Brano tratto da Francesco Granatiero, Poesia in dialetto della Capitanata, Torino, 2015.

La 'votta' nella quale si svuotavano i canteri a San Marco in Lamis
La 'votta' nella quale si svuotavano i canteri a San Marco in Lamis
'FRANCESCO PAOLO BORAZIO (San Marco in Lamis 1918-1953), cavapietre e imbianchino, mentre passa da un
ospedale all'altro per una malattia di petto diagnosticatagli in Croazia durante la guerra, studia da autodidatta, leggendo alcuni classici della nostra letteratura con predilezione per autori come Berni, Boiardo e Pulci.
Del poeta garganico verranno pubblicati postumi due libri [Borazio 1977...].
'Lu vuttaiole' - Foto del 1940
'Lu vuttaiole' - Foto del 1940
Molto e meritatamente è stato scritto su di lui (figura, tra l'altro, oltre che in Spagnoletti-Vivaldi 1991, in opere come
Dell'Aquila 1986 e Bonaffini 1997), ma non sarà mai abbastanza, per il miracolo di un autodidatta dalla breve vita. Voglio qui solo evidenziare uno dei punti più alti della sua raffinata ironia, che si trova in un sonetto a torto trascurato come Inte lu ciele rosa allu serine, dove (a parte l'iterazione, non ironica, di "nu certe" riferito all’odore) tutta la composizione ha la luminosità e la grazia della vera poesia, la musicalità e l'estenuazione di Verlaine e Di Giacomo, ma capovolti e irrisi, al servizio di un contenuto, il più plebeo di tutti, reso con una freschezza e una gioia espressiva di primaverile incanto:

Inte lu ciele rosa, allu serine,
all'albe vola e va nu certe addore,
nu certe addore delecate e fine,
chiù prufumate dellu megghie sciore.

Sona la tromba e spacca matetine,
e dice culla voce tutta d'ore:
- Belle fe' se lu fattapposta è chine,
vestiteve ch'è l'ora de i' fore.

Menateve figghiò, l'aria è serena,
spalazzate li porte delli case
che la ràsela ancora non è chiena.

Ascite fore cu 'ssi belle vase
chine de sciure e rose... Mena! Mena!
Che ce vulime addulecà lu nase.

Nel cielo rosa, sereno,
all’alba vola e va un certo odore,
un odore delicato e fine,
più profumato del più bel fiore.

Suona la tromba e spacca mattutino,
e dice con voce d’oro:
“Donne belle, se l’arnese è pieno,
vestitevi ché è l’ora d’andar fuori.

Sbrigatevi, figliole, l’aria è serena,
spalancate le porte delle case
ché il semenzaio ancora non è folto.

Uscite con questi bei vasi
pieni di fiori e rose... Su! Su!
ché ci vogliamo deliziare il naso!
[Traduzione di Francesco Granatiero]

Il rapido mutare di tempi e costumi rende necessario un chiarimento: il sonetto, con "lu fattapposta", ossia l’aggeggio specifico per un determinato uso, allude scherzosamente al pitale, il cui contenuto veniva utilizzato anche per concimare i piantimi.