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Una tavoletta dipinta presente nella collezione del Santuario di San Matteo a San Marco in Lamis.
Una tavoletta dipinta presente nella collezione del Santuario di San Matteo a San Marco in Lamis.
Nelle case dei nostri antenati le sedie non erano sempre belle e moderne. Convivevano sedie acquistate al negozio e sedie di produzione locale, meno appariscenti. Quelle "moderne", quattro o sei, servivano solo per fare bella figura, erano una specie di ornamento. È vero che venivano offerte a sedere, ma solo a persone estranee alla famiglia, a gente di un certo riguardo: comare, compare, parenti importanti. Per i componenti della famiglia si usavano quelle costruite da lu mastrerasce o da pastori e contadini locali, i quali erano molto bravi nel lavorare il legno e costruire sedie di diversa grandezza: da quelle piccole per l'uso dei bambini a quelle più grandi. Tuttavia, nessuna era alta quanto quelle acquistate. Erano sedie di media grandezza, un po' più larghe e comode, proprio per donne di allora le quali, sedute, si trovavano a loro agio nel fare la calza, filare la lana, rattoppare indumenti consumati e via di seguito.
Quando quei lavoratori, dopo settimane, tornavano alla "terra", cioè al paese, per la festa, portavano sempre qualche oggetto utile nelle case dei lavoratori: in campagna avevano diversi attrezzi per lavorare il legno durante le lunghe giornate. Ma avere le sedie senza fondo significava avere solo degli inutili fastidi in casa. Per cui andavano funnate, vale a dire munite del fondo su cui sedersi, bisognava, in altre parole, portarla dalla seggiara, la quale aveva a disposizione la pagghia vogghia (acoro). Questa è una pianta molto alta che cresce nelle paludi o lungo i fianchi dei fiumi. La pianta, dopo essere stata tagliata, veniva essiccata e quindi conciata: poi veniva tagliata a lenze lunghe e sottili che si attorcigliavano per farne cordicelle e intessere il piano. Le cordicelle erano chiamate li limme. Così per funnà na seggia occorreva lavoro e tanta accortezza perché il piano, alla fine, non risultasse troppo duro o il contrario. Doveva essere comodo e rilassante. Il mestiere di funnà li segge era esercitato prevalentemente da donne, ma, a volte, erano aiutate da qualche uomo di famiglia, spesso un invalido, visto che, a quei tempi, le pensioni d'invalidità non c'erano. Se c'era l'uomo in casa, nonostante tutto, tanto di guadagnato perché pensava lui ad andare nelle marane a tagliare la pagghia vogghia, essiccarla e lavorarla come il mestiere comanda.
Antichi mestieri. La seggiara.
Antichi mestieri. La seggiara.
Quel lavoro si svolgeva soprattutto in casa durante l'inverno e quando pioveva o era particolarmente freddo; altrimenti, si svolgeva fuori la porta di casa e, in mezzo alla strada, tra gli scheletri delle sedie sia vecchie, da refunnà, che nuove di zecca. Quelle operaie giravano per le strade a cercarsi il lavoro. E di lavoro ne trovavano sia per rifare il piano delle sedie, sia per ripararle dove mancava qualche zencone, cioè dei pioli di legno, per consolidare la stabilità della sedia. Quei pioli potevano essere di forma cilindrica o piatti ed erano, e sono, incastrati tra una "gamba" e l'altra. Quando il lavoro era terminato, la donna si caricava addosso le sedie riparate e le consegnava a chi aveva commissionato la riparazione, sperando, prima di ogni cosa, che le venisse pagato alla consegna quanto era stato pattuito. E sì, perché allora nelle famiglie dei lavoratori di soldi a portata di mano ce n'erano pochi, anzi non ce n'erano e, il più delle volte, alla consegna del lavoro, si sentivano dire: passa nata vota, mo no ne tegne.
Con questo mi sembra d'aver descritto due attività di ordine marginale e di poco interesse, ma che in realtà, a quell'epoca, erano considerate delle attività ricercate e richieste perché utili anche se, in pratica, non risultavano eccessivamente redditizie. Anzi. In molte abitazioni spesso si vedevano sedie sfondate, con il piano sfasciato e li zincone appesi disordinatamente proprio perché mancavano le possibilità per farle riparare e renderle efficienti.
Nel passato, poi, bisogna dire che il lavoro svolto dalle donne nelle proprie case, pur essendo molto richiesto perché utile, non era tenuto nella dovuta considerazione. Sembrava quasi che le donne in casa si divertissero a lavorare per gli altri. Ad esempio, chi riparava le sedie lavorava di gran lena per riuscire a vivere e si faceva fatica a pagare quel lavoro. E che dire della tessitrice, la quale si metteva seduta al telaio dalla mattina presto fino a sera inoltrata per fare lenzuola e panno che sarebbe servito a confezionare gonne e indumenti intimi. E la sarta? Anche questa doveva aspettare tempi migliori. Non c'era 'mala volontà' nel pagare il lavoro altrui, ma solo mancanza di mezzi. Non parliamo poi di quelle poverette che servivano nelle case dei 'signori'.