Titolo: Diario
Anno: 1920 - 1948 - Archivio Tardio Motolese
Descrizione: Misure cm 14 x 21.
Brevi note: Nel diario ci sono molte notizie personali e di avvenimenti locali del periodo fascista.
Testo


Molte persone benestanti e non, si recavano presso la santa grotta per adorare e venerare l’Arcangelo. C’era una vera e propria “cumpagnia” di devoti che raggiungevano la meta a piedi, per un voto fatto al Santo o per una tradizione di famiglia; questi partivano prima e, attraverso scorciatoie, raggiungevano i pellegrini che viaggiavamo sui carretti (dai quindici ai trenta a seconda dell’annata), che erano gli unici mezzi di trasporto di quel periodo. I devoti prenotavano il posto sui carretti, a volte, da un anno all’altro, per paura di restar appiedati e non poter magari assolvere al voto fatto a san Michele.
I carretti, una volta ripuliti ed eventualmente riverniciati, venivano resi il più accoglienti possibile: quattro tavole di legno, disposte in senso orizzontale, fungevano da sedili, resi un po’ comodi da cuscini che ogni passeggero portava con sé. Venivano sistemati, da una fiancata all’altra dei carri tre cerchioni con ferro oppure con pertiche di legno piegate per reggere l’incerata che serviva a proteggere i passeggeri dalla eventuale pioggia, ma soprattutto dal freddo o dal caldo della giornata. I bambini piuttosto piccoli venivano sistemati nei sacchi di paglia per meglio proteggerli dal freddo. I muli da traino erano due, il più forte veniva sistemate tra le due sbarre del carretto, l’altro di lato, “a velancia”. La capienza di ogni carretto era di dieci o al massimo dodici passeggeri, sistemati con tutte quello che serviva al pellegrinaggio: le cose più delicate, tuttavia, (come le uova sode) venivano sistemate al sicuro in un lungo cassetto. Quando tutto era pronto, i carri si allineavano uno dietro l’altro e, il primo carrettiere, con sonore schioccate di frusta dava il segnale di partenza. La strada era lunga e dissestata, con buche e canaletti, ma si cantava e si pregava senza tregua; i canti erano quelli sacri ed immancabile era la recita del rosario ed il canto delle litanie che coinvolgeva tutti i pellegrini sia a piedi che con i carretti. A Campolato c’era la sosta. Sull’immenso prato si incominciava ad apparecchiare; le pagnotte di pane e l’immancabile frittata facevano da protagonisti e non mancava il fiaschetto di vino: bisognava riscaldare lo spirito e la carne. Rifocillati e in vista ormai della meta, ci si rimetteva in viaggio più volentieri. Verso le quattro si arrivava all’ultima salita che era veramente impossibile da fare con i carretti carichi ed allora bisognava scendere e si proseguiva a piedi. Verso le cinque circa, finalmente, si giungeva alla località chiamata. Prima di arrivare in paese la “cumpagnia” si ordinava e tutti in fila con la croce in testa, cantando le litanie, si faceva ingresso nell’atrio con le cancellate e subito dopo nella Santa Grotta.
La prima visita al santo a volte era drammatica: c’era chi scendeva le scale del santuario in ginocchio o addirittura strisciando con la lingua per terra, chi gridava al miracolo, chi piangeva. Dopo si cercava un rifugio per riposarsi e per pernottare. Siccome i pellegrini erano tanti e le taverne disponibili non di numero sufficiente, di solito ci si rivolgeva a privati che affittavano sia la stalla per gli animali, che uno stanzone, arredato solo di sacconi di paglia, per le persone.
Dopo aver fatto questo, c’era chi si recava di nuovo dal santo, chi girava il paese, chi si riposava; la sera però ci si ritrovava, anche insieme ai pellegrini che si erano conosciuti gli anni precedenti, per farsi delle sane mangiate di carne e “turcinelli”, chi non poteva permetterselo, consumava ciò che aveva portato da casa.
La mattina tutti pronti per partecipare ai festeggiamenti in onore dell’arcangelo; la sera stanchi e stremati si ritornava sui pagliericci, la mattina del mercoledì l’ultima visita al santo e l’acquisto di qualche ricordo (medaglie, cavallucci fatti di pasta di scamorza, le penne variopinte, che servivano ad adornare la “cavezza” del mulo, ostie ripiene, sportine) da portare a parenti e compari, si ripartiva; ora la strada era in discesa e si camminava speditamente. Il ritorno era caratterizzato dalla gioia e dall’allegria per aver avuto il “bacio dell’angelo” se all’andata si era in penitenza al ritorno si canta e si balla al riposo di mezzogiorno per la gioia di aver avuto il conforto di san Michele.
Anche il ritorno dei pellegrini era atteso da tutto il paese: allorquando, da una speciale staffetta, veniva preannunciato il loro arrivo ed in lontananza si percepivano le note lamentose di un antica litania che terminava nel ritornello con le parole “...ora pro nobis..”, le persone che erano rimaste a casa andavano a riceverli all’ingresso del paese. Anche i bambini festosi facevano altrettanto e tutti si univano ai pellegrini che in fila indiana, cantando l’inno glorioso della compagnia, attraversavano le strade principali di San Marco. Chi era andato con i traini portava a redine gli asini tutti “annocchettati” con le caratteristiche piume variopinte acquistate assieme ad una speciale erba conosciuta come “i capelli di S. Michele”. Nella Chiesa madre dopo aver recitato l’ultima preghiera e dopo aver ricevuto la benedizione dell’arciprete con tutto il capitolo maggiore, la cumpagnia si scioglieva ed ognuno sfinito, ma visibilmente soddisfatto, tornava alla sua abitazione.