infatti alle cifre sul flusso migratorio e a quelle sul problema dell'occupazione vanno aggiunte, non ultime, quelle sugli investimenti, cioè quelle dedicate all'incentivazione delle attività economiche dell'isola per porle in grado di avviare un'inversione di tendenza. Ebbene nello scorso 1968 si sono avuti investimenti lordi per 571 miliardi contro i 621 miliardi del 1967. Inoltre, tanto per restringere lo spazio dedicato ai numeri, sarà il caso di ricordare che il reddito regionale lordo ha avuto un incremento del 4.1 per cento, contro quello del 6.6 per cento delle regioni centrosettentrionali e del 5.7 per cento della media nazionale, abbassata sensibilmente non soltanto dallo scarso incremento del reddito siciliano ma da quello dell'intero complesso delle regioni meridionali che è cresciuto di circa il 13 per cento (l'approssimazione è per eccesso).
Tutto quanto precede serve a documentare che non è azzardato affermare che nei prossimi anni, se fatti nuovi di importanza dirompente non accadranno, il flusso migratorio è destinato ad aumentare con le conseguenze generali che già sappiamo, con quelle drammaticamente già note sulle condizioni di ricettività, in termini urbanistici e sociali, delle regioni del triangolo industriale e con lo sfaldamento delle strutture socio-politiche democratiche meridionali alle quali mi sono già riferito e sulle quali tornerò ulteriormente, dopo essermi per un momento soffermato sul costo dell'emigrazione siciliana. Secondo un calcolo attendibile il costo medio della preparazione tecnica di ciascun emigrato si aggira sui cinque milioni di lire: ciò vuol dire che in termini di capacità di lavoro la Sicilia ha perduto nell'ultimo decennio 4.500 miliardi, con una media annua di 450 miliardi, non compensata in entrata dalle rimesse degli emigrati. A questo proposito, per esempio, basterà ricordare che nel 1967, uno degli anni migliori, le rimesse dei lavoratori si sono avvicinate alla cifra globale di 78 miliardi- Ma qualcuno potrebbe obiettare che mentre la cifra sul costo degli emigranti si riferisce al complesso dei 900 mila lavoratori che hanno lasciato la Sicilia, le cifre riguardanti le rimesse in denaro sono ricavate soltanto dall'emigrazione in paesi stranieri. Ebbene anche in questo caso basterà moltiplicare i 328.000 emigrati all'estero, nel decennio considerato, per il costo pro-capite di cinque milioni per ottenere una cifra di gran lunga inferiore ai circa ottocento miliardi di lire da essi presumibilmente - tenendo conto della cifra indicativa fornita a proposito del 1967 - inviati in Sicilia.
L'emigrazione, quindi, non rende o, meglio, non rende abbastanza e soprattutto non quanto ci vorrebbero far credere certi trionfalistici bilanci governativi. E allora? Allora perché tanto incoraggiamento all'emigrazione? Perché si evita accuratamente - è l'espressione giusta - di arginare un flusso che sta dissanguando alcune delle nostre regioni? E anche in questo caso nessuna concessione al “colore”, ancora un dato, sempre riferito alla Sicilia. La popolazione siciliana, nel periodo dal 1951 al 1968, è scesa dal 9,5 per cento al 9 per cento del totale nazionale; mentre, per fare ancora un esempio, se si guarda all'incremento della popolazione nazionale dal 1861 al 1961, che è stato in media del 93.8 per cento, si finirà con lo scoprire che nel caso di alcune regioni meridionali ci troviamo sempre molto al di sotto della media nazionale. In Calabria al 77.1 per cento, in Abruzzo al 40.5 per cento, in Basilicata al 26.6.
Ma torniamo al problema generale, senza soffermarci - non sarebbe questa l'occasione adatta - sulla questione “Sud: riserva di braccia”. Torniamo alla domanda: a chi serve l'emigrazione o, forse, a che serve l'emigrazione? La risposta o, ancora meglio, le risposte non potrebbero trovare ospitalità in un giornale; ci vorrebbe ben altra mole di carta stampata. Ma qui se ne vuole avanzare una, suggerita da un “invito” governativo e da un'indagine condotta da un gruppo di giovani siciliani. Una risposta che potrà magari, a prima vista, apparire anomala, ma che e, a mio parere, ben più fondata di tante altre e, soprattutto, utile per l'individuazione delle ragioni dì una certa serpeggiante crisi delle organizzazioni di classe nel Meridione e di certe costanti dell'azione governativa.
Recentemente, il sen. Coppo, in una conferenza-stampa alla Farnesina, ha invitato i nostri emigranti “a prendere la cittadinanza dei paesi di immigrazione”. Ha cioè, si capisce sempre mosso dalle migliori intenzioni, consigliato ai lavoratori italiani all'estero di chiudere la partita con la terra di origine, di chiuderla, sul piano giuridico almeno, con i vantaggi dell'assimilazione, cioè di un diverso e migliore, perché diretto, rapporto giuridico con le autorità e con le norme sindacali, di lavoro e di sicurezza sociale dei paesi di immigrazione. Una trovata filantropica? Difficile dirlo. Ma vediamo che cosa dicono delle conseguenze dell'emigrazione sulle organizzazioni sindacali e politiche i giovani ricercatori del periodico “Sicilia - I mostri”, che hanno studiato la situazione di un paese “ricco” come Bagheria, in provincia di Palermo.
Essi hanno accertato che nel periodo che va dal 1951 al 1968 sono emigrati 11.375 cittadini e che nello stesso periodo sono immigrati, sempre a Bagheria, 10.039 persone. La popolazione di quel comune è, quindi, diminuita soltanto di poco più di un migliaio di persone. A prima vista sembrerebbe un fenomeno irrilevante; ma proseguendo nell'indagine si apprende che l'immigrazione è stata caratterizzata dall'arrivo “di masse di braccianti poveri e di lavoratori espulsi dalle zone, a colture estensive, povere, che circondano Bagheria (da Marineo, Corleone, Prizzi, Polizzi e, persino, dalle provincie di Enna e di Caltanissetta), e anche dall'arrivo di alcune frange di sottoproletariato. A partire da Bagheria sono stati dunque i giovani, a tornarvi sono stati certamente i vecchi, gli esclusi, gli espulsi dalle zone più misere della provincia”. Conseguenze immediate di questo fenomeno sono stati l'indebolimento e la crisi delle organizzazioni sindacali e democratiche del comune. Per dirla in parole povere: a partire sono stati i lavoratori qualificati e i pochi specializzati; ad arrivare i vecchi e i disoccupati alla ricerca di un lavoro qualunque e a qualunque condizione. “Qui - concludono i ricercatori del periodico siciliano - come nel resto del Meridione l'emigrazione in massa e l'immigrazione hanno avuto l'effetto di disgregare un tessuto politico costruito faticosamente per anni e anni”. Intanto: “Le rimesse degli emigranti sono state utilizzate dalle banche per finanziare il boom speculativo sulle aree edificabili e solo in minima parte per la costruzione, da parte delle famiglie degli emigranti, di casette unifamiliari nei rioni per poveri.
Sappiamo, quindi, a questo punto che l'emigrazione non rende, che le rimesse degli emigranti servono ad operazioni speculative, che le organizzazioni popolari ne subiscono danni incalcolabili solo scarsamente rimarginati, sul piano elettorale, dagli emigranti che tornano a casa in occasione delle elezioni politiche; possiamo ricordare, ma già lo sapevamo, che il fenomeno delle emigrazioni in massa è lungi dall'arrestarsi. Che altro?
Ci sarebbe ancora dell'altro; ma credo basti l'invito governativo “a prendere la cittadinanza dei paesi di immigrazione”, con la collaterale presa di coscienza degli effetti dell'emigrazione sul tessuto socio-politico delle regioni maggiormente investite dal fenomeno migratorio, a renderci chiaro che l'emigrazione, se non altro, serve a liberarsi, oggi, dalle “teste calde” e, domani, possibilmente di qualche milione di elettori pendolari, che certo non hanno mai votato né lo faranno in avvenire, per chi li ha mandati fuori di casa.
Pietro A. Buttitta