L'Astrolabio, 1970, Anno VIII, n. 4
di Arturo Gismondi

Il decennio appena cominciato può essere considerato forse l'ultimo termine utile per avviare a soluzione il problema del Mezzogiorno. È un'opinione abbastanza diffusa fra i meridionalisti, ed è stata sostenuta, fm l'altro, da Pasquale Saraceno nel corso di un convegno tenuto qualche mese fa a Bari. Se entro i prossimi anni - disse in sostanza Saraceno - non saremo riusciti a invertire la tendenza della fuga dal Sud, e a creare un numero tale di nuovi posti di lavoro da frenare l'esodo e da avviare le regioni meridionali verso il traguardo della piena occupazione dovremo rassegnarci a veder continuare il loro decadimento, fino ai limiti del sottosviluppo. Un discorso analogo lo aveva fatto già nell'ottobre 1967 Emilio Colombo, lanciando a Napoli - nel corso di una riunione della DC dedicata ai problemi del Sud - l'idea della “contrattazione programmata”. L'ultima occasione, è stata il convegno organizzato dalla Fondazione Cini a Venezia nell'autunno scorso. Anche lì, le voci di allarme furono molte, e prevalenti sulle altre. Nessuno, comunque, tentò di inalberare i toni del trionfalismo, da tempo passati di moda quando si parla del Sud.
L'impressione, dunque, che gli sforzi per colmare il divario, finora crescente, fra il Mezzogiorno d'ltalia e il resto del paese siano giunti a un punto di crisi, è abbastanza diffuso. Da quel che accadrà nel decennio prossimo, e forse nei primi anni di esso, dipenderà l'avvenire di vaste regioni del nostro paese. A leggere i programmi già varati, taluno dei quali già in via di realizzazione, o quelli che ancora numerosi aspettano ancora l'approvazione del CIPE bisognerebbe concludere che non soltanto il governo, ma anche le aziende pubbliche e talune di quelle private si apprestano a fare uno sforzo maggiore che per il passato. Nella sua conferenza-stampa di ottobre, il Presidente dell'RI Petrilli parlò di investimenti nel sud, previsti nei prossimi anni, per 1400 miliardi. Forlani, parlando al Senato, affermò che il limite del 60 per cento fissato per gli investimenti nelle regioni meridionali era stato ampiamente superato dall'IRI, e che lo stesso si prevedeva, nel settore della chimica e della petrolchimica, per l'ENI. Caron, parlando alla TV pochi giorni fa, annunciò per i prossimi anni investimenti FIAT dell'ordine di 400 miliardi, il 60 per cento dei quali da localizzare nel Mezzogiorno.
In taluni casi non si tratta solo di previsione di stanziamenti, L'IRI ha già completato il terzo altiforno a Taranto (il quarto entrerà in funzione nel 1972) mentre si aspetta una decisione per il quinto centro siderurgico, che ricorrenti notizie giornalistiche vogliono insediato in Calabria, chi a Crotone, chi a Sibari, chi a Sant'Eufemia. Entro il 1975, la struttura produttiva siderurgica meridionale dovrebbe essere poderosa: oltre il 50 per cento della produzione d'acciaio uscirà da stabilimenti meridionali. Accanto alla siderurgia, l'IRI ha in programma nuove attività nel settore meccanico. Nel 1972 saranno ultimati gli stabilimenti napoletani dell'”Alfasud”, che daranno lavoro a 12 mila operai. Sempre in Campania, a Grazzanise sorgeranno gli stabilimenti dell'Aeritalia (IRI, FIAT, Aerfer) per la costruzione di piccoli apparecchi a decollo verticale particolarmente adatti per gli scali interni (o, come vuole taluno, destinati a commesse belliche). Nel campo dell'elettronica, l'IRI ha in progetto due stabilimenti. Uno di essi dovrebbe sorgere a Palermo, ove il gruppo di stato ha già rilevato PELSI e l'altro a l'Aquila, ove su licenze Siemens opera già un'altra azienda IRI, la ATES.
Per il settore meccanico il panorama è completato da una fabbrica Olivetti in Campania e dalle iniziative della FIAT: uno stabilimento per macchine edili in provincia di Lecce, uno per il montaggio di vetture e la costruzione di cambi automatici a Bari, la Sicilfiat a Palermo (montaggio di 50 mila vetture per il mercato siciliano) e, infine, una iniziativa più ragguardevole, sempre per il montaggio e per la costruzione di pezzi staccati nella piana di Ceccano, vicino a Frosinone.
Di grande impegno si presenta anche il programma dell'ENI che ha già due iniziative in corso in Sardegna. A Sarrock, sulla costa del cagliaritano, è in costruzione uno stabilimento (la “Saras-chimica”) per la produzione di aromatici. L'80 per cento del capitale è ANIC, la rimanente parte è SARAS (Moratti), La seconda iniziativa ENI in Sardegna, la più importante, di dimensioni europee, è prevista nella media Valle del Tirso, ove l'ENI comincerà a costruire, con la “Chatillon” (gruppo Montedison) e la SNIA-Viscosa impianti per la produzione di fibre acriliche, poliestere, cuoio sintetico, acido tereftalico.
L'ENI ha inoltre in programma uno stabilimento elettrochimico per la produzione dell'alluminio e del magnesio in Calabria (anche qui si fa il nome di Sibari, o di Crotone) per circa 200 miliardi, e un altro di fertilizzanti a Manfredonia (spesa prevista, 80-100 miliardi). Vi sono poi altre iniziative minori, e non precisate. Comunque, le notizie che già vengono date per certe forniscono un quadro indubbiamente vasto, e quantitativamente ragguardevole, dell'impegno dei maggiori gruppi pubblici e privati (in qualche caso associati fra loro) nel Meridione.
Nel discorso pronunciato al Senato il 23 ottobre dell'anno scorso, il Ministro delle Partecipazioni statali Malfatti, facendo un quadro delle iniziative per gli anni '70 poteva affermare, con qualche pretesa di verità, che si va configurando nel meridione “una struttura industriale che, per la massiccia presenza siderurgica, meccanica, chimica, petrolchimica, e domani aereonautica ed elettronica rappresenta in tendenza una frontiera avanzata della più generale struttura industriale del paese”.
È un giudizio che si può sostanzialmente condividere, e che pure non scalfisce in alcun modo il pessimismo tuttora prevalente sulle sorti del Mezzogiorno d'Italia nel prossimo decennio. È vero, infatti, che già nella seconda metà degli anni '70 saranno stati localizzati nelle regioni meridionali taluni dei settori tecnologicamente più avanzati della struttura industriale del paese. Si tratta di sapere, però, se questo è un fenomeno diverso da quel che è avvenuto nel passato, e se è sufficiente a creare, attorno ad alcune iniziative industriali di grande mole, quel tessuto di piccole attività manifatturiere, di media e piccola dimensione, che costituisce il grosso dello sviluppo del nord Italia. Il rischio di costruire altre “cattedrali nel deserto”, in fondo, resta sempre il più grave, nello sviluppo meridionale. A guardare una carta economica del Mezzogiorno, le novità appaiono innegabili, e gli sforzi in qualche caso, interessanti. Basta citare Gela, Ragusa, Siracusa per la chimica e la petrolchimica. Taranto per la siderurgia, Pozzuoli per la meccanica (Olivetti), Porto Torres e Cagliari per la raffìnazione dei prodotti petroliferi, le zone industriali di nuova formazione fra Roma e Latina, eccetera. Eppure la situazione, in termini relativi, è peggiorata rispetto ai due parametri fondamentali, che debbono essere alla base di ogni giudizio sulla situazione delle regioni meridionali: l'occupazione, e il divario con le regioni settentrionali.
Investimenti, nei decenni scorsi, ce ne sono stati, nessuno si sogna di negarlo. Si è trattato però, per lo più, e proprio per il tipo di iniziative di grande dimensione e di grande impegno finanziario, di investimenti contraddistinti da un altissimo impiego di capitali per addetto. Nel decennio passato la petrolchimica ha investito, nel Sud, oltre mille miliardi di lire. Ed ha creato non più di 17-18 mila posti di lavoro, a una media di 70-80 milioni per addetto. In Lombardia, nel settore chimico, con investimenti assai inferiori, sono stati creati 42 mila posti di lavoro. Un dato più generale, e impressionante. Nel decennio dal 1959 al 1968, per il quale disponiamo di dati completi, è stato localizzato nel sud il 25 per cento degli investimenti totali. Nello stesso periodo, però, la quota del valore aggiunto dell'industria manifatturiera nelle regioni meridionali non ha superato il 15.4 per cento. E l'incremento permanente dell'occupazione è stato del 15 per cento.
Il divario fra nord e sud, in termini d'occupazione, di reddito, di popolazione attiva, è aumentato. Il rapporto fra i grandi settori d'attività fa pensare sempre più a quello di un'area europea e di un paese in via di sviluppo. Al nord abbiamo (fine 1968) il 34.4 per cento della popolazione dedita ad attività terziarie, il 54 per cento all'Industria, appena l'11.1 per cento (un livello che è ormai da paese europeo sviluppato) dedito ancora ad attività agricole. Al sud, il rapporto è il seguente: 34.9, 34, 31.1. Oltre un terzo della popolazione continua a vivere d'agricoltura, l'industria è ancora al terzo posto fra i grandi settori d'attività per quel che riguarda l'occupazione. In dieci anni (sempre dal '59 a tutto il '68) la popolazione attiva è diminuita, al sud, da 6 milioni e 500 mila unità a meno di 6 milioni.
Sarebbe ingiusto sostenere che i governi succedutisi nel dopoguerra non abbiano tentato di fare nulla. Le iniziative ci sono state, e parlano chiaro. Ci sono anche però, e parlano chiaro anch'essi, 2 milioni e 700 mila lavoratori che hanno lasciato le loro case (né l'esodo si è concluso). La verità è che mentre sorgevano attività di grande impegno finanziario, e mentre la Cassa per il Mezzogiorno finanziava miriadi di piccole e medie imprese, spesso di natura avventurosa o unicamente speculativa, non era soltanto la campagna, e l'economia delle regioni montane, a rovinare e a causare l'esodo verso il nord. Accanto alla nascita di nuove iniziative il sud ha assistito in questi anni alla disgregazione, al decadimento, alla fine di settori di attività tradizionali della sua economia. È deperita irreparabilmente l'industria estrattiva siciliana (zolfi, piriti, cave), e sarda (carbone, ferro), sono in grave decadenza, o ridotte a livelli marginali, le industrie molitorie, e quel pulviscolio di attività fra agricole, piccolo-industriali e artigianali per la lavorazione, la conservazione e lo scambio di prodotti agricoli (olio, vino, pomodoro, formaggi, tabacco, agrumi, legname, sugheri) che per secoli avevano rappresentato, e in intere regioni, l'ossatura di una economia a base prevalentemente contadina e artigianale. La mancata soluzione dei problemi della terra, la fissità dei rapporti sociali nelle campagne, lo spostamento del reddito agrario nelle città verso la rendita edilizia (ugualmente parassitaria) hanno pesato sul sud, in senso negativo, portando fino alle estreme conseguenze, in vaste regioni, un processo di disgregazione sociale ed economica che gli investimenti massicci delle aziende pubbliche, le indiscriminate sovvenzioni della Cassa del Mezzogiorno non sono riusciti a bilanciare.
Ha pesato in definitiva (e ne accenniamo solo brevemente) il carattere “di importazione” dell'industria, la mancata riforma agraria e dei rapporti sociali nelle campagne, il collegamento, pressoché del tutto fallito, fra le nuove attività e l'agricoltura. Vi sono ragioni storiche ineliminabili. L'abitudine secolare delle classi dirigenti del sud alla rendita parassitaria, l'orrore per il rischio, costituiscono un freno alla nascita di una estesa attività industriale. Il fallimento dei “poli di sviluppo”, ormai universalmente riconosciuto, ha origini remote.
Su Adesso, una rivista assai vicina all'on. Colombo, i limiti dell'azione meridionale dei governi degli ultimi venti anni erano individuati nella pretesa di creare “un apparato industriale secondo il modello offerto dalle aree dei paesi avanzati senza preoccuparsi di verificare dal basso le esigenze complessive dello sviluppo, in relazione cioè alla struttura economico-sociale” delle regioni interessate. È una analisi sulla quale, anche fra i partiti di governo, esiste ormai accordo. Il discorso diventa più difficile quando si tratta di trarne le conseguenze. Anche qui, non si può dire che assieme alla individuazione del problema non vi siano tentativi di affrontarlo. Intanto, alcune delle iniziative previste per i prossimi anni si muovono in direzione di favorire attività a più alto coefficiente di manodopera rispetto al capitale impiegato. L'Alfasud a Napoli, accolta con tante discussioni poiché segnava l'ingresso delle partecipazioni statali in un settore nel quale non si ravvisavano necessità di investimenti, fu giustificata a suo tempo proprio con l'esigenza di localizzare nel Mezzogiorno industrie portanti dal punto di vista dello sviluppo dell'occupazione. Anche le industrie aereonautiche hanno, da questo punto di vista, carattere nuovo rispetto alle attività tradizionali finora localizzate al sud (siderurgia, petrolchimica, raffinazione, cementi). La Cassa del Mezzogiorno accenna a modificare il sistema degli incentivi nel senso di favorire iniziative più limitate nelle dimensioni, e più interessanti per l'impiego della manodopera. La stessa legge sulla pastorizia sarda potrebbe inserirsi in un tentativo di trasformazione delle culture dell'interno dell'isola, strappandole all'immobilità secolare di rapporti sociali basati sul dualismo lavoro-proprietà dei pascoli. L'iniziativa dell'ENl nella Valle del Tirso, che per la prima volta insedia in una zona centrale della Sardegna una grossa attività industriale, prevede un processo di “verticalizzazione” della produzione non più affidato alla nascita di nuove attività spontanee, ma implicito nell'iniziativa stessa. L'ENI prevede infatti di affiancare la produzione di fibre con lavorazioni dei tessuti, dei cuoi sintetici, di altri prodotti derivati.
Nel campo del dibattito meridionalista tornano infine, da qualche parte, ipotesi su un diverso interesse della grande industria del nord per il Meridione, Nel convegno di Venezia già citato se ne sono fatti interpreti, fra l'altro, Scalfari e Momigliano. L'allargamento della base industriale del paese per la congestione delle aree tradizionali del nord, per il costo crescente ipotizzabile nel futuro in termini di case, servizi, infrastrutture dei nuovi flussi migratori, sarebbe destinato a contare sempre più sul meridione. Si è sostenuto, per esempio, che nella scelta di Napoli per l'Alfasud abbia pesato una considerazione economica. Il costo, per l'azienda, della costruzione di infrastrutture e servizi non avrebbe compensato nel caso di un ampliamento degli impianti di Arese, gli eventuali vantaggi della concentrazione territoriale.
È un discorso difficile, e assai lungo. Anche perché supporrebbe veramente, da parte degli imprenditori e non solo di quelli pubblici, un calcolo reale, e in termini di bilancio aziendale, degli oneri sociali derivanti da nuovi flussi migratorii. Il che, per il passato, non è avvenuto. Se c'è qualcosa di nuovo, saremo sempre in tempo a constatarlo. Per ora, comunque, non si va al di là, anche nelle posizioni più illuminate e sincere di parte governativa, di una concezione tradizionale, che è quella di una localizzazione nelle regioni meridionali di attività che hanno i loro centri di potere, economico e politico, altrove, Nel suo discorso di ottobre al Senato l'on. Malfatti ha respinto la proposta di una contrattazione programmata dell'attività delle imprese pubbliche su base regionale. La “filosofia” di Petrilli e degli altri managers pubblici è nota. L'IRI, l'ENI, l'ENEL pianificano la loro attività su base nazionale, possono al più cercare ipotetici punti d'incontro fra esigenze di efficienza aziendale e valore sociale delle iniziative, almeno in termini di occupazione. Non possono, però, affidarsi a una logica che le esporrebbe a ogni genere di pressioni particolari e locali. È un punto di vista discutibile in termini politici, ma non in termini aziendali. E la debolezza delle residue speranze di tipo riformistico è proprio nella fragilità, quando non nella assenza, del discorso politico. Il meridione continua a essere oggetto, forse più presente, meglio considerato, di uno sviluppo concepito nel migliore dei casi come problema nazionale, ma nel quale il sud non riesce ad essere più che un interlocutore. La rinascita del sud, ove mai ci sarà, è affidata invece alla sua capacità, e alla capacità delle forze politiche e sociali meridionali, di diventare protagoniste dello sviluppo. Il sud deve essere protagonista politico, anzitutto, nel senso di trovare in sé le forze capaci di arrestare il processo di disgregazione tuttora in atto, di imporre una nuova politica a tutto il paese, di mutare, o di contribuire a mutare, la natura dello stato che, nell'insipienza delle classi dirigenti economiche meridionali, è il solo interlocutore possibile. Ma a questo punto il discorso, come i più recenti convegni sul Mezzogiorno hanno dimostrato, da Bari a Venezia, è appena agli inizi. O meglio ricomincia, cercando l'altro capo della matassa.