Vecchio panorama di S. Marco in Lamis. A sx si vede la Cappella, ora abbattuta
Vecchio panorama di S. Marco in Lamis. A sx si vede la Cappella, ora abbattuta
Gli anni decisivi dell'unità italiana, e precisamente quelli che vanno dalla seconda guerra d'indipendenza, aprile 1859, all'entrata di Garibaldi in Napoli, 7 settembre 1860, trovano pressoché indifferente il popolo di San Marco in Lamis.
Se un inserimento vi fu nella prorompente azione unitaria, esso, sotto l'aspetto strettamente politico, non fu che di violenta reazione e di tenace resistenza all'ordine nuovo. Pensando all'attiva partecipazione ai moti del '20, avendo San Marco una delle più prospere vendite Carbonare daune, e ricordando anche alcuni moti a sfondo sociale del '47 e politici del '48, sotto e contro lo stesso regime borbonico, tutto ciò potrebbe destare qualche sospetto. Tant'è: nel 1859-60, dopo un decennio di esperienze malinconiche e dolorose, e anche per quanto verremo dicendo circa le classi e gli organi dirigenti, la situazione politica a San Marco appare completamente mutata tanto da poter avvalorare il noto slogan che il risorgimento fu opera di pochi.
Se questa opinione sta subendo una certa revisione a seguito di un'odierna approfondita indagine storiografica, è però essenzialmente vera per quanto riguarda San Marco nel biennio 1859-61.
Gli avvenimenti del '59 e in parte quelli del '60 dunque lasciano pressoché indifferenti i sammarchesi, anche se ardentemente gonfiavano di speranza il cuore dei pochi liberali.

“In tanto che nei comuni limitrofi, e specialmente nei capoluoghi della Provincia e del Distretto, si alzavano voci, oh quante! di giubilo, non discompagnate da tumulti popolari, questo Comune guardava con indifferenza le novità, per cui era ritenuto per paese retrogrado. Ciò non pertanto curava la osservanza alle leggi (Nota 1 ) ed il rispetto ai magistrati”.

Così si esprimeva con fondate ragioni il sindaco del tempo. Era già il settembre del 1860, con Garibaldi a Napoli, e S. Marco non condivideva l'entusiasmo generale per cui creduto compito del sindaco, come si vedrà fra non molto, con un'esposizione ordinata degli avvenimenti, era quello di frenare l'entusiasmo dei pochi, temuto come incentivo ed esca al crescente malumore dei molti.
Infatti lo stesso sindaco, appena eletto nell'agosto precedente, si trovò a dover sedare un moto, schiettamente sociale questo, di braccianti, i quali, (come sempre in rivolgimenti successivi fino al 1919) insensibili al crollo del trono borbonico, incuranti degli ordini del dittatore Garibaldi e ignari di Vittorio Emanuele, occupano le terre del demanio e dei “signori” locali. Ma è tempo di procedere con ordine lasciando ai fatti la parola o, meglio, agli atti e alla memoria degli uomini che furono attori e spettatori.
Lo sbarco garibaldino e l'inganno borbonico
L'undici maggio 1860, come è noto, Garibaldi sbarca a Marsala dovendo, subito, nei giorni successivi, affrontare a Calatafimi i borbonici in uno scontro di portata decisiva per l'ulteriore sviluppo dell'impresa.
Ecco come in data 19 maggio, in via ufficiale, sono informati i sammarchesi dal consigliere A. Sorrentini della sottintendenza del circondario di San Severo.
Ci pare opportuno riportare integralmente i tre documenti relativi allo sbarco.
Scrive dunque il Sorrentini al sindaco:

“Signore, con telegramma pervenutomi ier sera alle ore 8 p.m. mi è stato partecipato quanto segue: Le orde di Garibaldi sbarcate in Marsala sono state completamente sconfitte dalle reali truppe in Calatafimi lasciando il terreno ingombro di morti e la loro bandiera. Le reali schiere le hanno caricate alla baionetta. Sia resa lode a Dio e gloria immortale al nostro Augusto Sovrano che Iddio sempre conservi ed alle sue fedeli ed eroiche milizie.
Io quindi mi affretto parteciparLe tale lieto annunzio perché sia a parte della gioia universale, e divulghi fra gli amministrati sì fausto glorioso avvenimento esortandoli vieppiù a fedele sudditanza e devoto attaccamento verso il nostro Augusto Sovrano Francesco II che Iddio sempre prosperi e conservi.
San Severo, 19 maggio 1860” (Nota 2).

Con l'informazione volutamente errata, l'inganno dunque parte dall'alto, cui intendente e sindaci di Capitanata, non privi di altre informazioni più veritiere, devono far finta di credere; e naturalmente il nostro sindaco così in data 21 maggio risponde:

'Signor Sotto Intendente,
di riscontro al di Lei foglio emarginato Le rassegno di aver l'animo mio risentito la più viva gioia all'annunzio che le Reali truppe hanno disfatte ed atterrate le orde di Garibaldi sbarcate in Marsala, e la medesima gioia si è provata da tutte le autorità Amministrative e Giudiziarie, come pure da tutti questi miei amministrati a tale felice novella da me divulgata, e tutti unanimemente hanno renduta lode all'Altissimo ed immortale gloria al nostro Augusto monarca e Padrone che Iddio conservi sempre e gli dia lunga vita onde possa nel corso degli anni in avvenire proteggere e governare i suoi sudditi, i quali protestano alla Maestà Sua la maggior fedeltà ed ubbidienza' (Nota 3).
Che la gioia fosse unanime e sincera, da parte del popolo, è da porre fuori dubbio, come dimostreranno i fatti successivi, specie quelli dei primi di ottobre, e quindi è da credere al sindaco, Francesco Paolo Spagnoli.
Intanto, proseguendo nello stesso metodo, con dispaccio del 31 maggio, l'autorità superiore incalza:

Battaglia di Milazzo - Garibaldi si riposa
Battaglia di Milazzo - Garibaldi si riposa
“Il Sig. Direttore del Real Ministero della Polizia Generale, partecipava al Sig. Intendente della Provincia i seguenti ulteriori ragguagli intorno alle brillanti azioni del nostro glorioso esercito in Sicilia. Col R. piroscafo la Saetta abbiamo ricevuto ulteriori rapporti i quali confermano quanto ivi accennammo sui brillanti fatti d'armi seguiti al Parco il giorno 24, non meno che la sconfitta delle bande degli insorti e di quelle di Garibaldi, aggiungano che le Reali Truppe comandate dal Generale Colonna e dal Colonnello Von Merkel (sic: per Mechel) con islancio straordinario scacciarono da quella importante posizione i ribelli. Questi ne occuparono un'altra soprastante alla prima, ed anticipatamente trincerati a difesa da 5 pezzi di cannoni. Il dì 25 la seconda posizione venne pure espugnata con impeto eguale e tolto ai rivoltosi uno dei loro cannoni.
L'assalto delle reali truppe fu sì vivo e tremendo che tutti i ribelli uniti alle bande di Garibaldi con esso alla testa fuggirono scompigliate fino alla Piana dei Greci. Ivi novellamente incalzate ed atterrate dalle colonne di Merkel e dal valoroso nono Battaglione Cacciatori comandato dal Maggiore Bosco, si diedero pure a precipitosa disordinata fuga, attraversando il Distretto di Corleone in cerca di scampo più che di nuove posizioni. Le bande anzidetto perseguitate senza posa dalle reali truppe continuando a fuggire in preda dello scoraggiamento, che è il doppio effetto del disinganno, in cui son caduti fin dal loro arrivo in Sicilia ed alle gravi perdite che in ogni fatto d'armi le hanno estenuate di forze e di speranze. Quanto ai siciliani che loro associaronsi sedotti dal loro numero e dalle lunsinghe si son pur essi dispersi e vanno rientrando nei rispettivi comuni scorati ed abbattuti non men dolenti per essersi lasciati ingannare dagli invasori stranieri venuti per suscitare la ribellione in quella contrada. Lo spirito pubblico disingannato pure esso si rialza di giorno in giorno ai sentimenti dell'ordine leale, e si assicura nel valore e nell'ammirabile contegno delle reali truppe delle quali non potremo abbastanza lodare la bravura, la perseveranza e la disciplina. Uno di tutti è l'entusiasmo per la causa legittima che sostengono; uno è il grido del combattimento e della vittoria: Viva il Re - Napoli 28; ore 12 m.
Ed io mi affretto a comunicarglielo per sua intelligenza e diffusione a tutti i suoi amministrati. Il Sottointendente di San Severo A. Sorrentini”.

In verità lo 'spirito pubblico' lo si 'disinganna', ingannandolo. Il Direttore del Real Ministero della Polizia Generale evidentemente si riferisce ai fatti d'armi di Corleone e di Piana dei Greci e allo stratagemma di Garibaldi di imboscare parte della truppa verso l'interno, in direzione di Marineo e Misilmeri, al fine di allentare la pressione delle truppe borboniche, mentre il Generale prepara, col grosso delle sue forze, l'accerchiamento di Palermo. L'apparente fuga dei garibaldini nell'interno e qualche parziale successo in cui trovò la morte, tra gli altri, proprio Rosolino Pilo, fa precipitosamente cantare vittoria al suddetto direttore.
La stessa precisazione dell'ora nel rapporto, cosa rara, è sintomatica in questa precipitazione.
A ben individuare lo stato d'animo dei sammarchesi nei mesi successivi al maggio ci sembrano calzanti alcune espressioni dello stesso dispaccio da riferire però non ai garibaldini invasori ma ai sudditi borbonici illusi con ragguagli mendaci. Proprio così:

'lo scoraggiamento è il doppio effetto del disinganno' e 'lo spirito pubblico disingannato pure esso si sveglia di giorno in giorno'.

In tal modo passarono i successivi mesi di giugno e di luglio, tra menzogneri comunicati ufficiali e dicerie, voci contrastanti che turbavano enormemente l'opinione pubblica.
Fu così che la tardiva concessione degli statuti liberali, da parte di Francesco II, colse di sorpresa i sammarchesi (Nota 4).
Pertanto l'inganno si dimostrò un'arma a doppio taglio, usata prima contro lo stato borbonico, nell'agosto coll'occupazione delle terre, e poi contro il nuovo stato garibaldino-sabaudo, nell'ottobre.
Concessa la costituzione ci fu anche il cambio di guardia a Palazzo badiale (ove ha tuttora sede il comune): venne nominato sindaco il notaio Leonardo Giuliani il quale, già in altre occasioni, aveva dato prova di capacità e abilità nel reggimento della cosa pubblica e che veniva così ripagato, in qualche modo, da contrarietà e amarezze subite (Nota 5).
Spirito liberale moderato ed equilibrato, ma alieno da iniziative spericolate, agì più con scaltrezza che con ardimento. La situazione paradossale in cui venne a trovarsi fu quella di un popolo, che, già ingannato, continuava a voler essere ingannato nel rifiutare di riconoscere ormai la nuova realtà storica e di voler credere a una menzogna, in buona e in mala fede, a un tempo, propalata: i fatti di ottobre, cioè, ne saranno dimostrazione significativa non solo per la storia locale ma per quella tutta del tempo.
Il Giuliani inizia il due agosto la sua attività di sindaco. I compiti che lo attendono sono quelli di sedare i moti premonitori dei contadini e dei braccianti, di tener calmo il popolo per un ordinato e improvviso trapasso di regime e di preparare infine l'opinione pubblica indirizzandola favorevolmente alla novità del plebiscito e del nuovo Stato unitario.
Compito davvero immane in un paese difficile, di schietti e radicati sentimenti borbonici, di spirito tradizionalista, alieno e sospettoso del nuovo.
Egli del resto, riuscì brillantemente nella prima operazione.

“All'ingresso nella carica - annota il Giuliani in una sua memoria (Nota 6), tuttora inedita - trovai la massa dei bracciali buttata sui demani comunali che dissodava, ed anco a mano armata. Le guardie forestali non gli potevano resistere ed i superiori ne fremevano. Per chiamarla all'ordine emanai un bando, affisso nei luoghi pubblici, e che veniva pure letto a cinque agosto, giorno di domenica, ed affisso nelle chiese parrocchiali: e la plebe, speranzata per le promesse ripartizioni dei demani a coltura, si ritirò dal delitto, di che l'Intendente se ne compiacque”.

Il bando, tra l'altro, promette che

“la comunale amministrazione non mancherà venire in aiuto alla classe dei poveri bracciali e provocare dal provvido governo del Re, nostro signore, apposite provvidenze per loro passare nei modi di legge una quota parte delle tante illegittime occupazioni, onde poter utilmente applicare le braccia e trame uno stentato sostentamento...
Obbediente alle leggi, attenderà che il nuovo regime costituzionale si consolidi, perché i poveri bracciali saranno alla meglio contentati. Si desista dunque da ogni atto violento e non si prenda ad esempio quello che in fatto di arbitraria dissodazione avvenne nei tempi passati, perché ancora quelle accresceranno la massa dei terreni divisibili, onde per tutti vi sia latitudine nella quotizzazione” (Nota 7).

Purtroppo Francesco II non poté mantenere la promessa dello “stentato sostentamento” e il nuovo Stato non passò giammai, in San Marco, alla ventilata “quotizzazione”.
Il buon Giuliani per il momento dovette ridimensionare le sue promesse con le disponibilità della cassa comunale. E

Un gruppo di pastori in una immagine tratta dal libro del Beltramelli 'Il Gargano'
Un gruppo di pastori in una immagine tratta dal libro del Beltramelli 'Il Gargano'
“poiché col bando promettevasi applicare le braccia ai pubblici comunali lavori, ed aprire quelli specialmente sulla strada di Stignano, così, consultandosi lo stato finanziario, non si trovavano a disposizione che semplicemente ducati cento”. Così molto più modestamente “in sulle prime, per applicare le braccia, s'intrapresero le opere col disterramento di quel braccio del canalone da me altra volta aperto che, dall'orto badiale, passando pei pozzi, va a congiungersi presso la vigna di De Lillo al torrente del vallone di San Matteo, il quale stava colmo; ed abbattendosi il ponticello che portava ai pozzi, perché non era sufficiente al passaggio delle alluvioni, se ne costruiva un altro di maggior capacità ed altezza per salvare buona parte del paese dalle inondazioni. Col getto del materiale, poi, si poté fare un tratto di strada che dal ponte De Lillo conduce alla chiesa di S. Maria delle Grazie”.

Ma gli eventi incalzano, anzi 'galoppano', direbbe il Giuliani. Mentre il nostro sindaco si affanna a calmare gli animi, a procurare comunque lavoro ai braccianti con opere utili alla città, negli stessi giorni, un suo illustre concittadino si appresta, sull'estremo lembo della baia calabrese, a porgere il primo autorevole saluto del continente a Giuseppe Garibaldi. Il sammarchese Marco Centola (Nota 8) giudice a Mélito di Porto Salvo, all'alba del 19 agosto 1860, s'incontra col Generale a bordo del “Franklin” e, dopo un cordiale colloquio, viene nominato da questi “Presidente” di Melito. È la prima investitura di autorità compiuta da Garibaldi sul continente. Rapida la corsa del dittatore da Reggio a Napoli, e già il solerte sindaco, a nome dei suoi amministrati gli fa giungere il seguente messaggio:

“Al Direttore dell'Interno. Il Municipio di San Marco in Lamis, non vuole essere l'ultimo a salutare l'eroe, il Redentore d'Italia, il Duce e il condottiero della Croce di Savoia, il Dittatore delle Due Sicilie, il cittadino Giuseppe Garibaldi, ed esclamare anch'esso nella piena effervescenza di gioia che brilla in ogni cuore: Salve, Salve! Per tè l'Italia una. Viva la Croce di Savoia - Viva Vittorio Emanuele e Viva Garibaldi. Cessato il duro servaggio, il Municipio aspetta e spera”.
Eguale giubilo, eguale entusiasmo nel Giuliani e nel suo collega predecessore il quale, come abbiamo visto, si felicitava col sottintendente di San Severo perché nel maggio scorso le “reali truppe”, avevano “disfatte ed atterrate le orde di Garibaldi”.

Per suo conto, comunque, il Giuliani meritamente si compiace che

'nei giorni di settembre tutto fu quiete, tutta tranquillità in San Marco, e come nei giorni 21 e 23 si ebbe a celebrare la Fiera di San Matteo, i commercianti non ebbero che ad ammirare l'ordine serbato in ogni classe dalla ospitale popolazione'.