Da 1860-1870 I problemi dell'unità in Capitanata, Catalogo della mostra, a cura di Pasquale di Cicco, Archivio di Stato di Foggia, Foggia, 1982

La stella di Garibaldi Giornale popolare, Anno I n. 27, Foggia, 8 febbraio 1863
Ai Signori
Deputati componenti la Commissione d'inchiesta sul brigantaggio
Se si fosse trattato di scoprire le piaghe di quest'infelice Provincia al Governo, che sia fuori il centro della penisola, e quindi difficile, per non dire impossibile, a che esse fossero viste nello stato di loro ulcerazione e sanguinanti, non avremmo certo sposato impegno ad aggiungere voci di pianto alle molte che fan dolente 1'aere, che corre da mare a mare, e non fosse altro, per non acuminare le armi de' nostri nemici; giacché è pur forza confessarlo, oggi le nostre lagrime si mutano in faci d'incendio nelle mani delle sentinelle avvanzate del dispotismo. Ma dacché il Governo nelle vostre Persone è venuto a noi, e non gli fa ribrezzo spingere il guardo a fondo di tanto male, sarebbe delitto stendervi su un imbiancato velo per mitigarne l'impressione e lasciare poi che la cancrena toccasse gli estremi fili, cui è legata la semispenta vita. Ad altri pero il compito di suggerirvi i rimedi a guarire e rinsanguinare questo scheletro impiagato; a noi soltanto l'ufficio dell'infermo che tastando sul suo corpo, precisa al medico il luogo delle sofferenze.
Ora guardate al piè dell'albero attecchito in sul terreno che rosseggia del sangue di mille martiri, dal quale 1'industre e laborioso popolo aspettava il dolce frutto, che dovea ristorare la decenne sete, guardate, è un letto di ricchi fiori calpestato dal piede profano del nemico della patria, che ha frustrato il lungo attendere del povero agricoltore. Queste su cui piange l'esule pellegrino, sono fronde ghermite a quell'albero, che dovea raffermare la speme dell'inconsolalo cuore, dalla mano occulta che vi rota dintorno una dentata falce, per recidere ogni organo che s'ingenerasse per la vita. Omai non v'ha più chi miri a quei nodosi stecchi, ultimo avanzo di quell'albero rigoglioso, quasi temendo non lo scoprisse la morte, che ne ha fatto sua magione. Il popolo si è allontanato dalla causa della libertà, perché non ne ha riportato che frutti di vessazione e soprassello di miseria insopportabile. Il Governo s'a fatto giuoco della libertà, delle sostanze, della vita di tutti; ha scacciato dal convito nazionale gli uomini che lo aveano imbandito; ha combattuto a tutta oltranza le sante aspirazioni della gente incorrotta; il povero non ha incontrato giustizia, il ricco ha potuto impunemente usare della sua potenza a danno della morale pubblica; il magistrato ha sostituito alla legge l'arbitrio; il prete ha cospirato e tutti si son divisi dal Governo. Mancata la fede ai cittadini, il governo ha perduto l'appoggio morale della nazione: in qualche momento di lucido intervallo il Governo ha fatto ricorso alla forza materiale di cui disponeva, ma perché in tempo inopportuno, il popolo non lo ha seguito; ha temuto non fosse un inganno: di qui l'avvilimento, la prostrazione, l'isolamento da una parte, dall'altra la baldanza, l'audacia, la coalizione. Son queste le cause principali delle nostre miserie, le quali non cesseranno mai, finché durerà la pertinacia di volere così governare l'Italia; ed il brigantaggio, conseguenza legittima di quel falso indirizzo politico, spunterà le armi degli uomini pratici meglio intenzionati. Aggiungete a tutto ciò l'impopolarità delle persone poste a capo della provincia e la loro ignavia nel provvedere ai pubblici bisogni, ed avrete un altro fattore, non meno imponente per il tristo risultato, che è scritto in cifre di sangue.
Noi eravam usi a riguardare, nelle autorità dello stalo gli arbitri delle nostre sorti; fra quelle e noi si elevava insormontabile barriera; ma la credemmo rovesciata allora che secondando il libero voto della nazione ci abbandonammo nelle braccia di un governo riparatore. Però ne fummo tosto disingannati, e la contradizione incontrata ad ogni piè sospinto, accrebbe i nostri rancori, moltiplicò le nostre sciagure. Per ben tre anni qui non si ebbero sia Prefetti che Proconsoli dormienti sulle nostre piaghe, ed imbavagliatori di ogni libero senso. I partiti clericali e borbonici si son ridestati con maggiore accanimento di prima, hanno scosso il loro rabbuffato crine, spargendo intorno ire e zizzanie , e non v'è stato chi avesse loro fatto un rimprovero: si sono organizzati in comitati, han fatto collette per raccogliere danari da inviarsi al maggiore de' nostri nemici, che siede in Roma; han servito di spie ai briganti; han designato le vittime a quei vampiri, e non si è saputo dal popolo chi volesse vegliare sulje costoro mene. Se nel petto di qualche generoso sorgeva il pensiero di denunziare al potere ciò che si tramava in piena luce di giorno, non si trovava persona che avesse rappresentato quel potere; si eran tutte rese invisibili e circondate di mistero, come 1' Araba Fenice. Esiste una polizia organizzata senza riguardi di dispendio, e non la trovi che sulle piazze a scandalizzare il popolo della scioperata inerzia. Ciò che cade sotto l'attenzione dell'autorita politica è ogni movimento che faccia il partito liberale per consoliuare l'edifizio minacciato dell'Unità nazionale. Per amore quindi della libertà individuale ogni uomo che sentiva vivamente l'interesse della causa, si è ritirato nel silenzio della sua casa a considerare lo sfacelo della propria patria. E poi si ripete: sono mancate le braccia a combattere l'idra del brigantaggio! ma chi dovea combatterla?, forse che la morte risente più gli spasimi della vita; o che il prigioniero avvinto di catene ha più potere di riconquistare la perduta libertà ?
La politica del Governo ha sui- [...]

Le immagini seguenti sono tratte da Alfredo Comandini, Italia nei Cento anni (1801-1900) del sec. XIX, giorno per giorno illustrata.