Eremi di Stignano - Eremo sconosciuto (di Andrea Grana e Team Argod)
Luogo: San Marco in Lamis (FG), Gargano (Puglia)
Documentario sugli Eremi della valle di Stignano, in collaborazione con Ludovico Centola e Gabriele Tardio.

Epigrafe di fondazione dell'anno 1515. Ricorda la (ri)costruzione della chiesa per volontà del 'Magnificus Dni Hector Pappacoda De Neapoli Utilis Castelli Pagan.' - Da Romano Starace.
Epigrafe di fondazione dell'anno 1515. Ricorda la (ri)costruzione della chiesa per volontà del 'Magnificus Dni Hector Pappacoda De Neapoli Utilis Castelli Pagan.' - Da Romano Starace.
Circa le origini della chiesa e del convento si hanno poche notizie fondate; ne sono da ritenere attendibili le fonti in gran parte posteriori alla definitiva costruzione della chiesa, e forse dello stesso convento, almeno nella parte più moderna. Emergono comunque due dati ufficiali incontrovertibili: un'epigrafe e una bolla pontificia.
Fissiamo pertanto alcune date.
L'epigrafe è del 1515; la bolla pontificia del 1560; inoltre: la data del pozzale del secondo chiostro è del 1576; la data dell'elevamento della cupola è del 1613, quella del campanile incompleto è del 1615, quella dell'arco che unisce il caseggiato attiguo alla chiesa è del 1628, un anno dopo il terribile terremoto del 1627; mentre sull'attuale facciata nello stemma francescano, che fa pendant a quello dei Pappacoda, la data è del 1608. Cominciamo dall'epigrafe che testualmente recita:

'Magnifìcus Dom. Hector Pappacoda de Neapoli ut III Dom. Castellipagani de elemosinis hanc Ecclesiam Divae Mariae de Stignano recondere fecit sub anno Domini MCCCCCXV die tertio novembris'.

Stemma (1523) di Ettore Pappacoda presente sul campanile della cattedrale di San Pardo a Larino, feudo del nobile napoletano dal 1496 - Da Romano Starace.
Stemma (1523) di Ettore Pappacoda presente sul campanile della cattedrale di San Pardo a Larino, feudo del nobile napoletano dal 1496 - Da Romano Starace.
Se, come è diffusa tradizione, confermata anche da qualche cronista, la lapide non fu mai rimossa dall'attuale sito, si ricava che l'ingresso attuale era già quello dei tempi di Ettore Pappacoda. Il quale comunque trasferì così l'ingresso orientale del primitivo oratorio in quello meridiano attuale con tre portali. Dovettero i successori di Ettore continuare nella imponente opera di costruzione e ricostruzione fino al 1608 e ne sarebbe conferma lo stemma dei Pappacoda posto al di sopra del portale di sinistra.
E' ben certo che i francescani, come si dice in altra parte, hanno il merito prevalente di tale opera edificatoria, ma a partire dal 1560 e non prima. E' questa la data ufficiale del passaggio del sacro luogo ai frati minori. Va notato che questi sono presenti, per lo meno ufficialmente, prima nella valle di Stignano e 18 anni dopo in quella dello Starale e cioè a S. Giovanni in Lamis, come si rileva da una bolla di papa Gregorio XIII del 1578. Questi gli esigui dati ufficiali; quanto ad altre fonti o cronache con valore di fonti c'è ben poco da attingere. In merito, con valore molto relativo, abbiamo i cenni cronachistici del Gonzaga e del Wadding.
Ci affrettiamo a dire con franchezza che per quanto ci interessa, si tratta di elementi (o meglio di relitti, di dicitur) farraginosi, vaghi e imprecisi. Prima di tutto si può agevolmente non tenere in gran conto il Wadding il quale, nel suo transunto, con poche trascurabili varianti segue pedissequamente il Gonzaga ripetendone, quasi in copia conforme, stilemi, frasi, immagini con indicazioni ugualmente approssimative e confuse di località. Mentre gli Annales del Wadding videro la luce dal 1625 al 1654, il De Origine del Gonzaga, stando all'edizione che è del 1587, è quasi contemporanea all'attività ufficiale dei francescani nelle due valli.
Le bolle pontificie infatti sono del 1560 per Stignano e del 1578 per il neonominato convento di S. Matteo in Lamis.
Tuttavia trascriviamo dal Gonzaga: 'Eandem prorsus conditionem subiit hic conventus' (Nota 1). Cioè prima di questo convento un fra Salvatore 'discalceato' avrebbe fondato una casa a suo modo, a Celenza Valfortore (1510). Inoltre subito dopo, ottenuti i fondi della chiesa matrice di un borgo non precisabile, secondo il Gonzaga chiamato 'Castel di Forlì', fra Salvatore 'construxisset aediculam sub invocationem Sanctae Mariae de Gratiis'.
Meraviglia tanta attività in meno di un quinquennio e turba per entrambi i conventi la eguale denominazione di Santa Maria delle Grazie; a meno che non si tratti di omonimia c'è da pensare a una grossa confusione compiuta dal Gonzaga, il quale, del resto, per quanto attiene a Stignano, così prosegue:

'Eandem prorsus conditionem subiit hic conventus, gloriosissimae Virginis Mariae sacratus atque ad Angeli sive Gargani montis radices in valle Stignana situs, quam et praecedens (cioè il predetto convento di Santa Maria delle Grazie di Castel di Forlì): cum et a praefato frate Salvatore Discalciato, circa eundem annum Domini 1515 aedificatus, et ab eius confratribus derelictus, ac tandem huius provinciae patribus, praefatae vallis Stignanae incolis id maxime curantibus, collatus sit: qui nihilominus, cum ab indevotis, rusticisque quibusdam saecularibus molestarentur, pacificam eius possessionem plerumque ius a summo pontifice Pio IV anno Domini 1561'.

La prima inesattezza del Gonzaga riguarda la datazione della bolla che è, come si è detto, del 1560 e non dell'anno successivo. Le altre riguardano l'attività di fra Salvatore Scalzo (discalceatus) il quale cooperando con Bartolomeo Carafa, abate di S. Giovanni in Lamis, avrebbe trasformato, nel volgere di pochissimo tempo, una piccola cappella (aedicula) od oratorio nel monastero di S. Maria delle Grazie nella località di Castri Forolivii (Castel di Forlì come egli stesso in parentesi traduce), località entrambe imprecisabili. Se dobbiamo ancora riflettere su quelle 'aediculae' che si trasformano in grossi monasteri con relative imponenti chiese e su quanto da altri è stato opportunamente rilevato, ci sembra, a dir poco, inverosimile che fra Salvatore, venuto a Stignano, potesse

'presso la cappella dedicata a S. Maria, costruire un luogo di rifugio. Ben inteso secondo lo stile dei discalceati e cioè una capanna fatta di rami di alberi e di fango conforme alla strettissima povertà da loro professata' (Nota 2).

Inutile cosa perché nello stesso periodo di tempo sorgeva accanto alla chiesa il primo chiostro con la relativa costruzione delle celle.
Sfuma un po' dunque nelle nebbie del mito e della leggenda l'attività di questo rumoroso frate, già guardato con diffidenza dai suoi contemporanei. La storicità di questa figura è forse da prendere in considerazione solo come impulso e quale contributo di entusiasmo in un periodo di fervida costruzione di opere grandi e notabili.
La seconda inesattezza riguarda quell'inquietante omonimia. La terza concerne l'attività di fra Salvatore di una dinamicità da far invidia a frati, tecnici e costruttori del secolo XX.
Nessun accenno poi ai Pappacoda, i reali costruttori di Stignano con le collette di Castelpagano e certamente di S. Marco e di Apricena. Il Gonzaga parla inoltre di accordi tra i Carafa e fra Salvatore sia per il convento di Castri Forolivii sia per quello di Stignano. Ora se, come qualcuno vuole, Castel di Forlì è nei pressi dell'attuale Manfredonia, il grosso dubbio si complica: i Carafa, abati di S. Giovanni in Lamis, non avevano alcuna giurisdizione sui territori di Manfredonia e Siponto. In conclusione: inquietante è questo frate la cui attività, come abbiamo già detto, sfuma nel mito, e inquietante è la cronaca del confusionario Gonzaga che con evidenza accoglie notizie e informazioni e le fonde e confonde in modo indiscriminato. Del plagio del Wadding si è detto; potrà il lettore sincerarsi con la lettura dei due testi riportati in appendice.
Tornando ancora al Gonzaga e rileggendo il Wadding, fra Salvatore avrebbe abbandonato nello stesso 1515 (data cioè dell'epigrafe del Pappacoda e di quella indicata dal Gonzaga: unico punto d'incontro) il 'conventus' di Stignano "circa eundem annum Domini 1515 aedificatus et ab eius confratribus derelictus". Nel medesimo anno praticamente, cioè di fatto, sarebbero subentrati i Minori i quali, sempre secondo il Gonzaga, 'conventum obtinuerunt'. Tutto ciò spiegherebbe la prodigiosa e ammirevole attività di fra Ludovico da Corneto che morì proprio nell'anno della concessione pontificia. Senonché mentre i francescani ricevevano il recente complesso delle opere di Stignano, ebbero a patire molestie non poche dai contadini e da altri abitanti secolari della valle e dei borghi circonvicini. Infatti

'sed multas molestias ab indevotis rusticisque quibusdam saecularibus perpessi, pacificam possessionem usque ad annum MDLXI (sic), non acquisierunt, pieno eius tunc jure loci a Pio IV concesso' (Nota 3).

E' ora di fissare un po' l'attenzione sulla dolce figura di Ludovico da Corneto. Questo frate che entusiasmò il popolo e mitigò e vinse le ostilità dei 'rustici indevoti', dovette contribuire non poco al pacifico possesso di Stignano da parte dei suoi confratelli, sollecitando così lo stesso papa Medici, Pio IV, al relativo riconoscimento ufficiale.
La morte del beato Ludovico è del 1560 all'incirca (il necrologio francescano lo ricorda alla data del 18 febbraio) e la bolla pontificia 'Iustis petentium desideriis' porta infatti la data del 30 marzo 1560.
Il risveglio religioso operato dai francescani e la risonanza sempre crescente del luogo sacro, cui il più bel tempio e l'ampliato convento permettevano un culto sempre più intenso ed esteso, come si rileva poi leggendo Serafino da Montorio, tanto che la devozione popolare ne traeva fonte di conforto e sollievo, per non tener conto dei numerosi miracoli attribuiti alla Vergine, interessarono anche un altro papa: il ferreo pontefice Peretti, Sisto V cioè, riconobbe l'alta funzione morale e il valore religioso del santuario, lo dichiarò insigne e lo dotò del privilegio di indulgenze speciali. (Nota 4).
Così il Wadding ricorda, a circa un secolo di distanza, il nostro buon Ludovico: "Vixit hic (a Stignano) Ludovicus a Croneto laicus, daemonibus formidabilis, ob summam eius simplicitatem assiduamque orationem accepta a Deo in eos potestate" (Nota 5).
Tanto per quanto è stato possibile ricostruire circa i francescani in genere e i frati Salvatore e Ludovico in particolare e prima cioè della bolla pontificia del 1560. Quanto poi a Ettore Pappacoda di Napoli e signore di Castelpagano e Larino siamo lieti di fornire, ad un eventuale interesse del lettore, notizie desunte con diligenza e con pazienza ricostruite.
Si rileverà prima di ogni cosa la non trascurabile importanza che ebbero i Pappacoda nel regno napoletano soprattutto nel periodo aragonese e spagnolo.
I Pappacoda o Papacoda appartenevano ad una delle più antiche ed illustri famiglie nobili napoletane avendo ricoperto, per circa sei secoli, e cioè dai tempi di Carlo d'Angiò a quelli di Ferdinando IV di Borbone, incarichi di prim'ordine nell'amministrazione del regno. Hanno goduto nobiltà in Napoli al seggio di Porto ed alcuni di essi hanno vestito pure l'abito dell'ordine gerosolomitano. Un loro capostipite, di nome Valente, possedeva una galera per servizio statale tra Ischia e Napoli, mentre un Guglielmo Pappacoda è segnalato alla corte di Re Roberto ed un suo figlio, Linotto, amministrò giustizia "in terra di Principato". È' certo che il figlio Baordo, "buon soldato di re Ladislao", fu uno dei tanti favoriti della regina Giovanna II, come pure a lui si deve la costruzione della chiesa di S. Giovanni Evangelista e della mirabile cappella di S. Niccolò ove sono seppelliti i più celebri dei Pappacoda. Alla corte di Ferrante d'Aragona si distinsero Annibale e Artusio, il primo ottenne il feudo di Tortorella, il secondo quello di Massafra. Artusio ebbe due figli: Francesco e Antonello. Da Francesco nacquero Annibale, Artusio, Baldassare, Ettore e Angelo.
Poche sono le notizie riguardanti Ettore. Il Borrelli ci informa che Ferdinando V il Cattolico, conquistata Napoli nel 1503 'dedit Hectori Larinum' (Nota 6). Una tale concessione deve essere stata la risultante di una attività politico-amministrativa svolta dal Pappacoda in favore del re e di cui nulla sappiamo. Ma il più noto dei Pappacoda resta Giovanni Lorenzo del quale si innamorò Bona Sforza, regina di Polonia, moglie di Sigismondo I, figlia di Giovanni Galeazzo Sforza e Isabella d'Aragona, la quale, abbandonato il regno, si trasferì prima a Possano in Calabria e poi nell'altro suo feudo, il ducato di Bari, ove, nel 1558, per mano dello stesso amante, che si era fatto lasciare in eredità tutti i suoi beni, trova la morte (Nota 7). Così il principato di Possano e il ducato di Bari, assieme ad 'argenti lavorati, oro, mobili e bestiame che ascesero al valore di ducati 200.000' di proprietà della defunta regina, ritornarono nelle mani di Filippo II il quale, per il 'serviggio' resogli, nominò il Pappacoda marchese di Capurso. Infine i Pappacoda, secondo quanto affermano i vari compilatori (Nota 8) di dizionari storici delle famiglie nobili napoletane, possedettero ben trenta feudi, 4 contee, 5 marchesati, il ducato di Termoli e i principati di Bitetto, Centola e Triggiano. Il ramo dei Pappacoda dei principi di Centola, cui apparteneva Ettore, si estinse il 1773 con Giuseppe che fu reggente della gran corte della Vicaria e fece parte della reggenza nominata durante la minorità di Ferdinando IV, mentre quello dei principi di Triggiano e dei marchesi di Capurso si estinse con Anna, sposata a Gianbattista Filomarino, principe della Rocca. Da tutto ciò si desume l'importante attività dei Pappacoda nel regno. Delle dovizie di Ettore, signore di Larino e di Castelpagano, e della sua particolare opera svolta nel Gargano e nel Molise non rimane forse che questo bei monumento di Stignano. Nel popolo poi non resta che il relitto di un motto: "ormai è finito il tempo dei Pappacoda", indice rivelatore di una orgogliosa conquista antifeudale.
Nella prima edizione di questo lavoro si parlava di una presenza dei cistercensi a Stignano. Cultori di storia (Nota 9) non registrano tale presenza che comunque viene messa in dubbio anche da altri. Non si posseggono infatti a tutt'oggi elementi precisi e fondati in merito. Tuttavia una certa perplessità rimane circa l'affermata presenza dei cistercensi, alimentata dalla permanenza di una tradizione orale (come mai nata?) e accolta, sia pure acriticamente, da taluni cronisti locali. Infatti a S. Giovanni in Lamis, nel sec. XVI, sia pure in crisi e prossimo all'abbandono (1578), operarono i cistercensi. Avranno mai essi avuto un'amministrazione fiduciaria per breve momento, e cioè quando fra Salvatore Scalzo abbandonò con tutti i suoi compagni Stignano? Non è da supporre un vuoto dal 1515 al 1560.
Cadendo l'ipotesi della presenza effimera e provvisoriamente fiduciaria dei cistercensi dunque, c'è da tener presenti due fatti: quello della operosità di fra Ludovico che precede l'insediamento ufficiale dei Minori (1560) e l'indicazione di una fonte per noi preziosa, quella del già citato pellegrino padre Razzi. Questi afferma che all'epoca della sua visita (1576) a Stignano la 'divozione', cioè il culto, 'da sessanta anni fu data ai padri Zoccolanti'. Il che è in contrasto con l'affermazione del Gonzaga 'cum conventus et a praefato frate Salvatore Discalciato, circa eundem annum Domini 1515 aedificatus et ab eius confratribus derelictus' (Nota 10). In egual modo è da tenere in conto un'altra affermazione dello stesso Razzi. Già il Gonzaga annota :

'Circestensibus patribus alio profectis in hoc sacrum monasterium in honorem Iohannis in Lamis, sive (ut aliis placet) beati Matthaei Evangelistae' (Nota 11).

A sua volta il Razzi conferma l'eguale presenza di Vincenzo Carafa come il Gonzaga e parla esplicitamente di S. Matteo:

'Salendo per la valle trovammo.... S. Marcuccio e più in alto miglio S. Matteo'.

Dunque il 1576 la denominazione della badia è comunemente quella di S. Matteo, e cioè due anni prima della concessione pontificia e dell'insediamento ufficiale dei frati minori. In tal modo questi non hanno fatto altro che consacrare nella denominazione quanto già avveniva sotto i cistercensi. E torna qui opportuno discutere un poco di un'altra aporia offertaci dal Gonzaga: dito o dente di S. Matteo?
Così recita il Gonzaga:

'Quod haddubie in causa est ut sacra haec sedes (conventus S. Joannis in Lamis), modo divo Joanni modo vero B. Matthaeo cuius etiam digitus in sacrario diligentissime asseruatur prò cuiusque arbitrio dicetur consecraturque' (Nota 12).

Invece l'atto ufficiale di autenticazione della reliquia di S. Matteo è di molto posteriore all'affermazione del Gonzaga e non si parla più di dito ma di dente. Infatti il 29 novembre 1759, essendo abate di S. Marco Nicola Colonna, fu esibita da padre Bernardino da Manfredonia, guardiano del convento di S. Matteo, al vescovo Ciro di Monopoli, un'antica 'cartula ex qua eruitur fuisse elargitam reliquiam dentis S. Apostoli et Evangelistae Matthei per Johannem Carusium civitatis Lesinae in beneficium expressi monasterii sub datum Cagnani 29 Julii 1622' (Nota 13).
Ma tornando all'attività dei francescani, non importa se dopo la partenza di fra Salvatore o a partire dalla data di concessione pontificia, essa fu certamente vasta, ammirevole e determinante per la vitalità del santuario. In quanto alla bolla facciamo notare che questa tien conto dei postulanti sammarchesi, i quali in effetti, fin dall'inizio del secolo, erano ardentemente interessati all'opera di fra Salvatore, dei francescani poi, dei Pappacoda, dei Castelpaganesi a che Stignano fosse un centro pulsante di vita morale e religiosa.
Appunto per venire incontro a queste giuste aspirazioni i francescani non vennero meno all'universale aspirazione. La mole dei lavori da essi ben presto intrapresa è una prima e diretta testimonianza: anzitutto l'ampliamento del convento con la imponente costruzione di un nuovo ordine di celle, del refettorio e del bellissimo aereo chiostro, di buona fattura rinascimentale; il quale pur ripete nell'agilità e snellezza della duplice fila sovrastante di archi e colonne i motivi del primo chiostro a ridosso della chiesa. Il grazioso pozzo centrale, puro gioiello d'arte, ne è il sigillo più ammirato (Nota 14). Anche la facciata della chiesa dovette subire modifiche, cioè subire l'impronta della mano francescana con la riconoscibile semplicità, sempre vigilata, della sua arte. Ne è prova la data dell'emblema francescano sovrastante la porta di levante del 1605 e il contemporaneo bel sagrato, tipicamente francescano, ad opus incertum, recinto da un muretto e percorso tutto dal sedile, scomparso definitivamente dopo i recenti restauri e dove una volta il respiro della folta erba che variegava il selciato, coll'aria primaverile, visitava la chiesa dandole una forte e suggestiva aura agreste e mistica. Degni di nota sono su una delle porte della facciata una lunetta raffigurante un Cristo benedicente e inoltre sull'architrave un rilievo, a tutto tondo in pietra: una Madonna con Bambino, di pregevole fattura.
Anche il '600 è ancora, per merito dei francescani, ricco di opere e di vita. La cupola di forma irregolare e che si regge su quattro archi porta la data del 1613. Il solido e ardito arco scendivalle a tutto sesto, che congiunge la casa dell'allora barone di Rignano, è del 1628. Non per nulla abbiamo parlato della solidità di questo arco, e, potremmo aggiungere di tutto il complesso fondamentale della costruzione, chiesa e convento compresi, poiché lo spaventoso terremoto di S. Severo del 1627, ne fu un collaudo severissimo. In quanto agli effetti di quel cataclisma un cronista del tempo, Antonio Lucchino (Nota 15), potè certamente riferirsi al grave danno subito dalle mura di cinta del giardino e non a quelle della chiesa. Altra opera degna d'ammirazione, ma di cui non rimane che qualche miserando relitto, è il coro in noce ormai distrutto dai tarli, edaci denti del tempo, e che porta la data del 1663. Era composto di 49 stalli finemente intagliati ai lati dei quali una mano esperta e paziente aveva inciso 160 teste di putti, l'una dall'altra diversa, mentre sotto la cornice, a grosse lettere in oro, si leggeva:

'Cum Domino psalmis non solum vox sonet laudes Dei sed opera concordent cum voce tua; cum ergo voce cantaveris, canta voce corde ne sileas vita ne taceas'. (Nota)

Ora la produzione in serie di lavori consimili potrebbe in qualche modo sostituire quello antico. Ma mai degnamente: nessun'opera in serie potrà realizzare quella civile espressione d'arte, frutto di pazienza dell'artigianato monacale e locale.