Giovanni Baldi, Le cinque giornate di Milano (1848), Firenze 1905
Le note presenti nel testo originale hanno la numerazione 1, 2, 3, ecc.
N.B. Su Giovanni Baldi non ho trovato nulla sul web. Doveva essere un socialista, che scriveva per l'editore Nerbini di Firenze. Quest'ultimo, iniziò come socialista e finì fascista (partecipò alla marcia su Roma). Il Nerbini muore nel 1934.
Le Cinque giornate di Milano (1848)

Dal Cosmorama pittorico N. 13 del 1848.
Dal Cosmorama pittorico N. 13 del 1848.
Contro l'Austria, avida d'oro e di sangue italiano, si accumulavano tesori d'ira generosa che né le forche, né il bastone, né il carcere duro valevano a reprimere. Aggiungeva esca al fuoco la produzione letteraria, contro la quale, invano, si accaniva la persecuzione dell'imperiale e reale polizia. Quante pagine del Guerrazzi, del Foscolo, del Mazzini; quante strofe del Berchet e del Rossetti, lette clandestinamente, fin sui banchi delle scuole sotto l'occhio vigile di pedagoghi, o nei seminari eludendo la sorveglianza di reverendi padri prefetti, accendevano i cuori come fiamma di vulcano e preparavano i futuri eroi!
L'inno scritto dal Giusti nel 1832:

“Fratelli, sorgete!
La patria vi chiama;”

era noto, quasi popolare, a Milano, e popolare divenne, dopo la morte dei Bandiera, il coro dell'opera buffa di Mercadante Donna Caritea.

Da Cosmorama pittorico N. 12 del 1839.
Da Cosmorama pittorico N. 12 del 1839.
Correvano, non ostante l'affannosa ricerca della polizia austriaca, scritti incendiari, come venivano chiamati nelle circolari governative, e fin la medaglia disegnata dal Pistrucci in onore de' martiri della Giovine Italia, e l'altra in memoria de' Bandiera e consorti, ideata da Pietro Giannone, disegnata da Davide d'Angers in Parigi e coniata dal Roget. L'imperatore Ferdinando era in Milano rappresentato dallo zio, il viceré Rainiero, avaro e ipocrita come un gesuita, corto d'intelletto quanto un qualunque impiegato istupidito dalle pratiche burocratiche, e dal conte maresciallo Radetzky, boemo, che aveva partecipato alle guerre contro Napoleone I ed era fido servitore del principe di Metternich. Grand'uomo di governo era il corrottissimo consigliere aulico conte Pachta, che aveva degni collaboratori nel famigerato capo di polizia Carlo Giusto Torresani, un trentino, e nel triste e feroce conte Luigi Bolza. Trovava ausilio l'Austria nel potere ecclesiastico, capeggiato dall'arcivescovo conte Gaisruck, che si diceva figlio naturale di Leopoldo II, ma più ancora nei nobili signori e nelle aristocratiche dame del biscottino, vera consorteria di austriacanti e di accoliti emeriti di gesuiti.
Dal Cosmorama pittorico N. 13 del 1848.
Dal Cosmorama pittorico N. 13 del 1848.
L'anno 1846 segna il punto di partenza del moto rivoluzionario lombardo, e diciamo lombardo perché Milano, la capitale dell'Insubria, dominava e trascinava seco lo spirito della regione. È l'anno in cui viene eletto pontefice Pio IX che, concedendo l'amnistia ai condannati politici dello Stato della Chiesa, accende entusiasmi in tutta l'Italia, e più in Milano, ove gli austriaci guardano sospettosamente, e talora proibiscono le manifestazioni di giubbilo per la elezione di un tal papa; è l'anno in cui, morendo il Gaisruck, nonostante l'armeggìo dell'Austria e dei biscottinisti, che avrebbero voluto un arcivescovo tedesco, vien nominato capo del clero lombardo il bergamasco Romilli, accolto dalla popolazione con feste indicibili che, l'Austria, inconsultamente, volle insanguinare; è infine l'anno in cui, con bella e solenne fusione, nobili, borghesi e popolani, celebrano in San Fedele funebri onori alla memoria del conte Federico Confalonieri, il martire del 21.
Il 1846 passò fra l'affaccendarsi rabbioso, e spesso inane, della polizia, la diffusione, moltiplicatasi a dismisura, degli scritti clandestini e il canto degli inni a Pio IX: nel 1847 ci fu l'astensione dal fumare. Erano nel caffè del Duomo Carlo Reali, Giovanni Bizzozzero, Riccardo Ceroni e l'ingegnere Crippa, nonché il professore Giovanni Cantoni e il dottor Pietro Secondi, e discutevano sul l'introito che l'Austria ricavava dal tabacco, e che era di circa cinque milioni di lire. Colpiamo l'impero nella borsa, fu detto. Come? Invitiamo i lombardi a non fumare.
Dal Cosmorama pittorico N. 14 del 1848.
Dal Cosmorama pittorico N. 14 del 1848.
Detto e fatto: il giorno dopo circolava clandestinamente un invito ai giovani perché cessassero dall'usare sigari, e l'invito divenne parola d'ordine d'un comitato che, in effetto, non esisteva che nella fantasia popolare e nel cervello della polizia. In pochi giorni non si fumò più, e il capitano Neipperg, figlio di Maria Luisa d'Austria, vedova di Napoleone I e duchessa di Parma, che davanti al caffè Cova, con aria spavalda, fumava, sentì, con un potente ceffone, cacciarsi il sigaro in gola. Ufficiali e polizia pel fatto imbestialirono; distribuirono sigari a soldati, a gendarmi, a birri, a furfanti, cui si apersero apposta le porte delle carceri, e li sguinzagliarono per le vie a provocare la popolazione, per avere così l'occasione di sfogare la loro rabbia in eccidi. Viene offerto nella galleria De Cristoforis un sigaro a uno spazzacamino, che si rifiuta di accettarlo; un croato, infuriato per l'opposto rifiuto, lo colpisce, e il fanciullo cade sanguinante. - Che fate? - grida il consigliere Manganini. Voi uccidete un innocente! Un colpo di sciabola di un dragone è la risposta che gli tocca.
Dal Cosmorama pittorico N. 14 del 1848.
Dal Cosmorama pittorico N. 14 del 1848.
Fu il segnale; ufficiali, soldati e birri caricarono alla cieca la folla sul Corso e in Piazza de' Mercanti, e sangue di donne e di fanciulli tinse le vie di Milano, corse da orde briache e feroci. Ciò avvenne il 3 gennaio 1848. Si mandarono, accompagnate dal Ficquelmont, a che si riducono gli uomini di stato!, alcune facili e belle damine dell'aristocrazia viennese per sedurre i giovani lombardi con le loro grazie; ma i lombardi disertarono le conversazioni ove quelle si recavano: si fece scritturare alla Scala la famosa ballerina Essler, l'amica del povero Duca di Reichstadt, il figlio di Napoleone e di Maria Luisa, la quale Essler aveva suscitati tanti entusiasmi; ma i milanesi fecero peggio che fischiare, disertarono affatto il teatro; Si ricorda che ad un veglione solenne di gala alla Scala non si vide altro pubblico che otto guardie di polizia. L'Austria capiva che così non la poteva durare, e n'è prova l'aneddoto seguente.
Quando nella primavera del 1847, l'illustre statista Cobden, che attraversava l'Italia, passò per Milano, gli fu offerto un banchetto. La polizia, ritenendo che il già noto, e a lei sospetto, professore Cattaneo, l'illustre discepolo di Romagnosi, dovesse presiedere cotesta riunione che le dava fastidio, lo chiamò, e un Lindenau. austriaco, impose al Cattaneo che i discorsi, che in quella occasione sarebbero stati pronunziati, fossero messi in iscritto e sottoposti -alla censura preventiva. Il Cattaneo, all'insolente richiesta, rispose sdegnosamente, con dignità e fermezza, e il Lindenau, imbarazzato, desistendo dall'espresso proposito, candidamente fè questa confessione dello stato d'animo della turba aulica imperiale e reale:

“Capisco bene anch'io che è impossibile poter continuare in questo sistema; ma è ben malagevole dire per qual via potremo uscirne fuori”.

Il modo d'uscirne lo preparavano i Broggi, i Lazzati, i Borgazzi, i Croff, i Dandolo, il De Cristoforis, il Fioretti, il Testa, Achille Ravizza, antico milite della Giovine Italia e già esule, comprando, con gran rischio, armi e munizioni.

Dal Cosmorama pittorico N. 15 del 1848.
Dal Cosmorama pittorico N. 15 del 1848.
Giovanni Cantoni, lavorando a conquistare alla causa della libertà i granatieri italiani e ungheresi, il Maestri e Cesare Correnti, facendo un'attiva propaganda nelle caserme.
Intanto i napoletani, il 27 gennaio 1848, strappavano al Borbone la costituzione, già concessa da Pio IX e da Leopoldo II granduca di Toscana, e i milanesi, poveri e ricchi, in onta alla polizia, ne menarono gran festa, e la domenica 6 febbraio corsero in folla nel duomo per assistere ad un Te Deum, quasi in segno di esultanza. La polizia prese la rivincita proibendo i cappelli alla calabrese, alla puritana, all'Ernani, e il Radetzsky, il 22 febbraio, emetteva un reboante ordine del giorno alle truppe, e il governo emanava la legge stataria. Si sentiva nell'aria l'odore della polvere. Scoppia la rivoluzione a Parigi, e dopo tre giorni di conflitto Luigi Filippo, il re borghese, espia con la fuga i tradimenti del '31, e viene proclamata la repubblica: la marea rivoluzionaria sale, minacciosa, in tutta Europa, e il viceré Ranierio, colto un pretesto, fugge a Vienna; ma anche Vienna, la buona e fedele capitale dell'impero, caso inaudito, insorge, e il 17 di marzo ne giunge la notizia a Milano. In Via del Cappello, nel Caffè della Cecchina, così chiamato dal nome della proprietaria, alcuni giovani, tra i quali era Cesare Correnti, decretano di rompere ogni indugio e di sollevare Milano; la stessa decisione veniva presa sull'alba, in più numerosa riunione, in casa del dottore Attilio De Luigi in Via dei Disciplini. Il Cattaneo, che doveva all'avvertimento di Enrico Mylius di non essere stato ancora deportato, dubitava forte di una vittoria di popolo; gli eventi lo sorpresero, ed egli seppe essere all'altezza di essi.
Dal Cosmorama pittorico N. 15 del 1848.
Dal Cosmorama pittorico N. 15 del 1848.
Era potestà, o, come oggi si direbbe, sindaco di Milano il conte Gabrio Casati, fratello di quella Teresa che fu fida compagna del Confalonieri; ciò non toglie ch'ei non avesse ben meritato dell'impero, che gli conferì la croce dell'ordine della Corona ferrea e la reiterata nomina di potestà. Uomo di debole animo, tenero di partiti mezzani e ligio alle corti, allorché vide sorgere sull'orizzonte l'astro di Carlo Alberto, inviò suo figlio a militare nell'artiglieria dell'esercito piemontese, e altro figlio inviò nell'università tedesca di Innspruck, intanto s'era anche procacciato l'ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro; era quindi bene accetto agli uni e agli altri. Di costui cercarono i giovani per recarsi dal vice-governatore austriaco O'Donnell per chiedere riforme; riluttante se lo trassero in mezzo, né egli prevedeva qual piega avrebbe presa la manifestazione. Compaiono, come per incanto, bandiere e coccarde tricolori, la folla, in un silenzio solenne, segue la deputazione, s'ingrossa per via, giunge al palazzo del governatore. Ivi la sentinella, spaventata, spiana l'arme, ma cade colpita a morte e i componenti il corpo di guardia vengono disarmati e ridotti all' impotenza. Un fiero giovine, gloria di Milano insorta, e della difesa di Roma, Enrico Cernuschi, sale nel palazzo e costringe l'0'Donnell a firmare tre decreti coi quali si stabiliva l'armamento della guardia nazionale, la destituzione della polizia e si affidava l'incarico di vegliare alla sicurezza della città al municipio. Il colpo audace era riuscito, ma dei quarantamila fucili che si diceva dovessero venire dal Piemonte, auspice dell'invio Carlo Alberto, non ve n'era uno: non importa! il popolo toglie le armi ai negozi di armajolo, le prende dal ricco museo Uboldi e da altri musei; ogni arma é giudicata buona, e scorgonsi cittadini armati di picche, di alabarde di lanzichenecchi, di vecchi archibugi a pietra, di spadoni a due mani dei tempi delle guerre tra Francesco I e Carlo V. Si abbarrano le case e le vie, si erigono barricate. Il Radetzky, sorpreso, ordina al Comune il disarmo, minaccia sacco e sterminio, occupa a forza il palazzo comunale del Broletto facendovi de' prigionieri che fa condurre in Castello. Il Casati e i suoi Colleghi della municipalità s'imbattono, in Via del Monte negli austriaci, e si rifugiano in casa Vidiserti, ove i cittadini insorti acclamano comitato centrale la commissione municipale, la quale, nella notte, trasporta la sua sede in via de' Bigli, in casa del conte Carlo Taverna. Credeva il Radetzky bastasse mostrarsi a cavallo per le vie di Milano, la sciabola nuda in pugno, per potere sgominare i milanesi, in quella vece le vie si coprono di opere di difesa e di offesa e il popolo si mostra pronto ad una lotta decisiva, a oltranza.
Da L'Emporio pittoresco del 1869.
Da L'Emporio pittoresco del 1869.
Le donne, i fanciulli, fino i preti si mettono nella lotta; tra le nobildonne ricordiamo la Laura Solera-Mantegazza, la colta sua collaboratrice Ismenia Sormani-Castelli, nonché, per non dire di altre, della bella, colta e audace principessa Cristina di Belgioioso (Continua...), e ricordiamo la Giuseppina Lazzaroni (Leggi), che seguì, armata, il fratello Gian Battista sulle barricate, e la valorosa Luisa Battistotti-Sassi (Leggi), che vi seguì il marito. I fanciulli, specie i martinitt dell'orfanotrofio, aiutano nell'inalzare barricate, corrono da via a via a recare avvisi, accorrono a spegnere le bombe, a raccogliere sui caduti armi e munizioni; il 19, a porta Ticinese assalgono gli austriaci a sassate, novelli Balilla, e li costringono, capitanati da un famoso sergente di polizia, il Mazza, a fare una sortita. Caddero nel conflitto due ragazzi, un Castoldi ed un Grossi. I seminaristi, tra essi l'illustre Stoppani, davano nelle campane, dai campanili inalzavano bandiere tricolori e palloni di carta destinati a portar le nuove dell' insurrezione nel contado, accorrevano alle barricate e combattevano e assistevano i feriti. Era la sollevazione di tutto un popolo.
Dal Cosmorama pittorico N. 45 del 1839.
Dal Cosmorama pittorico N. 45 del 1839.
La notte del 19, mentre un'ecclisse di luna portava nuovo sgomento nelle anime de' croati, che in esso ravvisavano, in loro superstizione, un segno di funesto presagio venuto dal cielo, manipolo di giovani audaci accorreva ov'era rifugiato il Casati col Comitato e chiedevano munizioni.
Alle parole incerte dell'allibito potestà prorompevano volere capi che sapessero dirigere il moto e assicurare la vittoria del popolo, prendendo armi ed ufficiali nella vicina Svizzera ed in Francia. Altri irrompono e sdegnosi delle tergiversazioni, gridano: Vogliamo un governo provvisorio! Ingrossa la folla, ed il Cattaneo, con molta praticità, propone non doversi, pel momento, che proclamare un consiglio di guerra. Detto e fatto; ma il Casati, che aveva protestato di non volere uscire dalla legalità, di non volere essere che il capo del Municipio, di non voler saperne di chiamarsi attorno i veterani, gli ufficiali dell'esercito napoleonico, uomini compromessi, com'ei li chiamava, colto il destro, se la svignò; lo ritrovò il Cernuschi, e dové guardarlo a vista come un prigioniero perché non disertasse.
L'Arciduca Ranieri - Dal Cosmorama pittorico del 1839.
L'Arciduca Ranieri - Dal Cosmorama pittorico del 1839.
Alla fine, a malincuore, si decise a nominare alcuni collaboratori al Municipio: il conte Borgia, il generale Lechi, l'avv. Anselmo Guerrieri, il conte Porro e il conte Durini, teneri, questi, pel re Carlo Alberto, e due funzionari austriaci cui affidava la polizia. I cittadini, formano un Comitato di guerra e chiamano a farne parte Carlo Cattaneo, Enrico Cernuschi, Giorgio Terzaghi e Giorgio Clerici. La lotta intanto, continuava; millesettecento barricate coprivano la città, e il popolo faceva prigioniero il conte Bolza, tristo e feroce arnese di polizia. Lo trascinano davanti al Cattaneo, e i popolani chiedono che debbono farne. - Se lo uccidete fate cosa giusta; se lo salvate fate cosa santa. Il popolo, generoso sempre, lo rilasciò. Del resto, in quei giorni solenni, non una vendetta, non un furto.
L'operaio Pietro Polli, con altri, assale un posto di polizia e l'occupa; vi trova una forte somma di denaro e la consegna fedelmente al Comitato di guerra: in casa Vidiserti, ove s'era ricoverato il Casati col Municipio, la folla entrò giorno e notte, e non fu tolto pure uno spillo: un tornitore, ferito a morte su di una barricata, con voce fioca raccomanda a chi lo assiste che riportino le pistole che stringeva in pugno all'armaiolo Calabresi, nel cui negozio le aveva prese. Si conduce prigioniero al Cattaneo l'ufficiale conte di Thun Hohenstein, che altra volta, in una rissa col milanese Borgazzi, era stato da questi disarmato e percosso in volto. L'Allgemeine Zeitung, o gazzetta tedesca, aveva dipinto l'alterco come un tentato assassinio operato da briganti. Il Cattaneo chiese al prigioniero come mai avesse permesso che, abusando del suo nome, si diffamasse slealmente l'Italia e si travisassero ignominiosamente i fatti. Raumiliato, l'austriaco rispondeva aver voluto così i suoi superiori. - Andate, disse calmo e dignitoso il Cattaneo, l'essere stato soggetto a una disciplina degna di frati è pena sufficiente per voi, e lo rimandò. Intanto vari ufficiali si rendevano prigionieri, non pochi soldati, italiani e ungheresi, cedevano le armi, e la insurrezione procedeva vittoriosa. Al mezzodì del 20 marzo, terzo giorno di battaglia, schiera di popolani conduce, bendato perchè non vedesse le barricate attraverso alle quali passava, il maggiore de' croati Sigismondo Ettinghausen davanti al Consiglio di guerra.
Dal Cosmorama pittorico N. 24 del 1839.
Dal Cosmorama pittorico N. 24 del 1839.
Egli veniva come parlamentario del generalissimo Radetzky per udire quali fossero gl'intendimenti dei magistrati della città. Il Cattaneo lo fa condurre dal Casati e dai suoi colleghi della municipalità che, dopo un quarto d'ora, chiama in seduta anche il Consiglio di guerra, al quale espone come il Radetzky, cedendo a un senso d'umanità, proponeva un armistizio di quindici giorni, per chiedere a Vienna istruzioni e concessioni.
Il linguaggio era ben strano; si voleva dal Casati e dai carlalbertisti accedere all'idea dell'armistizio per dar tempo di sopraggiungere e d'intervenire con armi regie in quella che era una vittoria di popolo, cogliendone facilmente i frutti. Il Cattaneo, esaminate tutte le difficoltà che si opponevano all'accettazione della proposta del Radetzky, non ultima quella di far ritirare i cittadini dalle barricate e dai luoghi conquistati, riconsegnando al nemico, senza veruna garanzia di sicurezza, le caserme ove poteva nuovamente afforzarsi, proponeva al maggiore Ettinghshausen la libera uscita dalla città, ossia la ritirata in buon ordine.
Mentre ferveva la discussione, e il maggiore vantava le buone disposizioni del generalissimo verso i milanesi, si leva un subito tumulto, la folla in armi irrompe nella sala con alla testa un prete ansante, travolto, con le vesti in brandelli, e si apprende che nella chiesa di San Bartolomeo una mano d'austriaci ha assassinato il predicatore e compiute sui fedeli raccolti nel tempio le peggiori nefandezze.
L'Ettinghshausen era turbato, il Casati capì bene come il vagheggiato armistizio rischiasse forte di naufragare.
Tornata la calma, si discusse ancora per un quarto d'ora, finché il Casati dichiarò al maggiore:

“Non abbiamo potuto metterci d'accordo: presentate dunque al Marescialo i sentimenti della Municipalità, nonché quelli dei combattenti, affinché Sua Eccellenza possa prendere in conseguenza le sue risoluzioni”.

Dal Cosmorama pittorico N. 25 del 1839.
Dal Cosmorama pittorico N. 25 del 1839.
Dalle quali parole i popolani presenti appresero come la parte moderata e nobilesca tendesse a separare nettamente la propria dalla causa dei combattenti, e non fu senza disdegno. Il maggiore aspettava gli bendassero gli occhi. - Non occorre - dissero i cittadini che lo accompagnavano, ed egli, commosso, separandosi da essi e stringendo loro la mano - Addio - disse - brava e valorosa gente. Così il nemico, più generoso de' moderati e degli aulici personaggi, rendeva giustizia al popolo insorto. E tra quei popolani giova ricordare un povero zoppo, Pasquale Sottocorno, che, audacemente, appoggiato alla stampella, sotto il grandinare de' progettili che venivano da' balconi e dalle finestre, s'avanza sotto il palazzo del Genio, ne incendia la porta, e costringe gli austriaci che vi si erano asserragliati ad arrendersi, se non vogliono arrostire vivi. La Municipalità intrigava, gelosa dell'autorità del Consiglio di guerra, e volle assumere “ogni potere fino al ristabilimento dell'ordine”, aggiungendo a sé, come Comitato di difesa, lo Strigelli e il conte Borromeo, nonché Augusto Anfossi, Luigi Torelli, Antonio Lissoni, il Carnevali e il Ceroni, e questi, da uomini leali, non rafforzarono che il Consiglio di guerra, al quale il Casati voleva contrapporli. Miseria di piccole anime e di gare meschine.
Dal Cosmorama pittorico N. 25 del 1848.
Dal Cosmorama pittorico N. 25 del 1848.
Intanto, dal di fuori, le vie maestre venivano abbarrate con alberi recisi, si deviavano le acque dei canali, si rendeva difficile la ritirata al Radetzky, mentre un manipolo audace di accorsi da Melegnano, in cinquanta, sorprendeva e sgominava un battaglione di cacciatori. Il nemico era scoraggiato e già pativa per la fame. Il Casati, trincerandosi dietro ai consoli delle potenze estere, dicendo che gli stranieri volevano abbandonare Milano, insisteva per un armistizio di tre giorni; ma il Cattaneo fece notare che il vessillo francese inalberato sulle residenze di stranieri, avrebbe posto un freno all'incendio, al saccheggio, agli eccessi tutti dell'austriaco, e il Casati dové piegare la fronte davanti alla volontà popolare. Giungeva in quel torno in Milano, inviato segreto di Carlo Alberto, il conte, Enrico Martini, noto intrigante e faccendiere, che instava, per la nomina di un governo provvisorio che offrisse subito la città al re: trovò forte opposizione nel Cattaneo e nel Cernuschi, adesione nel Casati, nel Borromeo, in altri.
Dal Cosmorama pittorico N. 27 del 1846.
Dal Cosmorama pittorico N. 27 del 1846.
Si affannnava il Martini a dimostrare al Cattaneo che non tutti i giorni capita le preziosa occasione di rendere un grande servigio ad un re, ma egli dichiarava, nobilmente e fieramente, di essere non al servizio dei re, ma della patria, essere la città del popolo che l'aveva conquistata col suo sangue, se il Piemonte, generosamente, voleva accorrere in aiuto, facesse pure, avrebbe avuta la gratitudinedi tutti, non si parlasse però di dedizioni. Vide il Martini che non c'era da fare accettare Carlo Alberto che come un alleato del popolo insorto, e volle ripartire per Torino; ma il Cattaneo lo trattenne finché la vittoria popolare non fu completa. Luciano Manara, il 22 marzo, sloggiava gli ultimi austriaci. Il Radetzky fuggiva più che di furia, dopo essersi tenuta a latere, in quei giorni di lotta, da impenitente donnajolo che era, certa sua Dulcinea, e lasciava nelle mani del popolo le decorazioni e fin la spada de' giorni di parata, che fu consegnata al Cattaneo, che la legò poi al Comune di Milano, Prima di abbandonare la città gli austriaci compirono le ultime nefandezze, tra le altre quella di abbruciar vivi in Castello alcuni poveri viandanti che eran loro capitati tra mano. Così, per virtù di popolo, in cinque giorni, Milano, con eroismo senza pari, solveva il voto ardentissimo di tante anime generose di patrioti, avverava il sogno di tanti spiriti liberi che, per lunghi anni, fremendo, avevano atteso il giorno del riscatto.
Dal Cosmorama pittorico N. 28 del 1842.
Dal Cosmorama pittorico N. 28 del 1842.
Il Cattaneo, fino dal mattino del 22 marzo, sicuro ormai della vittoria trionfale dei suoi concittadini, dichiarava al Casati essere cessata la necessità di esistere pel Consiglio di guerra, esser questo disposto a sciogliersi, o a fondersi, se lo si riteneva opportuno, col Comitato di difesa, e il Casati, costituita la Municipalità in Governo provvisorio, compose il nuovo Comitato di Guerra e di Difesa con Cattaneo, Cernuschi, Terzaghi, Clerici, Carnevali, Lissoni, Ceroni e Torelli, gente onesta, animosa ed eletta che già aveva, durante la lotta, date incontestabili prove di valore. Alla presidenza venne chiamato Pompeo Litta, noto per avere militato nell'esercito di Napoleone I.
Carlo Alberto, intanto, che dopo il re di Napoli aveva concessa la costituzione, agognando al possesso della Lombardia avrebbe voluto essere chiamato dai milanesi, mentre pochi giorni avanti aveva impedito ai milanesi esuli di accorrere in difesa della loro città e s'era protestato sviscerato amico dell'Austria, ora temendo che in Milano non si proclamasse la repubblica e l'esempio non fosse contagioso anche per la restante Italia, si decideva, ai 23 di marzo, a varcare in armi il Ticino. S'iniziava così, tardiva, la guerra; che aveva dato tempo al Radetzky di effuare la sua ritirata e di concentrarsi, con le truppe, nelle fortezze del Quadrilatero. La nobilesca caterva degli eroi della sesta giornata creava il così detto fusionismo e si sbracciava, con zelo stupefacente, a persuadere non esservi salvezza se non proclamando l'annessione della Lombardia al Piemonte, e facendo dedizione al re. Il conte Gabrio Casati e Cesare Balbo instavano, scongiurando, con Alessandro Manzoni e con Cesare Cantù perché volessero firmare l'indirizzo col quale s'invocava la fusione: ma il Manzoni, che nel 1815 non aveva voluto firmare l'atto col quale vari dei medesimi nobili lombardi del '48 avevano fatto omaggio di fedeltà ed obbedienza all'Austria, ostinatamente rifiutò, dicendo, l'anima piena ancora di esultanza per la vittoria del popolo, volere egli, sinceramente, l'Italia libera, non un Piemonte ingrandito: in quanto a Cesare Cantù, esso non nascondeva le sue vive simpatie per la repubblica, e non si dirà, con questo, che il Manzoni ed il Cantù fossero degli scamiciati, solamente non erano dei cortigiani e il buon senso e l'onestà erano guida delle loro azioni.
Dal Cosmorama pittorico N. 30 del 1841.
Dal Cosmorama pittorico N. 30 del 1841.
Il Cattaneo ed i suoi compagni del Comitato provvedevano alla difesa, istituivano la guardia civica e le colonne mobili destinate a guardare subito i passi delle Alpi, requisivano cavalli, chiamavano a raccolta gli ufficiali della Grande Armata, ordinavano armi e polveri in copia, inviavano eccitamenti in ogni angolo d'Italia; ma quest'attività febbrile trovava ostacoli continui nel governo provvisorio, che tirava in lungo l'acquisto delle armi, teneva a bada i volontari dicendoli inesperti, lasciava sbandare i soldati italiani che si erano ribellati all'Austria, rifiutava l'offerta generosa del Mazzini di armare a proprie spese un corpo di mille militi. Il Comitato, sdegnato, dopo avere posti in libertà i feriti e i prigionieri ungheresi, pei quali il Cattaneo compilava un generoso indirizzo, nel quale era detto:

“Dio li scorga salvi e lieti ai loro focolari! Dio ha voluto che la nostra vittoria li redimisse da una milizia che era una servitù. Nel nuovo diritto delle genti, tutti possiamo essere amici, perché tutti eguali e contenti negli inviolabili confini della patria”.

Dal Cosmorama pittorico N. 30 del 1848.
Dal Cosmorama pittorico N. 30 del 1848.
il Comitato, ripetiamo, rassegnava le proprie dimissioni, e il governo provvisorio le accettava e disfaceva, adagio adagio, quanto di buono dal Comitato stesso era stato fatto. S'impose così ai lombardi l'annessione, e perchè le libere voci non osassero levarsi a protestare, si soppresse la libertà di stampa, e i valorosi membri del Comitato Enrico Cernuschi e Giulio Terzaghi vennero arrestati perché pericolosi a motivo delle loro opinioni repubblicane: si faceva la caccia alle idee, i governanti, com'ebbe a dire con profonda amarezza il Cattaneo, perseguitato con infami calunnie e per poco non chiuso in Castello, “nobilitavano il mestiere della spia”.
Milano era perduta. Il 6 agosto del 1848 Radetzky vi rientrava alla testa delle sue truppe, che avevano il mirto nei caschi e incedevano al suono delle note gravi e solenni dell'inno austriaco dell'HaydnHaydn.jpg, che si inalzavano melodiose, quasi a scherno, per le vie che avevano veduta la vittoria del popolo e l'abbandono fraterno del re, invocato salvatore.