Tavoletta votiva dipinta presente nel Santuario di San Matteo a San Marco in Lamis
Tavoletta votiva dipinta presente nel Santuario di San Matteo a San Marco in Lamis
Nei decenni passati, quando nella nostra montagna c'erano le famiglie di contadini che coltivavano la terra e praticavano la micropastorizia (capre, pecore, maiali e poi galline, conigli, ecc.), quelle zone erano popolate da una miriade di uomini, donne e giovani per lavorare la terra e seguire gli animali al pascolo durante il giorno. Certamente per aumentare il numero delle bestie occorreva starci dietro, curarle, portarle al pascolo e comunque dar loro da mangiare adeguatamente. Non solo, bisognava stare attenti a seguire i cicli legati alla loro riproduzione. Tuttavia i contadini non avevano mai delle grosse greggi, essendo la terra bisognosa di assidua attività e di molte braccia per essere lavorata, soprattutto quando non era di loro proprietà. Occorreva zappare, arare, scerbare il seminato, mietere e poi trebbiare e via di seguito.
Come eravamo. Fichi in Contrada Cardinale.
Come eravamo. Fichi in Contrada Cardinale.
Inoltre, occorreva raccogliere la frutta da alberi ben curati e potati, disinfettati, guardati dal fuoco e dai ladri (noci, castagni, fichi, meli, peri, vigneti, ecc.). Tutta quell'attività veniva svolta, via via, durante le varie stagioni dell'anno, per arrotondare le sempre scarse entrate. In questo caso era di grandissima utilità la presenza di ragazzi e ragazze, i quali più facilmente si prestavano a seguire le bestie al pascolo non frequentando così le aule scolastiche, vivendo da analfabeti. Capre e pecore davano il latte per fare il formaggio; inoltre, queste ultime producevano anche la lana utile per la confezione della biancheria intima come camicie, mutande, calze, lenzuola per l'inverno e tutto quanto occorreva nella famiglia. Il resto la vendevano. Quanto all'allevamento dei maiali, esso non richiedeva molto tempo e nessuna particolare attenzione finché li si teneva per la sola riproduzione; quando, invece, s'intendeva ingrassarli, la cosa si complicava e nascevano problemi anche di natura economica. Anzitutto,
Come eravamo. Pere in Contrada Cardinale a S. Marco in Lamis.
Come eravamo. Pere in Contrada Cardinale a S. Marco in Lamis.
occorreva farli castrare da chi se ne intendeva e conosceva alla perfezione il mestiere de lu sana purcedde (castratore di maialetti). Senza la castrazione, sia del maschio che della femmina, non era possibile alimentarli e ingrassarli adeguatamente, prima con crusca, poi con le fave e, infine, sotto Natale, con il granoturco.
Quando il contadino decideva di ingrassare dei maiali, per prima cosa doveva impegnarsi a farli sanà (castrare) fin da quando erano porcastri.
Verso la primavera, perciò, giravano per le campagne li sana purcedde.
Andavano di azienda in azienda a chiedere se c'erano maiali da castrare, oppure, di tanto in tanto, si ergevano su di una altura e annunciavano ad alta voce: ué lu sana purcedde, ué chi adda ngrassà li porce pe Natale... Ma c'era anche chi, senza sforzi inutili, portava con sé una trombetta e, lungo i viottoli, annunciava la sua presenza nella zona con un suono tutto particolare. I contadini, che ormai conoscevano il suono, se interessati lo chiamavano ed egli, senza por tempo in mezzo, si metteva al lavoro.
Se il maiale era maschio gli tagliava i testicoli che ha sotto la coda: dopo averlo legato, tagliava la pelle, li racchiudeva e, dopo aver reciso i legami interni, li riuniva; dopo di ciò ricuciva la pelle esterna accompagnato, lungo l'arco dell'operazione, dalle urla lancinanti del povero soggetto ridotto ormai a docile individuo e senza più alcuna pretesa verso le femmine.
Come eravamo. Maiali.
Come eravamo. Maiali.
Se, al contrario, era femmina, praticava un'incisione su di un fianco ed estraeva parte dell'intestino, asportando le ovaie. Dopo avere anche qui, compiuto l'operazione e sistemata ben bene la parte interna, ricuciva il tutto e da quel giorno i maialetti iniziavano una nuova esistenza senza più turbamenti di carattere sessuale. In questa tranquillità e con un'alimentazione adeguata, aveva inizio la fase dell'ingrassamento che li doveva portare al macello per ricavarci lardo, prosciutto, salsicce, zamponi e altro (del maiale non si butta via niente, neanche le setole).
Ora, per ciò che riguarda questa materia c'è un brevissimo e buffo racconto molto noto tra i contadini dell'epoca.
C'era un vecchio sanatore ormai stanco di quel mestiere che, non potendo più affrontare le fatiche delle lunghe camminate per le vie della campagna, istruì alla perfezione suo figlio e gli indicò le zone che frequentava, dove era conosciuto per la sua bravura e onestà. Questi, sicuro del fatto suo, si mise in cammino e affrontò il lavoro così come faceva il padre. Un giorno, un contadino, non conoscendolo e non fidandosi di lui, gli chiese chi era e da dove venisse. Il giovane lo informò e per rassicurarlo e mettere fine ai suoi dubbi venne fuori con questa trovata: Statte secure che so brave, propria la settemana passata eje pure sanate a Gese criste. Addummannele! (Stai tranquillo, sono bravo. Proprio la settimana scorsa ho castrato pure Gesù Cristo. Chiediglielo!). L'equivoco si basa sul soprannome locale di "Gesecriste".
Come eravamo. Maiali.
Come eravamo. Maiali.
Quell'attività non era un mestiere vero e proprio, essendo un lavoro precario e di brevissima durata. Tuttavia, oltre ai maiali, allora si castravano anche altre bestie per motivi diversi come cavalli, muli, asini e persino i cani da guardia, i quali, nel periodo in cui andavano in calore, molto facilmente si allontanavano dalle aziende per seguire la cagna, lasciando tutto alla mercé dei malfattori che a quei tempi infestavano le nostre campagne.
Adesso le campagne della nostra montagna sono quasi deserte e non ci sono più né contadini né animali come nel passato I nostri contadini per vivere sono emigrati all'estero e quelle terre che erano lavorate e curate ora sono invase dalle erbacce.
Certamente, in queste condizioni, non sentiremo più la voce de lu sanapurcedde che annuncia la sua presenza.