Titolo: Intervista sullo svolgimento della compagnia prima della seconda guerra mondiale
Anno: 2000
Brevi note: Notizie raccolte da fr. Pasquale De Lullo, alias Biasuccio, frate laico francescano, nato a San Marco in Lamis il 12/1/1922.
Testo

D. Da che anno sei andato a Monte Sant’Angelo in pellegrinaggio?
R. Da quanto ero ragazzino, andavo insieme a “zi Arceprevete” (don Angelo Del Giudice), che Dio lo abbia in gloria, era un santo sacerdote.
D. Cosa ricorda?
R. Tutti pregavamo con devozione e non c’era nessuna parola “sconcia” (fuori luogo), le femmine stavano da una parte e gli uomini dall’altra anche se erano marito e moglie. Venivano diversi sacerdoti con noi tutti devoti e timorati di Dio.
Per mangiare chi si portava un po’ di pane, chi del formaggio o delle uova sode, chi invece un salame e un piccolo fiaschetto di vino. L’acqua si “cacciava” (attingeva) dai vari pozzi che stavano lungo la via, la quale era tutta polverosa perché non era asfaltata e spesso si facevano delle scorciatoie. C’era alcuni che invece delle scarpe usavano fasciarsi i piedi con del telo di sacco e in alcuni punti andare scalzi per devozione. Ricordo che una volta essendo io giovanotto ho portato sulle spalle una signora anziana che sotto la costa non riusciva più a camminare, la fede mi ha sorretto a fare questo. Per avvisare il giorno che partiva la compagnia c’era Raffaele “lu fetente” che faceva il banditore strada per strada.
La mattina si diceva la S. Messa alle 4 e dopo la benedizione dell’arciprete si partiva alle 5, per la “strettela” si andava alla “via nova” e po’ alla“cappella, po’ passe ‘nante passe ce ieva a Monte sempe prianne e cantanne” (Borgo Celano, poi passo passo si andava a Monte sempre pregando e cantando”.
D. Chi sono stati i responsabili della compagnia?
R. Pasqualino Della Croce, Nazareno Della Croce (Lullurgiare), Raffaele Cera (Candelore), Matteo D’Alessandro (Starnaredde), Giambriamo Antonio (Giambrenedde) (Nota). La croce l’hanno portata Arcangelina “Jacinte”, Rusina “La roscia”, Celeste Nardella (Spatelatore), la mamma del prof. Curio (la scavezza), Graziella Ramunno. I preti che venivano erano zi’ Arciprete d. Angelo Del Giudice, d. Michele Giuliani (panecotto), d. Matteo Scarano, d. Luigi Del Buono, d. Bartolomeo Moscarella e d. Massimo Del Mastro (Nota 34).
D. Come si svolgeva la compagnia? C’erano pure i carretti?
R. Molte persone benestanti e non, si recavano presso la santa grotta per adorare e venerare l’Arcangelo. Era una vera e propria “cumpagnia” di devoti che raggiungevano Monte a piedi, per un voto fatto a san Michele o per una tradizione di famiglia; questi partivano prima e, attraverso la “strettela”, raggiungevano i pellegrini che viaggiavamo sui carretti (dai quindici ai trenta a seconda dell’annata), che erano gli unici mezzi di trasporto di quel periodo. I devoti che non potevano andare a piedi per l’anzianità o per malattia prenotavano il posto sui carretti, a volte, da un anno all’altro, per paura di restar appiedati e non poter magari assolvere al voto fatto a san Michele.
I carretti, una volta ripuliti ed eventualmente riverniciati, venivano resi il più accoglienti possibile: quattro tavole di legno, disposte in senso orizzontale, fungevano da sedili, resi un po’ comodi da cuscini che ogni passeggero portava con sé. Venivano sistemati, da una fiancata all’altra dei carri tre cerchioni con ferro oppure con pertiche di legno piegate per reggere l’incerata che serviva a proteggere i passeggeri dalla eventuale pioggia, ma soprattutto dal freddo o dal caldo della giornata. I bambini piuttosto piccoli venivano sistemati nei sacchi di paglia per meglio proteggerli dal freddo. I muli da traino erano due, il più forte veniva sistemate tra le due sbarre del carreto, l’altro di lato, “a bilancia”. La capienza di ogni carretto era di dieci o al massimo dodici passeggeri, sistemati con tutto quello che serviva al pellegrinaggio: le cose più delicate, tuttavia, (come le uova sode) venivano sistemate al sicuro in un lungo casseto. Quando tutto era pronto, i carri si allineavano dietro la cumpagnia a piedi uno dietro l’altro. La strada era lunga e dissestata, con buche e cataletti, ma si cantava e si pregava senza tregua; i canti erano quelli sacri ed immancabile era la recita del rosario ed il canto delle litanie che coinvolgeva tutti i pellegrini sia a piedi che con i carretti. Alle preghiere molta gente scendeva dai carretti e faceva il percorso a piedi con quelli della cumpagnia. A Campolato c’era la sosta. Sull’immenso prato si incominciava ad apparecchiare; le pagnotte di pane e l’immancabile frittata facevano da protagonisti e non mancava un piccolo fiaschetto di vino: bisognava riscaldare lo spirito e la carne. Rifocillati e in vista ormai della meta, ci si rimetteva in viaggio più volentieri. Verso le quattro si arrivava all’ultima salita che era veramente impossibile da fare con i carretti carichi ed allora bisognava scendere e si proseguiva a piedi. Verso le cinque circa, finalmente, si giungeva alla cima. Prima di arrivare in paese la “cumpagnia” si ordinava e tutti in fila con la croce in testa, cantando le litanie, si faceva ingresso nell’atrio con le cancellate e subito dopo nella Santa Grotta.
La prima visita al santo a volte era drammatica: c’era chi scendeva le scale del santuario in ginocchio o addirittura strisciando con la lingua per terra, chi gridava al miracolo, chi piangeva. Dopo si cercava un rifugio per riposarsi e per pernottare. Siccome i pellegrini erano tanti e le taverne disponibili non di numero sufficiente, di solito ci si rivolgeva a privati che affittavano sia la stalla per gli animali, che uno stanzone, arredato solo di sacconi di paglia, per le persone. Dopo aver fatto questo, c’era chi si recava di nuovo dal santo, chi girava il paese, chi si riposava; la sera però ci si ritrovava, anche insieme a pellegrini che si erano conosciuti gli anni precedenti, per farsi delle sane mangiate di carne e “turcinelli” arrostiti e grande bevute di vino, chi non poteva permetterselo, consumava ciò che aveva portato da casa.
La mattina tutti pronti per partecipare alle varie funzioni nella grotta-basilica, Messa, coroncine, confessioni, preghiere varie. Nel pomeriggio e alcune volte il giorno dopo si faceva la processione col grande crocifisso per le vie del paese a visitare le varie chiese e fare le preghiere a Gesù sacramentato e ai santi. La sera, stanchi e stremati, si ritornava sui pagliericci. La mattina del mercoledì o giovedì dopo l’ultima visita all’arcangelo e l’acquisto di qualche ricordino (medaglie, cavallucci fatti di pasta di scamorza, i pennacchi variopinti, che servivano ad adornare la capezza del mulo, ostie ripiene, sportine) da portare a parenti e conoscenti si ripartiva; ora la strada era in discesa e si camminava speditamente.
Al ritorno a San Marco si formava una fila su due colonne, al centro della quale c’era il suonatore di campanello, che serviva a scandire le lodi della Madonna durante le litanie, il priore con alcuni uomini e donne si mettevano a cantare e intonavano canti e litanie, si raggiungeva infine la Chiesa Madre. La benedizione concludeva il pellegrinaggio.