Nella sezione dedicata ad Ernesto Rossi (co-autore con Altiero Spinelli del Manifesto di Ventotene del 1941 ed esecutore testamentario di Gaetano Salvemini, puoi scaricare (e leggere) 2 interventi del Nostro usciti su L'Astrolabio del 25 ottobre 1963.
N.B. Non tutti i nuovi file caricati vengono segnalati per il "Download"!!! Download
Toggle Bar

La desolazione (1861-1882)

Giuramento di Vittorio Emanuele II prestato a Palazzo Madama.
Giuramento di Vittorio Emanuele II prestato a Palazzo Madama.
“L'orizzonte di Europa è gravido di avvenimenti. L'Italia nostra in parte e gravata di anatema, in parte fermentata di guerra fratricida. Oimé, pavento che la tempesta non ci svelga l'abito col chiostro. L'ira divina talora arma il secolo del suo furore rovesciando templi, altari e sacerdoti” (Nota 1). Così il Ministro provinciale p. Ludovico Morrico scriveva ai suoi frati nell'agosto del 1860.
Il generale Enrico Cialdini - Nato nel 1811 e morto nel 1892. Comandava le truppe piemontesi anti-brigantaggio.
Il generale Enrico Cialdini - Nato nel 1811 e morto nel 1892. Comandava le truppe piemontesi anti-brigantaggio.
In Italia gli avvenimenti politici precipitavano: nel Regno delle due Sicilie, a Ferdinando II era successo (1859) il figlio Francesco II; la singolare impresa garibaldina (1860) faceva crollare il paternalistico regno borbonico; Vittorio Emanuele II di Savoia veniva proclamato Re d'Italia (1861).
Assai prima che fosse posta la questione del potere temporale e di Roma capitale, “la causa dell'unità italiana si metteva sotto il marchio dell'anticlericalismo, o peggio dell'antireligione” (Daniel Rops). In politica ecclesiastica il nuovo governo italiano restava fermo su posizioni di stretto giurisdizionalismo. La completa soppressione (1866) degli Ordini religiosi non fu l'effetto di un movimento rivoluzionario improvviso, ma l'estrema conseguenza di una politica antiecclesiastica la cui matrice è nell'illuminismo.
I francescani della Provincia di S. Angelo, dopo la parziale soppressione murattiana, avevano ripreso la loro attività con fervore, avevano pazientemente riaperto e restaurati i conventi, quando sopraggiunse l'azione martellante del governo italiano che doveva spazzar via conventi e frati. Le date stanno qui come croci commemorative lungo una strada che non uccide fisicamente, ma impedisce di vivere moralmente.
Già nel 1861, con l'annessione delle Province meridionali al Piemonte si ebbero le prime avvisaglie con ordinanze luogotenenziali da Napoli:

8 gennaio 1861: si fa obbligo ai Ministri provinciali di fare il censimento di tutti i conventi con le rispettive rendite, e dei religiosi che vi dimorano (Nota 2).
30 gennaio 1861: il Dicastero degli Affari Ecclesiastici rimette in vigore disposizioni già emanate da Gioacchino Murat: “Tutte le comunità religiose che sono di queste Province, senza eccettuarne alcuna, si hanno a reputare indipendenti da qualunque superiorità ed ingerenza di persone estere, siano Generali, Procuratori generali e di qualsiasi altro nome, e siano ecclesiastici di ogni ordine raccolti in Capitolo, Definitorio o Consulta, fuori i terreni del territorio nazionale. Medesimamente si vuol dire che per esse comunità non esiste vincolo od obbligo passivo sia di giurisdizione, sia di governo, disciplina o altra politica religiosa con monasteri, case clericali e congregazioni di tali specie stanzianti in Roma. Per le quali cose non si può, né si deve andare, mandare, deputare o ricorrere a Capitoli generali, Diete, Congressi cui fosse appellata di là dalle nostre contrade. E non si può, né deve riceversi qualsivoglia patente o carta che si emani da superiori generali fuori dello Stato” (Nota 3).
31 gennaio 1861: altra circolare di marca giuseppinista: si ordina a tutti i Ministri provinciali “di spedire ogni quindici giorni, al Dicastero, una relazione sovra le condizioni della monastica disciplina della famiglia religiosa”; si fa divieto a qualunque persona secolare di entrare e permanere nel chiostro (Nota 4).
17 febbraio 1861: Decreto del Luogotenente generale per le Province napoletane, con cui si toglie la personalità giuridica alle case dei religiosi, cessano di esistere quali enti morali riconosciuti dalla legge civile tutte le case degli Ordini monastici esistenti nelle Province napoletane. Ma i religiosi possono continuare a vivere in comune in alcuni conventi, mentre altri si devono chiudere (Nota 5).

Il re di Napoli Gioacchino Murat. Permise la stampa de La Fisica Appula di p. Michelangelo Manicone.
Il re di Napoli Gioacchino Murat. Permise la stampa de La Fisica Appula di p. Michelangelo Manicone.
Si ritorna alle disposizioni emanate da Gioacchino Murat, ma con la differenza che il governo murattiano demandava la scelta dei conventi da sopprimere agl'Intendenti con l'intesa degli Ordinari diocesani, il governo italiano demandava la scelta ai Prefetti, senza alcuna ingerenza dell'autorità ecclesiastica.
Il chiostro del convento di Santa Maria delle Grazie a Manfredonia durante la visita canonica dell'allora Ministro Provinciale - 16/17 dicembre 2010-
Il chiostro del convento di Santa Maria delle Grazie a Manfredonia durante la visita canonica dell'allora Ministro Provinciale - 16/17 dicembre 2010-
Nella Provincia minoritica di S. Angelo p. Morrico si dimostrò abile nel destreggiarsi tra i confusi dispacci luogotenenziali che giungevano da Napoli: così riuscì a mantenere i rapporti con il Ministro generale p. Bernardino da Montefranco in Roma, a tenere (17 giugno 1861) una riunione definitoriale a Lucera, a partecipare (1862) al Capitolo generale a Roma (Nota 6), nonostante che assicurasse al Prefetto di Foggia che “i religiosi tutti di questa osservante provincia non nutrirono, né nutriscono animo ostile a qualsivoglia ordine o sistema del real governo” (Nota 7).
Ad una richiesta del Ministro di Grazia e di Giustizia d'indicare i conventi più grandi da non sopprimersi, il cui numero non doveva superare la quarta parte del numero complessivo (Nota 8), Morrico, con appello alla matematica, faceva osservare: in Provincia vi sono 15 conventi di cui 5 sono i più grandi: la Pietà a Lucera - le Grazie a Manfredonia - S. Matteo a S. Marco in Lamis - S. Bernardino a Sansevero - Gesù e Maria a S. Martino in Pensilis; questi conventi dispongono complessivamente di 135 camerette (Nota 9), mentre il numero dei religiosi è di 229, di cui sacerdoti 110, chierici 15, fratelli laici 104. La differenza è di 94 religiosi in più.

Una stanza del convento di san Matteo a S. Marco in Lamis.
Una stanza del convento di san Matteo a S. Marco in Lamis.
“Dove si collocheranno poi costoro? Né la doppia coabitazione dei frati può vincere la stremezza delle stanze, essendo le località fatte ad arte per individui soli, non permettono più di uno per stanza. È necessario quindi che ai 5 conventi anzidetti si permetta la non soppressione dei seguenti: Gesù e Maria di Foggia (il secondo convento) come residenza del Ministro Provinciale e la sua curia ed in contatto, al bisogno, con la suprema autorità civile della Provincia, e benché di pochissime stanze, come fabbrica incipiente, pure è di molto utile pubblico, al che potrebbe contenere religiosi in numero di 12; e l'altro della Maddalena in Castelnuovo in numero di 15”. Con sette conventi si poteva dare alloggio a 162 frati, gli altri 67, dei 229, si potevano “stivare partitamente in ciascuno di essi. Altrimenti - concludeva Morrico - la mancanza di asilo e la fame assoluta sarebbero tristi conseguenze, cui la sapienza e la giustizia del governo del nuovo Regno d'Italia sapranno evitare, come mi spero” (Nota 10).

Vana speranza. Non passarono dieci giorni e l'Intendente di Capitanata chiedeva ancora l'elenco dei conventi e dei religiosi, nonché delle rendite e dei pesi di ciascun convento. Morrico (18 luglio 1861) rispondeva:

“tutti i conventi non hanno rendita alcuna, il sostentamento dei frati è dall’elemosina”.

Il chiostro del convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis.
Il chiostro del convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis.
In quel tempo, come a Pio IX fu fatta la proposta di rinunziare spontaneamente allo Stato pontificio, così ai Ministri provinciali fu proposto di donare, per amor patrio, i conventi allo Stato. Al che Morrico rispose di non poter cedere i conventi perché proprietà della Santa Sede (Nota 11). Nella situazione confusa e pericolosa, che si andava delineando, Morrico non si arrendeva: si recò a Napoli per perorare la causa dei conventi, prospettò una soluzione umana per non stivare i frati in pochi conventi. Per tutta risposta il governo italiano dava lo sfratto ai francescani di Stignano e di Gesù e Maria a Foggia.
Nel 1863, Morrico otteneva dal Ministro generale dei Frati Minori la facoltà di celebrare il Capitolo provinciale. Ma occorreva il regio exequatur. Morrico si rivolse al Prefetto di Capitanata; questi gli rispose di rivolgersi al Procuratore del Re a Trani. Morrico scrisse al Procuratore, ma questi rispose di attendere istruzioni dal governo. Venne il regio exequatur, e il 25 giugno venne celebrato il Capitolo a Manfredonia.
Venne eletto Ministro provinciale p. Ludovico Barbaro da Lucera. Anche lui tentò ogni via per rendere meno dura la condizione dei frati in Provincia: rivolse “suppliche a S. A. R. Umberto principe ereditario", inviò un memoriale alla Cassa Ecclesiastica in Napoli (12 giugno 1865) in cui chiedeva di far ritornare i frati a Stignano, a Lucera e a Foggia. Tutto fu vano. L'11 novembre 1865, Barbaro riuniva il Definitorio nel convento di S. Matteo, la riunione si concluse con questa dichiarazione sottoscritta da tutti i Definitori: “avendo messa a disamina le molteplici e varie circostanze contrastanti ogni ordine di cose, precipuo quello religioso ci siamo avvisati nella più alta prudenza di sospendere ogni operazione, comunque dalle leggi e dalle Costituzioni nostre ci venisse ordinata (...). Pare prudenza per non dire giustizia di far sosta ad ogni impresa” (Nota 12).
Il chiostro del convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis.
Il chiostro del convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis.
Non molti anni dopo, qualcuno disse che p. Ludovico Barbaro (Nota 13) fu l'affossatore della Provincia di S. Angelo. Storicamente il giudizio non è fondato. Si sa che l'affossatore della Provincia fu il governo italiano.
Detta riunione definitoriale servì a fare il punto della situazione drammatica in cui si trovavano i francescani, bollati dal Prefetto di Foggia come retrogradi, reazionari, borbonici e lettori di Civiltà Cattolica!
All'indomani della proclamazione del regno d'Italia, con l'esplosione del fenomeno del brigantaggio, si viveva in uno stato di orgasmo e di paura, vera psicosi del tempo. Orgasmo e paura alimentati da facinorosi di ambedue gli schieramenti, quello borbonico e quello garibaldino-piemontese.
Nel Gargano “universale e radicato era lo spirito reazionario cagionato dalle intemperanze, dalle estorsioni, dalle violenze commesse in nome della libertà. L'autore di tutti questi mali era stato il governatore di Foggia, Del Giudice, il quale munito di pieni poteri dal generale Garibaldi, aveva per alcuni mesi governato la Capitanata ed aveva percorso e fatto taglieggiare e desolare il Gargano da due malfattori, il sedicente generale Liborio Romano e l'avvocato Michele Rebecchi di Monte S. Angelo” (Nota 14).
Il chiostro del convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis - Particolare.
Il chiostro del convento di S. Matteo a S. Marco in Lamis - Particolare.
In tale contesto, l'ostilità del clero secolare e regolare verso la politica ecclesiastica del nuovo Stato era un fenomeno generale, a parte rarissime eccezioni. In Capitanata, l'opposizione trovava energica espressione nel vescovo Bernardino Frascolla, che, per aver difeso i diritti dell'episcopato e la fedeltà al Papa, fu arrestato dalla polizia e tradotto in carcere a Como (11 maggio 1863).
Lo Stato liberale, anche dopo l'unità, si appoggiava sopra una scarsa minoranza, arroccata per lo più nei grandi centri, ma gli rimaneva estranea la popolazione dei piccoli centri, sulla quale i francescani esercitavano la loro influenza. La loro presenza a Foggia - al dire del Prefetto De Ferrari – “era perniciosissima alla pubblica quiete”. Il governo, nello sforzo di laicizzare la vita pubblica, sottopose il clero secolare e regolare a regime di controllo, equiparando il sacerdote “ad un pubblico funzionario dal quale si potevano esigere preghiere e benedizioni”, a comando del governo stesso. Di qui la cosidetta “guerra dei Te Deum”: il sacerdote “non cantante il Te Deum, o l'oratio pro Rege” veniva incriminato e perseguito penalmente dallo Stato (Nota 15). Ogni movimento dei frati veniva guardato con sospetto, la polizia indagava sulle loro opinioni politiche, vigilava sulla loro predicazione nelle chiese.
Venuti di scena i briganti, si volle vedere la connivenza dei frati con essi. Buon pretesto per il Prefetto Del Giudice di mandar via i frati da Stignano e far murare porte e finestre del convento.
La via della completa soppressione degli Ordini religiosi era aperta. Dai decreti e dispacci ministeriali, a partire dal 1864, emerge un'indicazione: la volontà dello Stato d'incamerare i beni delle Corporazioni religiose, ma senza toccare i grossi proprietari terrieri.