Il governatore Del Giudice comunica la sua assunzione dei pieni poteri.
Il governatore Del Giudice comunica la sua assunzione dei pieni poteri.
Dopo i luttuosi fatti di San Giovanni Rotondo, mentre ancora fervevano i tumulti in San Marco, con la truppa garibaldina stanziata in Rignano, disposta a marciare a qualunque costo su San Marco se non si fosse addivenuti ad un compromesso onorevole per entrambe le parti, prima ancora del plebiscito, e preci­samente in data 26 ottobre, il giorno del mancato scon­tro tra ribelli e forze garibaldine sulla via di Rignano, su ordine del Ministro di Polizia, il governatore di Foggia assumeva i pieni poteri. Tale assunzione era giustificata non solo 'dalle tristi condizioni politiche' - cui accenna il proclama del democratico Del Giu­dice - ma anche dalla minaccia di persistenti moti insurrezionali e dal timore che la situazione potesse sfuggire di mano agli organi tutori dell'ordine.
Il governatore tenta di fare un quadro, piuttosto preciso, della situazione, appuntando la sua attenzione sulla speculazione dei 'tristi' che tentano di profittare di una situazione politica di emergenza.

'A ciascuno di questa provincia sono note le macchinazioni de’ tristi. Non è l’opinione politica fonte alle turbolenze, ma la sete del saccheggio e degli stupri. La proprietà non è più sicura; la vita degli onesti è in balia dei ribaldi. L'indulgenza del governo è stata fraintesa e tenuta per debolezza; ma bando ormai ai riguardi. D’oggi innanzi non avrà vigore che la severa giustizia...'“.

In virtù dei pieni poteri dispone in sei punti le modalità per il ristabilimento dell'ordine. Ma non si perita di raccomandare esplicitamente

'ai preti di non uscire dalla cerchia delle loro funzioni religiose. Se essi continueranno a immischiarsi di politica ed a sov­vertire le plebi sia con l'astenersi, sia con l'intromet­tersi, non varrà a difenderli la loro veste talare. Il mag­gior numero si è di già stretto intorno al Re d'Italia; rimangono i pochi e i peggiori sui quali l'Autorità vigila attentamente. Cittadini della Capitanata, rassicu­ratevi. Io vi prometto il subito ritorno dell'ordine e della sicurezza nei pochi paesi dove fervono i mas­sacri e il comunismo'.

Vecchia abitazione nel quartiere 'Casalotto' a S. Marco in Lamis.
Vecchia abitazione nel quartiere 'Casalotto' a S. Marco in Lamis.
Preti e comunisti dunque, secondo il governatore, sono quelli che più soffiano sull'incandescente mo­mento politico. Clero e popolo minuto egli teme che si alleino a danno del nuovo stato di cose, puntando su sentimenti offesi o risentimenti esasperati e insor­gente malcontento sociale e popolare (Nota 1 - 1. parte) (Nota 1 - 2. parte) (Nota 1 - 3. parte) (Nota 1 - 4. parte) (Nota 1 - 5. parte). Analoghe istruzioni egli tiene a far pervenire al sindaco, il quale però, pur essendo di provata e schietta fede liberale, non manca di fargli presente, di là dalle opinioni poli­tiche, i motivi reali di malcontento e di malumore circa lo spirito pubblico. Così egli scrive al sottogovernatore di S. Severo, a pochi giorni dall'insedia­mento, in data 10 novembre 1860:

'Signore, lo spi­rito pubblico di questo circondario offre tuttavia delle incertezze non per politiche idee ma la disoccupazione dei bracciali, prima per le mosse avvenute, e ora per le copiose nevi cadute, rendono voci di malcontento per la grave tassa e per la impossibilità di poterla pa­gare, che dovendosi devenire ad atti coattivi si teme di qualche letale insurrezione. Nel mentre poi la pre­senza di una forza imponente si rende necessaria per affiancare questa Guardia Nazionale al mantenimento del buon ordine, io non trovo mezzi per mantenerla, dal che la Comune è esausta di mezzi, ed i comunisti (Nota 2), tranne poche famiglie, tutto il resto è impossibilitato a contribuire per il giornaliero pagamento molto gra­voso della forza, ed io come capo dell'Amministra­zione non saprei come conciliare, onde l'ordine si mantenghi salvo e non si dia motivo a sovvertirsi, il che potrebbe avvenire urtandosi il popolo con coazioni sia reali sia personali. In tale stato di cose la prego con sollecitudine tenerne uffiziato il sig. Governatore della Provincia perché mi dia un espediente onde conci­liarsi nel riscontro la presenza della forza e non susci­tare rancori nella popolazione dall'altra, aspettandomi il risultato anche per espresso'.

Miseria reale e morale, disoccupazione, avversità atmosferiche, campagne abbandonate e inseminate, minacce di insurrezioni sono motivi che il sindaco e vede e prevede con molta giustezza, stando sul posto e, per così dire, sulla pentola che già bolle.
Egli insisterà fino alla noia per una congrua forza pubblica da tenere in loco e sulla impossibilità di poterla materialmente sostenere. Sarà sempre astretto da queste due contrastanti necessità, come da una spirale in cui teme di essere soffocato. Ottiene intanto in data 14 novembre l'autorizzazione a trattenere la forza garibaldina di occupazione. In un primo tempo egli si illudeva che, congiuntamente alla G. N., questa potesse bastare al mantenimento dell'ordine pub­blico, pur facendo notare al governatore, il 15 novembre, che nel paese regnavano malumore e incertezze relativi “sempre alla tassa dei meno agiati, mentre la bassa plebe è incline al saccheggio”. Senonché la sua preveggenza gli fa notare subito che la forza garibaldina, oltre che insufficiente, è invisa alla popolazione, non sa imporsi con prestigio - come dirà l’11 dicembre 1860: 'Il buon popolo' ha 'un'idea trista dei garibaldini'. 'Essi vanno infestando i co­muni'. La locale 'partita dei cacciatori dell'Ofanto nella massima parte ragazzi' non impone 'quella dovuta soggezione perché spogliati di uniforme' e stimerebbe che 'si ritirino, tanto più che mal si com­portano con i soldati del 55° di linea” stanziati in S. Marco'.
Il sindaco, dunque, sapendo in quale crogiuolo egli già stava cuocendo, desidera, chiede e richiede la presenza di una forza regolare, mentre Foggia, pres­sato forse il governatore da altre esigenze, anzicché promettere l'invio di soldati ordinari, ventila il ritiro di quella truppa regolare già stanziata a S. Marco.
Ed ecco l'esplosione del sindaco in una lettera rude, franca, realistica con la minaccia delle dimissioni:

Dipinto anonimo dell'epoca, apologetico dell'eroismo della Guardia Nazionale contro il brigantaggio postunitario: una donna con il tricolore stretto al corpo, in segno di lutto, mostra un ufficiale della Guardia Nazionale ucciso in combattimento, sul lato sinistro si scorge la parete di una casa in fiamme, alle spalle si muove un altro militare, sullo sfondo un paesaggio montuoso appenninico coperto di boschi, al cui limitare vi sono tre figure (probabilmente briganti) che osservano scena.
Dipinto anonimo dell'epoca, apologetico dell'eroismo della Guardia Nazionale contro il brigantaggio postunitario: una donna con il tricolore stretto al corpo, in segno di lutto, mostra un ufficiale della Guardia Nazionale ucciso in combattimento, sul lato sinistro si scorge la parete di una casa in fiamme, alle spalle si muove un altro militare, sullo sfondo un paesaggio montuoso appenninico coperto di boschi, al cui limitare vi sono tre figure (probabilmente briganti) che osservano scena.
'26 novembre 1860. Signore, comunque lo spirito pubblico sembri alquanto rassettato pur tuttavia non è prudenza allontanare totalmente la forza da questo Comune, (il Capitano Priorelli mi ha significato a voce di dover partire per ordine dei superiori al più presto) mentre non cessano sentirsi delle voci allarmanti spe­cialmente per la esazione della tassa e temo che una insurrezione peggiore della prima è per svilupparsi per il gran numero di latitanti che infestano questo teni­mento e che sono per piombare nel paese, ove, affian­cati dai tristi, minacciano il saccheggio, le rapine, gli stupri e gli omicidi. Mancano alla massima parte della Guardia Nazionale delle armi e sono uomini di cui non posso fidarmi e perché paesani e perché ognuno tiene delle parentele, per cui malamente possono adempiere al loro dovere. Se non che coadiuvati da una forza mili­tare, che io propongo in quaranta uomini del battaglione 'Gaston' costà stanziati per il mantenimento dell'ordine nella Provincia, mentre volendosi ricorrere alle Guardie Nazionali dei limitrofi comuni e special­mente di Montesantangelo, perché invisi da questa popolazione, la quale non teme che del solo militare, sarebbe un’esca a suscitare l’anarchia e quindi la guerra civile. Se tutto di dimani non mi giungerà la cennata forza militare, ovvero non si impegnerà presso il Bri­gadiere Sig. Don Liborio Romano di portare presente nella rassegna la forza qui stanziata senza farla rima­nere, io mi dichiaro non responsabile di qualunque cosa potrebbe avvenire, depongo dal momento la carica e mi allontano per soggiornare in qualche limitrofo comune. Intanto il capitano Priorelli pretende da me altri cinque giorni di prestiti per condursi in Avelline. Chiedo i di lei oracoli per conoscere se debbo pagare pel tempo che restano qui, ovvero le cinque giornate che si pretendono. La prego autorizzare il pedatico in carlini dieci'.

Il sindaco ottenne partita vinta con la presenza nel suo Comune di venti uomini del 55° di fanteria, i quali portarono un notevole cambiamento nello spi­rito pubblico del circondario, donde la richiesta del­l’11 dicembre di una totale sostituzione della rima­nente truppa dei garibaldini con la motivazione da noi precedentemente riportata.
A sua volta il governatore è pressato da analoghe richieste da più parti: con lettera di non minor vigore e di eguale tono, per la perentorietà della richiesta, di rimbalzo si rivolgerà al Luogotenente generale, in data 13 dicembre 1860, da Foggia:

“Da moltissimi co­muni della provincia mi si chiede un poco di forza per impedire le reazioni vicine ad accadere. Io l’ho chiesto indarno più volte. È inutile contare sulle Guardie Na­zionali. Mancano anche le armi che, pure sono state inutilmente dimandate. Mi sciolgo d'ogni responsabilità dopo questo avviso per quanto potrà accadere. Ho chiesto sempre e mi bastano 200 bersaglieri piemontesi” (Nota 3).

Ma che il malcapitato sindaco non avesse tutti i torti, nonostante la sua rudezza, da attribuire forse alla paurosa situazione locale, e che però gli varrà poi il richiamo per inurbanità da parte dei superiori, lo dimostra un rapporto che riproduciamo, il quale giustificherebbe che 'fu cortesia lui esser villano'.

C'è da premettere che alla fine di novembre un moto sedizioso, capitanato da un tal D'Errico, stava per scoppiare in S. Giovanni e che avvi­saglie reazionarie fervevano per tutto il mese di dicembre. Così il sindaco nel suo rapporto del 26 dicembre:

Il 55. di fanteria.
Il 55. di fanteria.
'Signore, lo spirito pubblico di questo circon­dario non ha offerto osservazione in contrario sino al giorno dieci. Nelle ore pomeridiane di detto giorno siamo stati avvertiti con i capi di questa Guardia Na­zionale che una forte reazione si era preparata e che era prossima a scoppiare in diversi punti di questo abitato, figlia sempre delle due antecedenti; e di già dei crocchi di ragazzi e giovinastri per diversi punti dell'abitato formatisi, come nelle antecedenti reazioni, avevano incominciato con delle voci sediziose di Viva Francesco Secondo. In un momento al suono della tromba si è fatta riunire la forza qui stanziata e i capi della guardia nazionale han fatto appello a tutti i buoni della guardia cittadina, i quali in un baleno si sono trovati sotto le armi. Più migliaia di gentaglia pronta al saccheggio ed al sangue si era riunita avanti al corpo di guardia, ma fu dispersa dalla forza col ‘ca­late baionetta’.
S. Marco in Lamis: vecchia foto del quartiere della 'Palude'.
S. Marco in Lamis: vecchia foto del quartiere della 'Palude'.
Immediatamente si sono fatte uscire delle pattuglie composte dalla guardia nazionale, dai soldati del 55° di fanteria italiana e dai Cacciatori dell'Ofanto, e così i timidi si sono ritirati ed i tristi scorati dal poco numero e dalla imponenza della forza han deposto la trista idea che meditavano. Con questa data e per espresso ho comunicato al sig. Governatore, a questo sig. Regio Giudice e Capo della forza, quanto o avuto il bene di rassegnare a Lei, ed a solo fine di richiedere altra forza militare onde tutelare la vita e le sostanze di questi pacifici cittadini e La prego anche per telegramma affiancare la mia richiesta presso il Sig. Governatore, essendo sicuro che Ella ha spiegato uno zelo ed una particolare simpatia per questa disgra­ziata popolazione posta in disquilibrio per l'opera di pochi tristi, per i quali da questo degno Sig. Regio Giudice si sta istruendo regolare processo ed avendo degli indizi di reità sia certo che saranno immediata­mente assicurati alla giustizia per avere quella pena che compete agli sciocchi felloni'.