Tavoletta votiva del Santuario di San Matteo a San Marco in Lamis.
Tavoletta votiva del Santuario di San Matteo a San Marco in Lamis.
Quando si svolgono le fiere paesane come per la festa di S. Matteo oppure quella, anche se più dimessa, di S.Marco e nei mercati settimanali, tra le altre numerose merci in vendita non mancano di fare la loro bella figura i piumoni. Sono belli, soffici, leggeri e soprattutto tengono caldo. Ma tanti anni addietro, prima di fare la loro comparsa sui nostri mercati, avevamo un'altra coperta pesante, con le stesse caratteristiche, ma notevolmente diversa sia per il peso che per morbidezza. Anche quella coperta era imbottita di lana o di bambagia e veniva lavorata qui in Sammarco da specializzate e provette artigiane, in casa propria e su ordinazione. Veniva, appunto, chiamata 'mmuttita.
Ad ordinarle erano sempre le mamme di future sposine, sia perché pressate da eventi che incalzavano, e non si poteva rimandare oltre, sia perché di famiglia benestante che, avendo le possibilità, si premuniva per non fare il corredo tutto insieme, evitando così spese troppo pesanti.
Confezionare la trapunta non era semplice né facile. Occorreva una conoscenza esatta della materia e onestà nel fare il lavoro con coscienza e senza furberie nei confronti dei clienti.
Tavoletta votiva del Santuario di San Matteo a San Marco in Lamis.
Tavoletta votiva del Santuario di San Matteo a San Marco in Lamis.
Le misure erano piuttosto abbondanti: due e ottanta per due e venti, grosso modo. Per iniziare la lavorazione, occorrevano due cavalletti su cui piazzare delle tavole belle larghe, che configuravano il letto e formavano un piano comodo su cui stendere la stoffa di raso o di cotone e metterci uno strato di lana o di bambagia. Quando quest'operazione era terminata, l'operaia si accingeva a imbastire il tutto, cioè unire stoffa e bambagia perché questa rimanesse ferma al suo posto senza scivolare da una parte o dall'altra. Quindi, ci aggiungeva il tessuto dell'altra faccia, magari di un'altra tinta (i colori preferiti erano il rosso con il giallo, oppure il rosso, sempre il rosso, con il beige). Sulla cucitura degli orli, per non farla vedere, sovrapponeva un cordoncino del colore di una delle due facce.
A questo punto arrivava l'operazione più difficile che dava valore al prodotto. Su una delle due facce, con la punta del gesso l'artigiana disegnava tante linee rette e curve e formava dei piacevoli ghirigori, partendo dal lato e avanzando mano mano verso il centro, in modo che tutta l'area venisse toccata e non rimanessero zone vuote. Con l'ago, poi, come fa la ricamatrice, seguiva le linee tracciate. La trapunta non era mai inferiore a due centimetri di spessore e, pertanto, si può immaginare che non era una cosa semplice.
Alla fine della cucitura, quelle forme geometriche disegnate da una parte dovevano risultare e risaltare anche sull'altra, per cui doveva stare attenta a tirare il filo in maniera giusta per evitare che, alla fine, risultasse troppo rigida e poco soffice.