Ettore Petrolini
Ettore Petrolini
Sempre in quegli anni capitò a Ettore Petrolini un'avventura, ricordata in un capitolo dell'ultimo suo libro Un po' per celia e un po' per non morir... (Angelo Signorelli, editore, Roma, 1936). Val la pena di riportarla con le parole del protagonista. Ettore aveva tredici anni ed era, come si suol dire, "un poco di buono", sicché finì in un riformatorio. Ma fu, questa, un'avventura veramente immeritata. Egli stava giocando, con altri ragazzi, all'Orto Botanico. Nella comitiva c'era un certo Attilietto, coetaneo di Ettore, che ad un certo momento s'impadronisce prepotentemente di un bastone - o, meglio, di un mezzo manico di scopa, indispensabile per il nobile gioco della nizza - appartenente ad un altro compagno. Ne deriva una contesa, finita naturalmente a botte. Ettore si getta in mezzo alla mischia, strappa il bastone dalle mani di Attilietto e lo lancia per aria con rabbia e violenza, mandandolo a finire sopra il ramo d'un albero. Pianti, strilli di Attilietto che si butta per terra come preso da un attacco epilettico. Petrolini, un po' per commozione, e un po' perché salire sulle piante è tra i suoi passatempi prediletti, s'arrampica come uno scoiattolo sull'albero; ma, quando sta per raggiungere il ramo, il bastone scivola e va a cadere sul capo del suo legittimo proprietario. Nuovi strilli e sangue. Accorre gente. Il ragazzo, svenuto, viene posto sopra una carrozzella e avviato all'ospedale, mentre Petrolini si dà ad una pazza fuga. Forse per suggestionarsi d'essere il colpevole: l'autore di un mancato omicidio. L'indomani si presentano a casa Petrolini due guardie per arrestare il ragazzo. Disperazione della madre. Il padre nemmeno questa volta interviene: se Ettore ha fatto del male, paghi! Interviene, invece, uno zio, uomo di princìpi rigidi; ma per stigmatizzare severamente il nipote e proporre di rinchiuderlo immediatamente in un riformatorio. L'idea appare eccellente, o comunque necessaria, a quasi tutti i familiari, padre compreso; ed Ettore viene avviato al riformatorio di Bosco Marengo, presso Alessandria. Petrolini ne conserverà un ricordo doloroso e incancellabile, e gli farà scrivere, nel 1926, - dopo una visita allo stesso istituto di Bosco Marengo, molto cambiato negli ordinamenti e nei sistemi grazie al Regime - questa amarissima lettera, diretta al nuovo direttore di quel rinnovato riformatorio:

"Caro Direttore.... La visita a codesto riformatorio dopo venticinque anni mi ha lasciato un'impressione difficile a chiarire. È tutta una girandola dì cose che mi turbinano nel cervello con una visione, quasi direi irreale, per tutto ciò che mi accadde da ragazzo. Certo è che venticinque anni or sono la permanenza in codesto luogo mi fu utile - ma non utile come potrebbe esserlo a quei corrigendi che vi si trovano ora: utile nel senso che io penso, cioè, che l'avversità sia utile. Sono convinto che per avere qualche soddisfazione nella vita è necessario essere stato un disgraziato! Quella sventura della mia fanciullezza ha disposto meglio l'animo mio e indubbiamente ha rinvigorito il mio carattere... "

Il direttore di quell'epoca (non lo nomino per precauzione) mi ficcò in cella - in una di quelle celle... Avevo tredici anni e mezzo, e mi ci ficcò appena arrivato. Per farmi meditare, diceva lui! Io, a quel tempo, non meditai, né capii; ma oggi potrei gridare in faccia a Dio e agli uomini che fu una vera indegnità. Uscito cella, dopo otto giorni di segregazione, passai al laboratorio dei sarti, dove tutto è grigio, dove tutto è del colore del cattivo tempo. Se è nella Sua possibilità, La prego di farci dare qualche pennellata di rosso, di verde o di turchino; per chi ha un po' di sensibilità quel colore può influire sull'umore.., A me fa questo effetto. Detesto il plumbeo, il cenere: le stesse parole sono sinonimi di cose lugubri! In quel laboratorio rimasi, non ricordo bene, due o quattro giorni; nel frattempo nel riformatorio si organizzava una recita, nel teatrino che Lei fu tanto gentile di farmi rivedere. Naturalmente, io fui subito prescelto per fare la parte del buffo in una scialba farsetta che s'intitolava Franconi e Timiducci, nella quale, si capisce, io facevo la parte di Franconi. Fu un successo. Successo che si trasformò in un disastro: l'esito fu strepitoso e di conseguenza ne seguì una gazzarra intorno a me: soprannomi, risate mal represse, lazzi, sberleffi e tutto in sordina, vale a dire... più clamoroso e rumoroso. Questa improvvisa popolarità mi fruttò la accusa di complice in una rivolta: rivolta che già covava nel riformatorio antecedentemente al mio ingresso. Ebbi un bel dire che non sapevo nulla di nulla. Non fui creduto. Una guardia, di cui ricordo il nome - Monsù Savio - mi accusò senza misericordia. (Oggi definisco il Savio uno zotico cattivo e presuntuoso, un ignorante umiliato da quel tantino di intelligenza che avevo anche allora). Egli affermò che io avevo sobillato e complottato fin dal giorno del mio ingresso in quelle geniali uccelliere... cubicoli!.. Della rivolta io non sapevo proprio nulla; ma il mio stupore vero fu scambiato per simulazione, e così mi ritrovai in quelle celle e, questa volta, al piano di sotto. Il processo mi venne fatto nella cella stessa. Se non erro, il capo guardia rappresentava l'accusa, il direttore il presidente, e il cappellano la difesa. (Il cappellano difensore disse che io facevo bene il commediante!). Seppi poi che avrebbe dovuto esserci anche il medico; ma non venne. Tanto di guadagnato, perché non avrebbe curato certo l'anima del ragazzo che stava dentro il discolo... Avrebbe curato il discolo... e allora? Basta, in quel processo io, alle interrogazioni rispondevo che non sapevo nulla: piansi, supplicai, implorai; ma fu peggio. Sentenza: un mese di rigore; e i primi dieci giorni a pane ed acqua. Ricordo che dopo il processo rimasi come inebetito per parecchie ore; poi m'invase l'esasperazione e cominciai a urlare come un forsennato. I miei vicini compagni di cella mi imitarono tutti: sciopero completo della logica e del buon senso; il vero trionfo dell'incoscienza! Oggi mi spiego il fenomeno di quella ribellione: volevo rendermi colpevole per riuscire a tollerare, a rassegnarmi a subire la ingiusta punizione... Infine, fiaccato, esaurito dagli urli, dallo sgolamento, dal pianto e anche dal dolore, ebbi qualche ora di tregua; ma la notte ricominciai per il primo con dei calci alla porta, rottura del boccale, poi ancora strepiti e urli, invocando mia madre, la libertà, la giustizia e tutte le altre cose impossibili: imprecai rabbiosamente contro il direttore e la guardia Savio. Ah, quel direttore come lo rivedo bene! Figura piatta, senza sorriso, faccia di acciaio ossidato: fili di fil di ferro al mento; me lo ricordo come si ricorda l'orco. E in quella notte di bufera venne proprio lui, il direttore! Mi sembra di rivedere (dallo spioncino) quel taglietto di occhi. Terribile! Una porta con gli occhi! Fece aprire, e me lo vidi davanti con due secondini che avevano in mano un lugubre lanternino. Credo che ebbi paura. Urlai... urlai e urlai; quando si ha paura si urla più che si può, per non rimanere soli. Probabilmente simulavo la pazzia, forse senza volerlo (sono riflessioni che faccio ora); ma quel direttore trovò opportuno farmi mettere una camicia di tela da vele con maniche lunghissime, che all'estremità avevano cucita una corda; e così, messemi le braccia conserte, avvoltolarono quella corda sui miei tredici anni e mezzo di carne. Il direttore, ad operazione compiuta, mi disse: - Così ti si calmeranno i nervi, commediante! Avevo letto sul muro della mia cella uno scritto a grafito con questa sentenza: CONTRO LA FORZA LA RAGION NON BASTA, VINCE LA FORZA E LA RAGION CONTRASTA. E così, appena mi vidi legato, la fischiai con spavalderia in faccia al direttore, che mi rispose con un forte schiaffone. Risposi con l'istinto, e come potevo... Dopo di ciò mi acquietai, anche perché la guardia delle celle di punizione - benedetta sia - commossa da un'accorata crisi di pianto che ebbi appena uscito il direttore, venne ad allentarmi la corda; ma non volutamente, lo fece in tal modo che poi riuscii, da solo, a sciogliermi completamente. Non ricordo né la fisionomia né il nome di quella guardia, ma deve essere stata un'anima buona... e tutto il buono si dimentica facilmente. (La guardia Savio, invece, l'ho bene in mente e la riconoscerei anche oggi). Rimasi un pot avvilito come chi si sente colpevole, forse per il gesto umano di quella buona guardia. Trascorse una quindicina di giorni e me ne stavo rassegnato nel grigiore di quella cella, quando una mattina annunziarono a me e ad altri due corrigendi (ritenuti, quanto me, pericolosi) di tenerci pronti perché nel pomeriggio saremmo partiti per Forlì, scortati dai carabinieri. "Incredibile, ma vero: ci misero le manette! E con una lunga catena ci unirono!.. Io ero quasi contento, perché al passaggio nelle stazioni destavamo uno stupore tale, da rasentare il successo. I miei due compagni capivano poco; io mi davo un'aria afflitta, m'intonavo perfettamente alla situazione; mi sentivo e mi vedevo grande attore di una commedia di cui mi avevano affidata la parte principale. Quella passeggiata fu per me un'esibizione da palcoscenico... Cercavo di apparire affranto, triste, vecchio, malato... Mi sentivo il forzato, l'ergastolano. Il protagonista sventurato di un grande romanzo. Perché non fare quella parte in quella interessante commedia? Già sentivo il teatro... Il cappellano, questa volta, avrebbe avuto ragione. E sono certo che i carabinieri si vergognavano di accompagnarci. Ricordo che facevano il possibile per sottrarci alla curiosità della gente che si divertiva a compatirci: - Poveri figli! Che avranno fatto? Che cosa potevamo aver fatto? In tre non si arrivava a quarantacinque anni! I carabinieri ci trattarono più che umanamente; anzi, a loro spese ci procurarono qualche bibita e ogni volta che si fermava il treno, un carabiniere scendeva e ritornava sempre con qualche cosa per noi: mele, caramelle, biscotti... Adorabile carabiniere! Ora mi spiego la costante e immutata venerazione che ho per i carabinieri, e perché si chiamino l'Arma Benemerita. Giungemmo a Forlì: casa di rigore! Provvisoriamente fummo chiusi nel Maschio. Una guardia, nell'introdurmi in una tomba, mi disse che era questione di poche ore; poi saremmo passati nell'attiguo cellulare. Infatti fu così. Il direttore di quel penitenziario fu per noi una vera provvidenza. Era un giovane amabilissimo, che prese a cuore la nostra cattiva ventura: capì che quei due metri uggiosi di cella non avrebbero portato nessun vantaggio alla nostra riabilitazione, e non volle confondere tre ragazzi discoli con i detenuti che si trovavano in quel luogo a scontare ben altri delitti. Egli faceva dunque prolungare la nostra passeggiata all'aria di due ore la mattina e tre ore nel pomeriggio, mentre, come di regolamento, doveva essere di un'ora o due al giorno. Dopo una settimana io e i miei due compagni (Innocenti e Costagliola, un romano ed un napoletano) fummo chiamati dal direttore che, dopo un'amorevole paternale, ci disse che la mattina dopo saremmo partiti per S. Maria Capua Vetere: Riformatorio regolare. Fu una cattiva notizia, perché meglio di lì non si poteva stare. Partimmo avvilitissimi, prevedendo di ritornare in un riformatorio tipo Bosco Marengo. Fu l'opposto: a Santa Maria fummo ricevuti con quella indifferenza che, se non altro, allontana il sentimento di paura. Non ci presentarono neanche al direttore e rimanemmo uniti senza lo spaventoso isolamento, senza farci fare la "meditazione"! Se sapessero che risultati danno quelle meditazioni forzate... Un cervello che pensa finisce per odiare. Arrivammo verso mezzogiorno: fummo subito ammessi al refettorio, dove già si trovavano altri ragazzi, E lì, domande, intonazioni misteriose: - Che cosa hai fatto? - Di dove vieni? - Qui si sta bene!.. - Hai una cicca? - Il direttore è buono. - Vedi quel superiore! È mezzo matto: dà i nocchini in testa, ma non fa rapporti... Infatti quel superiore era veramente buono: mi si avvicinò e confidenzialmente mi diede uno scappellotto, che mi fece l'effetto di una amorevole carezza. Era un romagnolo: si chiamava Mantovani; ricordo il suo nome perché in quel riformatorio, era simpaticamente popolare. Mi domandò: - Che mestiere fai? Risposi che non avevo avuto il tempo d'imparare nulla e chiesi di entrare nell'officina dei tipografi. Egli stesso s'incaricò della mia richiesta e fui esaudito. Il pomeriggio di quello stesso giorno ero in tipografia a levare i fogli stampati (erano bollette del dazio e consumo) dalla macchina. Dopo un paio di giorni mi chiamò il direttore (era un tipo di uomo presente-assente) e mi disse con disinvoltura, come se parlasse ad una vecchia conoscenza: - Come ti chiami? Te la sei cavata con poco... - Poi, con mia grande meraviglia, aggiunse che la mattina dopo sarei stato libero. Mi avrebbe munito di un foglio di via per rimandarmi a Roma, e mi congedò con la raccomandazione:

- Bada di far giudizio! Seppi poi che il direttore era stato mandato lì da poco e che probabilmente, dato che io venivo da una casa di rigore e con chissà quali informazioni da Bosco Marengo, volendo la tranquillità del riformatorio, mi mandava via per liberarsi di un elemento pericoloso. Comunque sia, posso dire di averla scampata bella, perché con la mia sensibilità e un temperamento come il mio le cose potevano andare molto peggio".