Cartolina da Monte Sant'Angelo del 1959
Cartolina da Monte Sant'Angelo del 1959
In occasione della mostra delle statuette di San Michele e dei documenti antichi della cumpagnia presso la sede sociale della confraternita di san Michele in San Marco in Lamis si è pensato di stampare una piccola parte dei documenti per far conoscere la storia del culto micaelitico a San Marco in Lamis e delle cumpagnie dei pellegrini, essendo finite le mille copie riprodotte si è provveduto a una nuova edizione con alcune aggiunte.
Finora sono stati ritrovati oltre novanta documenti in diciotto archivi pubblici o raccolte private, compreso le preghiere, canti, leggende e i racconti orali, oltre a molto materiale fotografico legato alla cumpagnia e di devozione micaelitica (medagliette, scapolari, cordoni, bastoni, recipienti per portare acqua, immaginette, corone angeliche ecc.), ma si auspica il rinvenimento di altro materiale archivistico e fotografico.
Alcune ricerche sono già disponibili (Nota 1), ma solo con ulteriori approfondimenti si potrà delineare un quadro completo della storia del culto micaelitico a San Marco in Lamis.
Pellegrini - Da Bertaux
Pellegrini - Da Bertaux
Si potrà allora scrivere una storia di persone semplici e umili che per secoli hanno percorso sotto la pioggia o sotto il sole il percorso penitenziale e devozionale verso la grotta di san Michele arcangelo.
In questo libro verranno presentati solo alcuni documenti e si rimanda per ulteriori ricerca a quanto già pubblicato oppure a nuovi lavori.
Si ringraziano tutti coloro che fino ad ora hanno contribuito alla ricerca del materiale storico.
Si ringrazia Gravino Carlo per tutta la disponibilità concessa e p. Mario Villani per tutta la collaborazione nella ricerca.
San Marco in Lamis, 25 marzo 2002

Il culto di san Michele Arcangelo sul Gargano

Monte Sant'Angelo. La Grotta nella quale si venera S.Michele Arcangelo
Monte Sant'Angelo. La Grotta nella quale si venera S.Michele Arcangelo
Da alcuni secoli gli storici danno versioni contrastanti circa la nascita del culto di san Michele arcangelo sul monte Gargano. Per certo si sa che sul Gargano, nella seconda metà del VI secolo viene utilizzato oppure consacrato, o riconsacrato, un santuario in una grotta in onore di san Michele, e che quest’avvenimento rientra in un programma di restaurazione spirituale attuato nella diocesi Sipontina. Ma, forse, il culto di san Michele era arrivato sul Gargano già prima del VI secolo.
Strabone (Nota 2) ci riferisce che sul monte Gargano, vicino a Siponto esisteva un tempio dedicato a Calcante, mitico indovino dell’opera omerica, e ai piedi del monte un tempio dedicato a Podalirio (Nota 3), il figlio del famoso Asclepio. Accanto a questo tempio sgorgava la sorgente di un’acqua che aveva il potere di guarire il bestiame (Nota 4), perciò Armando Petrucci (Nota 5) ipotizza che il culto di san Michele, santo del fuoco, delle acque e dei terremoti, sia sorto in sostituzione degli antichi culti pagani.
Il culto di san Michele è legato alla figura dell’angelo nell’Antico e nel Nuovo Testamento e nell’Apocalittica ebraica (Nota 6). I Padri della Chiesa hanno amato vedere l’arcangelo san Michele come il grande conduttore delle anime (psicopompo), vessillifero del cielo che conduce le anime dei defunti nella luce santa.
In Oriente i santuari dedicati a san Michele erano ubicati nelle vicinanze di sorgenti termali presso le quali si raccoglievano gli ammalati, attirati dalle virtù medicamentose dell’acqua. Quei cristiani, avevano identificato san Michele nell’angelo benefattore che agitava le acque della Piscina, presso Gerusalemme (Nota 7), rendendole capaci di guarire gli infermi, e avevano pensato che potesse rendere benefiche tutte le acque termali, dovunque esse fossero. Ricordando che nel libro di Giobbe il diavolo era designato come il nemico di ogni bene e come avesse ricoperto il mite Giobbe di una piaga maligna dalla testa ai piedi, identificarono nel diavolo l’autore del male fisico, oltre che del male spirituale. Ritennero, allora, che come san Michele ci difende contro il maligno dal male dell’anima, così ci difende dai mali del corpo.
Il Liber de apparitione sancti Michaelis in monte Gargano
Monte Sant'Angelo. Ingresso della Basilica.
Monte Sant'Angelo. Ingresso della Basilica.
La storia del culto di san Michele sul Gargano è stata a noi tramandata dal Liber de apparitione sancti Michaelis in monte Gargano, chiamato per brevità Apparitio, redatto tra la fine del sec. VIII e gli inizi del IX (Nota 8).
Gli studiosi sostengono che quest’opera, malgrado l’apparente unità, presenti due momenti redazionali diversi.
Il più antico si riferisce agli inizi del culto sul Gargano risalente al V-VI secolo. Si parla dell’arrivo del culto e della consacrazione della basilica fatta personalmente dall’Angelo e delle guarigioni operate da san Michele per mezzo dell’acqua che veniva raccolta nel “pozzetto”.
Il secondo momento si riferisce alla metà del sec. VII, quando i Longobardi di Benevento, avendo sconfitto nel 650 i Bizantini, occuparono il Gargano e la Capitanata e unificarono le due diocesi di Benevento e di Siponto, fino a quel momento distinte.
Monte Sant'Angelo. Fregio medievale all'ingresso della Basilica.
Monte Sant'Angelo. Fregio medievale all'ingresso della Basilica.
Il racconto dell’Apparitio è scandito in tre episodi.
Il primo è quello del toro. Nella città di Siponto viveva un ricchissimo padrone di animali. Si chiamava Gargano e il suo nome, dice l’anonimo autore dell’Apparitio, in seguito venne a designare la stessa grande montagna (Nota 9). Una sera s’accorse che uno dei suoi tori mancava alla conta. Il giorno dopo con numerosi suoi pastori, cominciò ad esplorare la campagna. Finalmente ritrovò il suo toro sulla soglia di una caverna inaccessibile sulla cima della montagna. Accecato dall’ira e dalla fatica prese il suo arco e scagliò una freccia contro il toro. La freccia, però, come deviata da un vento impetuoso, invertì la sua traiettoria e colpì lo stesso Gargano che l’aveva scagliata. Molti ne trassero funesti presagi. Il vescovo indisse tre giorni di digiuno e di penitenza al termine dei quali gli apparve l’arcangelo Michele che gli disse: “Hai fatto bene ad ordinare il digiuno; gli uomini infatti ormai erano diventati troppo pigri nel cercare le vie del Signore... Io sono Michele arcangelo e sto sempre al cospetto del Signore. Questo fatto è avvenuto perché sappiate che questa terra e i suoi abitanti mi sono stati affidati perché io sia loro ispettore e custode(Nota 10).
Il secondo episodio è quello della Vittoria. Scoppiò una guerra: da una parte i napoletani (= Bizantini), presentati dall’Apparitio come ancora pagani, dall’altra, insieme, beneventani (= Longobardi) e sipontini. Prima dello scontro il vescovo indisse un digiuno di tre giorni per chiedere la protezione dell’arcangelo. San Michele gli apparve assicurando vittoria certa. Il giorno dopo i sipontini si accinsero alla guerra con i napoletani che dicevano pieni di spirito demoniaco. All’improvviso la grande montagna del Gargano cominciò a tremare, e poi a fumare come un vulcano, mentre nella tenebra piovevano sui pagani saette di fuoco. I napoletani fuggirono atterriti inseguiti da beneventani e sipontini fin sotto le mura della loro città (Nota 11). Gli scampati dal ferro dei sipontini e dalle saette infuocate del monte Gargano, si convertirono al cristianesimo. Quando i vincitori, tornati al loro paese, vollero salire alla grotta dell’Arcangelo per ringraziarlo, notarono stupefatti un’orma umana, piccola, come di giovinetto, impressa sulla pietra presso la porta settentrionale della grotta. L’episodio della Vittoria, narrato dall’Apparitio, diventa più chiaro se raffrontato con altre fonti storiche. Siamo alla metà del sec. VII, intorno al 650. A quell’epoca nella Puglia e in buona parte dell’Italia Meridionale c’erano i Bizantini. I Longobardi, attestati saldamente nel ducato di Benevento, compivano frequenti scorrerie nei territori bizantini e miravano decisamente alla conquista della Puglia settentrionale. Questa situazione non poteva essere chiaramente tollerata dai Bizantini, allarmati dalla crescente attività espansionistica longobarda (Nota 12). In effetti i Bizantini volevano riaffermare con forza la loro autorità sulle fertili pianure della Puglia settentrionale alla quale i Longobardi guardavano con grande interesse anche per i pascoli invernali. I Longobardi riuscirono a impadronirsi della Capitanata e del Gargano e da questo momento la storia del santuario di san Michele sul Gargano s’intrecciò strettamente con quella dei Longobardi delle regioni meridionali, ma anche dell’Italia settentrionale e centrale.
Monte Sant'Angelo. Il campanile ottagonale della Basilica.
Monte Sant'Angelo. Il campanile ottagonale della Basilica.
A cominciare dalla vittoria dei Longobardi sui Bizantini, si affievolì il particolare orientamento della devozione popolare che venerava in san Michele come l’angelo della sanità. La figura di san Michele venne caratterizzata principalmente come quella del principe delle milizie celesti e difensore dei diritti di Dio (Nota 13).  San Michele divenne, insieme a san Giovanni Battista, il santo nazionale dei Longobardi (Nota 14-1) (Nota 14-2).
Il terzo episodio riferito dall’Apparitio è quello della Dedicazione. Dopo tutti questi fatti la grotta delle apparizioni fu al centro dell’attenzione religiosa dei sipontini e dei beneventani. I pellegrinaggi si moltiplicavano anche dai paesi vicini e da tutto il ducato di Benevento.
Monte Sant'Angelo. Particolare della scala che porta alla sacra grotta.
Monte Sant'Angelo. Particolare della scala che porta alla sacra grotta.
Ma non essendo stata consacrata, la grotta non era un luogo di culto, per cui il vescovo di Siponto non sapeva cosa fare. Gli apparve ancora una volta l’arcangelo Michele il quale gli disse di aver provveduto lui stesso a consacrare la grotta; il vescovo poteva, quindi, tranquillamente compiere atti di culto, celebrare la messa e autorizzare i pellegrinaggi.
Questa è la “leggenda” che ha spinto molti a intraprendere il pellegrinaggio a Monte Sant’Angelo ma che ha anche indotto alla ricerca storica dei fatti per individuare, distinguere e capire gli avvenimenti realmente accaduti (Nota 15).
Il santuario nei secoli
Monte Sant'Angelo. Nei dintorni della Basilica.
Monte Sant'Angelo. Nei dintorni della Basilica.
Durante il Medioevo il culto di san Michele si diffuse in tutta Europa. Si moltiplicarono i santuari dedicati all’Arcangelo, soprattutto sui monti alti e nelle grotte. Molto spesso nella costruzione di questi santuari veniva murata tra le pietre di fondazione una proveniente dalla grotta di Monte Sant’Angelo (Nota 16). La pratica, tuttora in uso, è antichissima essendo stata regolata addirittura in una disposizione di papa Gregorio II (715-731).
La Sacra Grotta, insieme al Santo Sepolcro a Gerusalemme, alle tombe degli Apostoli Pietro e Paolo a Roma e al santuario di san Giacomo di Compostella in Spagna, divenne uno dei quattro grandi santuari della cristianità dove giungevano immense folle di pellegrini. Il percorso completo venne sintetizzato col motto 'Deus, Angelus, Homo' (Nota 17). A questi santuari ci si recava per esigenze penitenziali; spesso, infatti il cammino di conversione si identificava col pellegrinaggio a uno di questi quattro santuari. La fatica del cammino, la lontananza dagli affetti familiari e dalle comodità, la precarietà delle situazioni, l’asprezza delle condizioni, i pericoli e i disagi del cammino, spesso a piedi, ponevano il pellegrino nelle condizioni di “guardarsi dentro”, di sperimentare la provvidenza di Dio, la carità dei fratelli, il senso della propria miseria e la dolcezza della scoperta del perdono di Dio.
Nonostante parecchi saccheggi, distruzioni e successive ricostruzioni avvenute fra il IX e il X sec., la grotta di san Michele continua a essere ritenuta il santuario nazionale dei Longobardi fino a quando i Bizantini, tra la fine del X e i primi decenni dell’XI secolo, riescono a riconquistare questo territorio e a organizzare nella Puglia una nuova politica religiosa, con la quale tentano di monopolizzare il culto di san Michele e di togliergli ogni carattere longobardo (Nota 18).
Tra l’VIII e il X secolo, il pellegrinaggio a san Michele sul Gargano diventa un pellegrinaggio di livello europeo. I pellegrini vi giungono anche dalla Gran Bretagna, dalla Francia e dalla Germania. Non va dimenticato che la Puglia è in una posizione geografica nodale negli itinerari dei pellegrini e dei crociati che dall’Europa occidentale vogliono recarsi in Terra Santa. Perciò la “via dell’Angelo” viene percorsa abitualmente dai pellegrini di quest’epoca, così come viene provato dagli ospizi, dai cimiteri per i crociati e dai molti santuari fondati in questo periodo (Nota 19). Anche le fonti letterarie e documentarie del tempo testimoniano che i pellegrini che hanno come meta Roma o la Terra Santa transitano o sostano spesso sul monte Gargano (Nota 20).
Monte Sant'Angelo.
Monte Sant'Angelo.
Tuttavia fino al X secolo il pellegrinaggio garganico è soprattutto un pellegrinaggio popolare di cui purtroppo abbiamo poche testimonianze scritte. I fedeli che vi si recano sono mossi da motivazioni diverse: per devozione, per penitenza, per chiedere grazie particolari, guarigioni o altro. Già nel IX secolo, però, il santuario deve essere molto importante, se nel suo Itinerario il monaco Bernardo lo considera insieme con Roma, con la Terra Santa, e con Saint-Michel di Normandia, uno dei massimi luoghi della cristianità (Nota 21).
Anche il flusso di pellegrini deve essere molto intenso, se nel patto stipulato tra il Principato di Capua e quello di Benevento si pone, fra le altre clausole, quella di permettere il passaggio dei pellegrini diretti al santuario secondo l’itinerario tradizionale.
Il grande movimento di pellegrini verso il Gargano attira presto l’attenzione degli ambienti laici ed ecclesiastici, che tentano di utilizzare la fama del santuario a loro favore (Nota 22). Infatti, non è un caso se Oddone di Cluny, nel tentativo di estendere anche all’Italia meridionale la sua riforma, giustifichi un viaggio di pellegrinaggio nel 940 al monte Gargano.
Molti Papi e re cercano in visita alla grotta dell’arcangelo una giustificazione e un sostegno per le loro imprese o per le loro guerre, mentre il popolo fa il pellegrinaggio penitenziale. Anche se questi due tipi di pellegrinaggio differiscono perché quello popolare ha un carattere continuo che si protrae nel tempo, mentre quello politico dipende dai frangenti storici del momento, essi non sono nettamente in contrapposizione. Infatti, anche fra i pellegrini celebri che chiedono protezione per le conquiste, vi è talvolta una motivazione religiosa e la convinzione sincera che sia necessaria la protezione del santo guerriero per poter portare avanti il proprio compito.
Poiché nell’XI secolo è tendenza comune il considerare le lotte contro i miscredenti come guerre sante e legittime, il culto di san Michele fornisce un modello e una base ideologica al movimento delle Crociate: molti crociati, prima di salpare dai porti pugliesi per la Terra Santa si recavano a Monte Sant’Angelo per propiziare l’assistenza di san Michele. Ma con la fine delle crociate e con l’assestamento dei regni, i significati simbolici del pellegrinaggio garganico si vanno perdendo e questo pellegrinaggio ritorna alla sua originaria configurazione puramente penitenziale e devozionale (Nota 23). In questa forma popolare, il pellegrinaggio al monte Gargano è sopravvissuto fino ad oggi.
Nell’anno 1656 è avvenuta la quarta apparizione, in seguito alla richiesta di aiuto da parte del vescovo Alfonso Puccinelli contro una terribile pestilenza che infieriva in tutta l’Italia meridionale. Il 22 settembre, nelle prime ore del mattino, mentre il vescovo pregava in una stanza dell’episcopio, gli apparve l’arcangelo Michele e gli ordinò di benedire i sassi della grotta, scolpendo su di essi il segno della croce e le lettere M. A. (Michele Arcangelo). Chiunque avesse devotamente tenuto con sé quelle pietre sarebbe stato immune dalla peste. Al vescovo non restò altro da fare che realizzare il comando dell’angelo; ben presto poté constatare la veridicità di quella promessa: non solo la città di Monte Sant’Angelo fu liberata dalla peste ma chiunque richiedesse quei sassi, in qualsiasi parte si trovasse, veniva miracolosamente liberato o preservato dal morbo. Così si moltiplicarono le statue e le chiese di san Michele (Nota 24).
Dalla fine del V secolo in poi, una folla incalcolabile di pellegrini, desiderosi di vedere e toccare la sacra grotta per pregare in essa Dio e san Michele, non ha mai smesso di ascendere al monte dell’angelo. I fatti prodigiosi avvenuti sul Gargano vennero ben presto conosciuti, prima nelle zone circostanti e poi in tutta l’Europa occidentale. Molte e svariate sono state le vie attraverso le quali il culto ha raggiunto i diversi paesi europei, ma per gran parte la diffusione è stata opera dei pellegrini stessi. Mettersi in cammino verso il Gargano era una vera scelta di fede, capace di sfidare tutti i pericoli che il faticoso viaggio comportava. Questi, percorrendo la via Francigena, si recavano alla grotta mettendo a rischio la propria vita per i più svariati pericoli. Molti, lungo la strada, a causa delle fatiche, andavano incontro alla morte; spesso dovevano difendersi dai briganti o da gente pericolosa, come accadde nell’anno 869, quando i Saraceni, senza alcun rispetto del luogo sacro, profanarono il santuario e depredarono chierici e pellegrini lì convenuti. Ritornando alle loro case i pellegrini pubblicizzavano i prodigi del Gargano e parlavano delle grazie concesse loro da Dio in quel luogo tramite l’intercessione di san Michele. Il pellegrinaggio al Gargano andò in declino per questioni legate alla divisione degli stati, con la conseguente difficoltà di spostarsi da una regione all’altra, per la celebrazione di giubilei a Roma e per la realizzazione di nuovi santuari.
Nel secolo appena scorso, inoltre, il pellegrinaggio ha subito un ulteriore, notevole ridimensionamento per l’inizio del culto del beato Padre Pio da Pietrelcina a San Giovanni Rotondo, ma l’afflusso di devoti rimane comunque notevole e anche le modalità di visitare il santuario sono cambiate ma ogni anno si fanno sempre molti pellegrinaggi da tutto il centro-sud.
Monte Sant'Angelo. La chiesa delle Clarisse.
Monte Sant'Angelo. La chiesa delle Clarisse.
Molti sono i papi che la tradizione vuole siano stati pellegrini (Nota 25) alla grotta dell’Arcangelo. Tra i pellegrini illustri dobbiamo annoverare anche una moltitudine di re e regine (Nota 26) di tutta Europa e di tutte le case regnanti che si sono succedute a Napoli e in Italia. Anche molti santi canonizzati si recarono pellegrini alla Basilica Angelica (Nota 27), attirati non solo dalla figura dell’Arcangelo ma anche dal misticismo dei luoghi, dalla loro solitudine raffinata e piena di presenze. Tantissimi si recavano e si recano in pellegrinaggio da tutta Europa sia singolarmente sia in gruppi chiamati 'compagnie'.
Non tutti i visitatori del santuario però furono pellegrini. Come tutte le strade, anche quelle dei pellegrini spesso sono battute da briganti e grassatori. Molte volte è accaduto nella storia che illustri personaggi greci, longobardi, saraceni e francesi non abbiano visitato il santuario per arricchirlo con l’omaggio di umili offerte ma abbiano asportato e depredato, magari con la comoda copertura di ideologie correnti, risorse e ricchezze (Nota 28).
Le 'Compagnie'
Pellegrini alla volta di Monte Sant'Angelo.
Pellegrini alla volta di Monte Sant'Angelo.
Fino ad alcuni decenni fa il pellegrinaggio si effettuava solitamente in due periodi dell’anno: nei mesi di maggio e di settembre, in coincidenza con le festività annuali dell’8 maggio e del 29 settembre che celebrano le apparizioni dell’arcangelo e con i due cicli stagionali della transumanza delle pecore, che fin dall’antichità si svolgeva fra l’Abruzzo e la Puglia. Per tali eventi si organizzavano le cosiddette 'compagnie', costituite da vari gruppi di pellegrini a piedi oppure con traini, cioè carri agricoli trainati da muli e muniti, per l’occasione, di varie panche per sedere e di teloni capaci di proteggere dalla pioggia e dal sole.
Una 'compagnia' (Nota 29) poteva comprendere sia poche persone sia centinaia. I pellegrini si riunivano presso la chiesa più importante del loro luogo di residenza e, dopo aver ascoltato la messa, si mettevano in viaggio, spesso preceduti o seguiti da una lunga fila di ciclisti. Alcuni, avendone fatto voto, percorrevano tutto il camminino, o parte di esso, a piedi.
Si trattava di un viaggio lungo, difficile, spesso davvero massacrante, interrotto da alcune soste diurne per rifocillarsi e da pause notturne per un breve riposo in povere taverne, su duri giacigli, accanto alle bestie e ai mezzi di trasporto.
Alle prime luci dell’alba si riprendeva il viaggio, durante il quale i pellegrini, oltre a pregare e cantare inni, trovavano l’opportunità di familiarizzare e raccontare storie antiche e vicende personali.
Erano occasioni valide a far nascere o a rinsaldare amicizie, che continuavano quando, al rientro, si ritornava alle normali attività, ma servivano anche per realizzare la cosiddetta “comparizia di Monte” (Nota 30).
L’arrivo al santuario era un momento molto importante, in cui fanatismo religioso e folclore raggiungevano la massima espressione. Canti, pianti, preghiere e invocazioni risuonavano nella grotta, era il momento dell’incontro diretto con l’arcangelo.
Non era raro vedere donne percorrere il tratto dall’ingresso all’altare ginocchioni, a piedi nudi, con la lingua che strisciava sul pavimento. Spesso c’era l’offerta degli ex voto, che di solito attestavano, attraverso dipinti ingenui e popolari, il miracolo nei suoi aspetti più significativi. Si donavano anche riproduzioni in gesso o in argento di parti del corpo umano miracolate oppure monili d’oro (Nota 31).
Con profonda partecipazione assistevano alla celebrazione della messa e poi, sereni e contenti per aver manifestato all’arcangelo le proprie angosce e sofferenze, ma anche le aspirazioni e le gioie.
All’uscita dalla grotta, i pellegrini sceglievano un posto ombreggiato dove poter consumare, finalmente in piena allegria, le semplici cibarie portate da casa.
Alcuni riprendevano il viaggio verso la Madonna Incoronata presso Foggia, altri proseguivano per San Nicola a Bari, mentre altri ritornavano ai loro paesi.
Da Bertaux. Pellegrini a Monte Sant'Angelo.
Da Bertaux. Pellegrini a Monte Sant'Angelo.
Raggiunto il paese di origine senza lasciarsi sopraffare dalla stanchezza derivante da giorni di enormi disagi, si doveva concludere il pellegrinaggio secondo le regole della tradizione della 'compagnia'. Si organizzava, sotto la guida del 'capo-compagnia' o priore, una vera e propria processione, un lungo corteo aperto dalla croce e dai più giovani, che portavano a mano le loro biciclette, bardate a festa con penne di gallina colorate sistemate a mo’ di pennacchi (Nota 32). Seguivano a piedi le donne e gli uomini e, in fondo, gli organizzatori con gli stendardi. Infine arrivavano i carri, festosamente guarniti di fiori e pennacchi e uno stuolo di bambini euforici e curiosi.
Tutti procedevano cantando l’inno della compagnia e i canti tradizionali per inneggiare a san Michele, al ritmo di un campanello che il 'capo' faceva tintinnare.
Dopo aver percorso la strada principale del paese si giungeva alla chiesa, dove il sacerdote benediceva i pellegrini.
I tempi cambiano e con essi i mezzi di locomozione e di trasporto; alle “compagnie” a piedi o sui carri sono subentrati pellegrini viaggianti su pullman e auto ma ancora alcuni compiono il pellegrinaggio a piedi. Sono molte le compagnie che ancora oggi giungono in pellegrinaggio al santuario di san Michele arcangelo; quelle con particolari meriti e privilegi secolari sono: Potenza, Boiano, Antina, Bitonto, e San Marco in Lamis (Nota 33).
Le compagnie di Potenza e Boiano usufruiscono dello scampanio festoso e prolungato di tutte le campane del santuario, al loro arrivo e alla partenza da Monte Sant’Angelo. I pellegrini di Potenza recarono il loro contributo alla difesa della città garganica, minacciata dall’assedio dei Turchi e portano la tradizionale “ferlizza”. La compagnia di Boiano è molto devota e numerosa. Prima faceva il percorso a piedi mentre ora arriva al santuario in pullman, compiendo a piedi l’ultimo tratto. Quella di Antina viene con le cornamuse. La compagnia di Bitonto offre l’olio per le lampade votive. Da alcuni anni si è ripreso il pellegrinaggio da Vieste che in alcuni tratti è fatto con il pullman. Spesso alcuni pellegrini isolati o in piccoli gruppi fanno il pellegrinaggio a piedi partendo da San severo o Stignano.
Solo da San Marco in Lamis i fedeli, molto numerosi, fanno il pellegrinaggio a piedi per tutto il percorso e rispettano rituali antichi.
I pellegrini di San Marco in Lamis
Da Bertaux. Pellegrini in marcia verso Monte Sant'Angelo.
Da Bertaux. Pellegrini in marcia verso Monte Sant'Angelo.
Il territorio di San Marco in Lamis si estende in parte in pianura e in parte tra colline e montagne del Gargano. Il centro abitato, invece, è situato in una conca carsica collegata a quella di Stignano ad ovest e a quella dello Starale ad est.Attraverso queste vallate i pellegrini si recavano alla grotta di san Michele arcangelo, passando poi per San Giovanni Rotondo e Pantano (antico Lago di S. Egidio), lungo la strada che ancora oggi percorrono le ‘compagnie’ per recarsi a Monte Sant’Angelo.
Lungo questo itinerario, che viene chiamato Via Sacra Langobardorum (Nota 34), in ricordo dei Longobardi, o strata peregrinorum, oppure strada Francesca, sorsero altri santuari e conventi che avevano la funzione di ospitare i viandanti.
Ecco perché su questa strata peregrinorum, a distanze ben calcolate, sorgono vari insediamenti e, tra questi, il santuario-convento di Santa Maria di Stignano (Nota 35) ed il santuario-convento di San Matteo (che prima si chiamava Abazia di San Giovanni in Lamis) (Nota 36). Ed è proprio fra questi due conventi che si trova il paese di San Marco in Lamis.
I pellegrinaggi sammarchesi nei secoli
Pellegrini immediatamente prima dell'ingresso nella Grotta.
Pellegrini immediatamente prima dell'ingresso nella Grotta.
San Marco in Lamis trovandosi sulla via sacra Langobardorum o Francesca, è stato testimone da sempre del transito dei pellegrini e nei secoli passati aveva anche l’ospedale per i pellegrini (Nota 37) e locali per accoglierli organizzati dalle confraternite (Nota 38). Secondo tradizioni locali il centro abitato è sorto perché alcuni pellegrini si sono fermati per l’amenità e la ricchezza del luogo (Nota 39). San Marco proprio perché situato su quest’importante strada ha un rilevante rapporto con i pellegrini sul Gargano.
Sicuramente i sammarchesi in tutto il Medioevo saranno andati in pellegrinaggio a Monte Sant’angelo, ma la prima notizia storica certa si attinge dallo Statuto del Pio Sacro Monte Carmelo del 1649 dove si dice che il cancelliere è tenuto ad organizzare ogni anno un pellegrinaggio a san Michele per la salvezza dell’anima degli iscritti vivi e defunti.
Dal Settecento e fino ai nostri giorni si hanno molte notizie sui pellegrinaggi che le varie confraternite effettuavano, le preghiere che recitavano e le autorizzazioni che richiedevano. I documenti ritrovati sono moltissimi e testimoniano il notevole flusso di gente e il culto michaelitico molto radicato nei sammarchesi. Sono state ritrovate relazioni sullo svolgimento del pellegrinaggio e le inevitabili diatribe (Nota 40), le preghiere, le benedizioni, le relazioni di riunioni, ricorsi firmati, relazioni di polizia e altri documenti. Invece, nella tradizione orale si sono registrate molte leggende, racconti e miracoli. La ricerca continua per avere una più ampia visuale su alcuni punti ancora oscuri.
Il termine cumpagnia, in dialetto sammarchese, è stato conservato e non ha subito variazioni e deriva dal termine Compagnia, Confraternita, Congrega.
Fino a dopo la prima guerra mondiale c’erano tre pellegrinaggi che si facevano da San Marco in Lamis organizzati da confraternite. Uno si effettuava a maggio, mentre gli altri due a settembre. Ognuno aveva una sua struttura organizzativa e dei rituali specifici, ma tutti erano dei gruppi organizzati che però erano sotto le dipendenze di una confraternita canonicamente eretta e avevano dei responsabili nominati dalla confraternita, che dovevano relazionare ad essa. Tutti si rifacevano a vecchie disposizioni avute dagli abati, rivendicavano l’autonomia organizzativa anche se erano nella struttura della confraternita e ne richiedevano l’autorizzazione ed erano sotto la “sorveglianza” ecclesiastica.
Le vecchie cumpagnie erano:
- i santimichelari della confraternita del S.S. Sacramento presso la Chiesa Madre. Svolgevano il pellegrinaggio a maggio;
- i pellegrini del Preziosissimo Sangue di NSGC della confraternita del Carmine presso la parrocchia di sant’Antonio Abate, che per alcuni decenni ha officiato pure presso la chiesa di Santa Chiara poi chiamata Sacro Cuore. Svolgevano il pellegrinaggio generalmente a settembre;
- i pellegrini dell’Angelo della confraternita di Maria SS. Bambina presso la parrocchia di san Bernardino. Svolgevano il pellegrinaggio a settembre (Nota 41).
Pellegrini verso la Grotta.
Pellegrini verso la Grotta.
Dai documenti si evince che c’era una certa “invidia” tra le varie cumpagnie e spesso c’erano anche piccole diatribe, e molte volte l’autorità ecclesiastica ha cercato di ricomporne l’unità.
Le cumpagnie erano strutturate molto rigidamente con preghiere e rituali di benedizioni specifiche, anche se purtroppo si sono conservate molte preghiere, benedizioni e riti ma non tutto il rituale (non) è conservato (Nota 42). Ogni pellegrino portava la cappa, indumento classico del pellegrino, il bastone, lo scapolare, la bisaccia, la corona angelica e il cordone con un nodo per ogni anno di pellegrinaggio.
Il pellegrinaggio era anche un momento altamente socializzante e amalgamava le persone (Nota 43), anche se spesso il priore doveva intervenire per calmare la “fantasia” di alcuni giovanotti oppure vietare la partecipazione alla cumpagnia come accadde ad una sarta che non aveva saputo fermare certi atteggiamenti non consoni delle sue ragazze-allieve desiderose di trovarsi il “zito” (Nota 44) durante il pellegrinaggio.
L’aspetto penitenziale era molto vivo e molti mangiavano solo pane e acqua; alcuni, che avevano avuto “l’ardire” di portare la musciska erano stati aspramente rimproverati.
Dagli anni ’20, forse per il numero inferiore dei partecipanti o per questioni di ordine pubblico, si svolse un solo pellegrinaggio sotto la direzione dell’arciprete Del Giudice che lo strutturò come  una nuova confraternita con il titolo di san Michele arcangelo (Nota 45). Questo pellegrinaggio si è svolto tutti gli anni, anche durante il periodo bellico.
Gli arcipreti successivi non hanno più seguito materialmente il pellegrinaggio e quindi diversi frati si sono succeduti nell’accompagnare la confraternita ma per alcuni anni non c’è stato nessun assistente spirituale (Nota 46). In questi ultimi decenni la cumpagnia di San Marco in Lamis è rimasta l’unica a svolgere un pellegrinaggio popolare ancora interamente a piedi fino a Monte Sant’Angelo.
Negli anni ‘80 la confraternita di san Michele si costituisce come gruppo dell’Arciconfraternita di Monte Sant’Angelo e apre anche una sede propria con incontri periodici.
Negli anni ’90 in aggiunta al pellegrinaggio della “cumpagnia” si svolgono, senza nessuna struttura organizzativa, anche il pellegrinaggio dei “devoti di san Michele” a maggio, e quello dei “pellegrini di san Michele” a settembre.
Alcuni anni ci sono singoli che in altri periodi vanno in pellegrinaggio a piedi.
La cumpagnia della confraternita di san Michele Arcangelo
La 'cumpagnia' dei sammarchesi al suo ritorno da Monte Sant'Angelo - 2009.
La 'cumpagnia' dei sammarchesi al suo ritorno da Monte Sant'Angelo - 2009.
La cumpagnia organizzata dalla confraternita di san Michele Arcangelo di San Marco in Lamis parte il secondo lunedì dopo la festa di san Michele dell’8 maggio. Il pellegrinaggio dura tre giorni e vi partecipano circa 300 persone, donne e uomini di ogni età. Oltre ai responsabili, nel gruppo dirigente ci sono alcuni sacerdoti.
E’ il pellegrinaggio più numeroso, e tra chi va a piedi e chi con l’auto o l’autobus, si stima coinvolga circa 3000 persone che da San Marco in Lamis in quei giorni vanno a Monte Sant’Angelo.
Il priore e tutto il consiglio direttivo sono nominati con votazioni in assemblea.
Su questo pellegrinaggio ci sono state varie ricerche nell’ambito delle tradizioni popolari (Nota 47-1) (Nota 47-2), vari articoli di giornali (Nota 48) e un’indagine socio-religiosa (Nota 49).
Il Gruppo dei devoti di san Michele
Il gruppo dei devoti di san Michele parte generalmente in pellegrinaggio il terzo lunedì dopo la festa di san Michele dell’8 maggio; partecipano da 25 a 40 persone di tutte le età e d’ambo i sessi.
Alcuni anni il pellegrinaggio è durato tre giorni e comprendeva sia l’andata che il ritorno a piedi, in altri, un solo giorno per l’andata a piedi.
Non ci sono responsabili e non c’è nessuna struttura organizzativa.
Molti partecipanti sono soci dell’arciconfraternita di san Michele di Monte Sant’Angelo. Non vi partecipa nessun sacerdote.
Le due cumpagnie hanno gli stessi rituali di preghiere e sono molto simili anche le tappe.
I pellegrini di san Michele di settembre
I pellegrini di san Michele sono un gruppetto di devoti che effettua il pellegrinaggio nel periodo della festa di san Michele a settembre, e che già partecipa al pellegrinaggio di maggio. Non ha responsabili, non è legato a nessuna struttura organizzativa, e non vi partecipano sacerdoti.
Il pellegrinaggio si svolge a piedi fino a Monte Sant’Angelo, mentre il ritorno è in autobus. La data non è stabile ma si sceglie di comune accordo tra i partecipanti. Vi partecipano da 1 a 5 persone; sono uomini adulti, iscritti alla confraternita di san Michele di San Marco in Lamis.
Non c’è nessuna fermata intermedia e ha un ritmo di preghiere proprio.
Il culto micaelitico a San Marco in Lamis
A San Marco in Lamis le cappelle dedicate a san Michele sono la chiesina di San Michelicchio o San Michele nello Starale (Nota 50) e la cappella della Fondazione “Gravina” in Piazza Europa.
Le statue dell’Arcangelo Michele sono presenti nella Chiesa Madre, nella chiesa del Sacro Cuore e in quella di San Bernardino; è presente anche una statua presso il Presidio ospedaliero ‘Umberto I’ e presso la parrocchia B.V. di Lourdes di Borgo Celano.
Via Incoronata era chiamata anticamente via San Michele, mentre ora via Colombo è conosciuta come la strata de Sante Mechèle per la presenza di un’edicola con una statua dell’arcangelo; Via san Michele è una traversa di Via La Piscopia.
E’ presente un arco di grandi dimensioni dedicato a San Michele nella Valle di Vituro sulla vecchia mulattiera per Foggia (Nota 51), mentre un altro arco fino all’ottocento si trovava nel centro abitato (Nota 52).
Si svolge a maggio una solenne festa con novena, processione, banda, spettacolo serale e fuochi pirotecnici.
Sia l’8 maggio che il 29 settembre si celebra la Santa Messa cosiddetta dell’Angelo perché viene celebrata alle 5 di mattina.
Sono presenti molte edicole sia nel centro abitato che nelle campagne.