Nella sezione dedicata ad Ernesto Rossi (co-autore con Altiero Spinelli del Manifesto di Ventotene del 1941 ed esecutore testamentario di Gaetano Salvemini, puoi scaricare (e leggere) 2 interventi del Nostro usciti su L'Astrolabio del 25 ottobre 1963.
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Monte Sant'Angelo - Caverne abitate.
Monte Sant'Angelo - Caverne abitate.
All'epoca delle crociate il Gargano divenne assidua meta dei guerrieri che si recavano in Terra Santa. I crociati accorrevano tanto più facilmente al santuario inquantoché questi era su la loro via. Essi vi salivano prima d'imbarcarsi ai porti di Bari, di Brindisi o di Barletta. L'Arcangelo guerriero, ch'era già apparso come San Giorgio e San Teodoro fra le schiere combattenti in Terra Santa, poteva esser loro di aiuto nell'aspra lotta.
Nell'XI secolo il Gargano cadde sotto la signoria dei Normanni. Ne fu signore Rainulfo. Nel 1137 Lotario II imperatore vi sali in pellegrinaggio. La fama del santuario si accresceva sempre più nel mondo.
Dai Normanni passò sotto la signoria degli Hohenstaufen. Federico II, Corrado IV, Manfredi lo dominarono. Vuole la tradizione che Federico II facesse mistici doni alla sacra spelonca.
Seguirono gli Angioini. Carlo I d'Angiò fece ricostruire la cappella, ch'è rimasta in gran parte quale egli la volle. A Carlo I si deve pure la costruzione di una più comoda strada per salire alla somma città.
Monte Sant'Angelo - Spaccato del campanile (da L'Art dans l'Italie méridionale d'Em. Bertaux).
Monte Sant'Angelo - Spaccato del campanile (da L'Art dans l'Italie méridionale d'Em. Bertaux).
Fino dai tempi dell'imperatore Zenone, che concorse alla fabbricazione della cappella sul Gargano inviando 150 libbre d'oro, la caverna fu ricoperta di donazioni, le quali furono bottino degli avventurieri che vi giunsero.
Pantaleone Cartofilace inviò da Costantinopoli nell'anno 1076 una magnifica porta di bronzo che vi si ammira tuttora; Carlo I d'Angiò fece innalzare a sue spese il grandioso campanile e la magnifica scalinata; Ludovica di Durazzo donò la conca d'oro nella quale aveva fatto battezzare suo figlio Carlo che divenne poi Re di Ungheria; Ladislao, Ferdinando I d'Aragona e imperatori e principi e re inviarono doni senza numero, sì che il tesoro crebbe a grandi proporzioni.
Detto santuario fu oggetto di tale venerazione che vari principi normanni, svevi ed aragonesi non si dissero principi di Monte Sant'Angelo, ma presero bensì il titolo di Signori d'onore di Monte Sant'Angelo.
Abbiamo preso la strada che han battuto nei secoli e battono tuttora i pellegrini i quali in lunghe fila salmodianti salgono a piedi il faticoso monte. La diligenza dà il mal di cuore; è fatta per chi dorme, per chi ha sonno, per chi non pensa e non freme e non si affretta su le vie del desiderio. L'antica strada (se le si può dare un tal nome) è aperta nel granito; va fra enormi scaglioni e rocce bianche. A volte ci conviene saltare di masso in masso; a volte ci arrocciamo su per dirupi ansando.
Monte Sant'Angelo - Su gli alti pascoli.
Monte Sant'Angelo - Su gli alti pascoli.
I pellegrini ed i pastori che batterono primi questo sgaruglio miravano alla linea retta; la loro ansia non conosceva fatiche, non sapeva le placide curve in cui si distende pigreggiando la via moderna.
Ai nostri piedi si aprono ampie voragini, dinnanzi a noi è il mare. A destra si distende un ampio seno, al vertice del quale biancheggia, come un piccolo gregge sperduto, Manfredonia; a sinistra appare un'angusta gola, in fondo alla quale giace Mattinata.
La Città dell'Arcangelo è più vicina ora; si intravvede chiara nelle particolarità delle sue case bianche - si frastaglia lassù contro la limpidezza del cielo. Passano pastori, greggi. Vedo, in un pianoro, una capanna conica e un agghiaccio; le capre stanno aggruppate e guardano a traverso la rete; di tanto in tanto si ode il tinnire del campanaccio della guidaiuola, si leva un tremulo belo. Il pastore è innanzi alla soglia della sua capanna, non so a quale opera accudisca; sta ritto contro il sol levante quasi mormorasse una millenaria preghiera; è grande e forte, veste rozzamente di pelli, pare un fauno lanoso che adori il dio sole, il gran core dell'aria. Ad un tratto odo la sua voce ch'è dolce e tranquilla, che ha in sé una nostalgia d'amore nel canto a tristi cadenze.
Qualcuno mi nota il dolce canto che mi risuona ancora dentro; migrava per lo spazio chi sa verso quale solitudine:

"Si 'ndelicata (Nota) comu candellieri,
ritta cchiù de 'na torcia nnaturale;
quandu camini pe' quisti terrieni,
la serena (Nota) 'sse 'ncanta a mmiezzu mare.
E je (Nota) a 'ngenucchi te 'asu (Nota) li piedi..."

Scompare dietro una rupe senza ch'io lo veda muovere un gesto. Quel solitario pastore raccoglie in sé tutta la gravita delle sue montagne.