Il Diavoletto, Anno XIII, N. 202, 30 agosto 1860
Lo sbarco al Capo d'Armi.

Capo d'Armi, in Calabria. Qui sbarcò Garibaldi, provenendo dalla Sicilia.
Capo d'Armi, in Calabria. Qui sbarcò Garibaldi, provenendo dalla Sicilia.
Lo sbarco che fece Garibaldi in Calabria, ebbe luogo nella notte del 18 al 19 agosto. Alcuni giorni prima i due piroscafi Franklin e Pavia erano partiti da Palermo con 3.000 uomini di truppe scelte dell'esercito del dittatore. Essi ebbero l'ordine di portarsi a Taormina sulla costa orientale della Sicilia in eguale distanza dal capo del Faro, dove stavano riuniti 8.000 garibaldiani e dalla punta meridionale della Calabria. Ivi dovevano attendere gli ordini ulteriori. Garibaldi giunse il 18 a bordo del vapore inglese Black-Pince a Messina e continuò tosto il suo cammino col suo sotto-comandante Türr verso i Giardini. Da là si portò a Taormina e s'imbarcò sul Franklin. Erano le otto della sera. I suoi soldati lo salutarono con entusiastiche grida; egli tenne a questi una breve allocuzione, dicendo, essere giunto il momento di effettuare lo sbarco in Calabria e ch'egli s'abbandonava alla sua stella ed a Dio. A mezzanotte la spedizione si mise in movimento, ed in poche ore raggiunse la costa della Calabria ed entrò nel porto di Melito a oriente del capo dell'Armi, 12 miglia al sud di Reggio. Garibaldi non incontrò alcun impedimento considerevole, probabilmente perché le truppe napoletane stavano allora concentrate tra Scilla e Villa San Giovanni, rimpetto al Faro. Garibaldi si unì in Melito a Missori, il quale era stato mandato già prima a sbarcarsi come esploratore; da là mosse verso Reggio e prese la città dopo un vivo combattimento, come fu già comunicato nei fogli anteriori. Pare che nella stessa notte si era sbarcata una seconda spedizione dalla parte settentrionale, ed era forse questa il distaccamento ch'ebbe a sostenere al 23 un combattimento presso Biale. Medici e Cosenz erano rimasti in Messina e nei dintorni per servire di riserva, e per seguire, al caso, le spedizioni già effettuate. Garibaldi era così in caso di poter concentrare ad ogn'istante tutta la sua armata nella Calabria. Dopo la presa di Reggio, seguita al 21, egli fece infatti venir in Calabria anche la brigata Cosenz, la quale, mentre Garibaldi bombardava e prendeva il forte di Reggio, poté sconfiggere le due brigate napoletane Melendez e Briganti e costringerle a rendersi a discrezione, come si potè rilevare dai telegrammi della Perseveranza, pubblicati nel foglio di ieri.
Il Semaphore di Marsiglia ci offre altri interessanti dati sullo sbarco presso capo dell'Armi. Il vapore postale Bearn delle Messaggerie imperiali, arrivato da Costantinopoli, prima di entrare nello stretto di Messina, incontrò la flottiglia comandata da Garibaldi in persona, la quale deveva portare le sue truppe in terra ferma. Allorché il detto vapore francese si trovava dirimpetto alla costa calabrese, i passeggieri del Bearn potevano vedere benissimo lo sbarco avvenuto domenica, 19 agosto, alle ore 3 e mezza pomeridiane, presso capo dell'Armi. Il dittatore diresse per il primo il suo piroscafo, con a bordo 1.200 uomini, verso la costa.
Giunti a terra, i garibaldiani, condotti dai loro ufficiali, marciarono senza indugio con due o tre cannoni verso le vicine alture. Essi si perdettero in una via fra i colli, la quale è incavata nella pietra sotto il villaggio fortificato di Cinque Dattili. Nell'atto che si effettuava lo sbarco, due navigli da guerra napoletani (una fregata ed una corvetta, che avevano fatto infruttuosi sforzi per raggiungere il vapore di Garibaldi), s'erano ancorati rimpetto al villaggio ed incominciarono a cannoneggiare verso la strada sulla quale marciavano i garibaldiani ed uccisero alcuni soldati.
Il vapore Bearn, arrivato nel punto in cui venne aperto il fuoco contro i garibaldiani, fu per un momento in pericolo; giacchè a bordo dei legni napoletani si credeva che esso portasse altri insorgenti. La fregata s'avvicinò sin sotto al tiro, ma retrocesse scorgendovi la bandiera francese, e continuò il fuoco contro gli sbarcati. A Messina si calcolava a 10 sino 12.000 il numero dei soldati condotti da Garibaldi nelle Calabrie.
La resistenza fatta finora dalla flotta napoletana agli sbarchi sulle coste della Calabria si può calcolare nulla. Eppure la marina napoletana è la più forte marina italiana (121 legni con 820 cannoni), mentre Garibaldi non dispone che di sei o sette vapori difettosi.
Non dobbiamo meravigliarci se è vero quanto riferisce la Presse di Parigi, che cioè il Governo napoletano non può fidarsi dei suoi navigli (i quali portano la bandiera tricolore) per trasportare truppe, munizioni e viveri. La maggior parte delle fregate e dei vapori mercantili delle società napoletane che il Governo avea sequestrati di tempo in tempo, stanno oziosi nei porti, ed il servizio di trasporto viene effettuato da legni francesi verso l'importo di 460.000 franchi di nolo al mese.
Ogni tentativo di operare in campo aperto contro Garibaldi dovrebbe riuscire infruttuoso, se almeno una parte dell'esercito di terra non fosse più fedele della flotta, e l'esercito di terra, anche dopo le perdite sofferte in Sicilia, conta ancora 70.000 uomini d' infanteria, 6.000 uomini di cavalleria e 6.000 d'artiglieria.
Il colpo decisivo dovrà aver luogo nella pianura di Terra di Lavoro, tra Napoli e Gaeta, il cui centro è Capua; giacchè la fortezza di Gaeta non è più un luogo di rifuggio pel re Francesco. Gaeta sarebbe un luogo sicuro solo nel caso che non potesse essere bloccata dalla parte del mare. Ma se l'armata di terra dovesse perdere una battaglia sotto le mura della capitale, ovvero nella pianura di Capua, dove stanno scaglionati 30.000 uomini tra Acera e Gaeta, allora tutta la flotta napoletana cadrebbe in possesso di Garibaldi, e con essa sarebbe perduta naturalmente anche la fortezza di Gaeta.