Lu 'mbrennelare

Come eravamo. Foto di un bancarellaro.
Come eravamo. Foto di un bancarellaro.
Un caratteristico artigiano, che avevamo qui a Sammarco, era sicuramente l'ombrellaio, che riparava, rattoppava gli ombrelli rotti e mutilati di qualche bacchetta oppure con il manico amputato a causa del lungo servizio. L'ombrellaio non si vedeva né si sentiva durante tutta la stagione estiva. Al contrario, dall'autunno sino a primavera, era sempre in giro per le strade del paese ad annunciare la sua presenza. Con voce un po' rauca gridava: 'L'umbrellare! Chi vò la setarola, lu 'cappasurge, la rattacasce!'. Come si vede, addosso non portava soltanto ombrelli rotti, ma andava in giro a vendere altri piccoli oggetti, che nelle famiglie di allora erano molto utili, indispensabili. A cominciare dalla setarola (un oggetto per secernere la farina, dividerla dalla crusca quando le donne preparavano l'occorrente per fare il pane).
Era una fascia larga dieci-dodici centimetri con uno spessore di cinque millimetri le cui estremità erano unite a formare un cerchio del diametro di quaranta centimetri circa. Sul cerchio era steso un velo di seta e, sopra di esso, lungo la circonferenza, un altro cerchio molto più stretto e aderente al primo, fissava la tela e la teneva tesa. Così si poteva cerne la farina.
Come eravamo. La 'setarola'.
Come eravamo. La 'setarola'.
Tra quegli oggetti non poteva mancare lu 'ncappasurge (trappola acchiappatopi). Era l'apparecchio più complicato di tutta la merce che portava con sé. Un tassello di legno lungo trenta centimetri per dieci di lato. Ad uno dei due lati c'erano due o tre fori profondi cinque centimetri per tre di diametro. I fori si trovavano in posizione orizzontale. Dalla parte superiore, in comunicazione con i fori, era innescato un piccolo ordigno a molla il quale veniva teso con dei fili e preparato con un pezzetto di formaggio o di lardo all'interno dei buchi, come esca. Non appena il topo, attratto dall'odore, recideva i fili per entrare, la molla d'acciaio, sensibilissima, scattava fulminea e, implacabile, infilava il malcapitato in una specie di ago appuntino.
Inoltre vendeva anche la grattugia, cucchiai e forchette di legno e lu rentroccele (un arnese per fare i maccheroni di casa).
Come eravamo. Museo della civiltà contadina a Torremaggiore.
Come eravamo. Museo della civiltà contadina a Torremaggiore.
Tra tutti quegli oggetti, ce n'era uno che non si vendeva, ma era esso stesso un attrezzo da lavoro che serviva a riparare stoviglie di terra cotta che in passato si usavano molto, come piatti, pignate ecc. Si trattava del trapano. Un trapano tutto particolare, primitivo, atto a resanà li piatte rutte.
Era un aggeggio composto da due aste di legno, un filo di spago e una punta d'acciaio, pezzi che, concertati tra loro, riuscivano a forare la terracotta di un piatto.
La prima asta, della lunghezza di cinquanta centimetri circa e del diametro di due centimetri e mezzo, era rotonda e liscia e alle estremità aveva, da una parte, un forellino per lasciar passare comodamente un filo di spago e, dall'altra, aveva innestata una punta d'acciaio atta a forare. Ma per mettere in azione l'asta con la punta occorreva un'altra asta della stessa dimensione della prima ma di traverso, a mo' di croce, al centro piatta e più larga, con un foro per far passare agevolmente quella verticale. Sotto la metà di quest'ultima c'era montata una palla, o una ruota di pietra, di mattone, purché fosse pesante. Quando tutto era pronto, bastava far girare l'asta verticale e poi, con l'orizzontale, azionare su e giù, su e giù: il trapano, aiutato dal peso, girava veloce ora in un senso e ora nell'altro e la punta, consumando la creta, forava.
Come eravamo. Trapano a mano usato per 'sanare' i piatti di terracotta. Quello illustrato veniva usato dall'orefice sammarchese Paolo Torelli nel suo laboratorio.
Come eravamo. Trapano a mano usato per 'sanare' i piatti di terracotta. Quello illustrato veniva usato dall'orefice sammarchese Paolo Torelli nel suo laboratorio.
L'artigiano si metteva a forare ora su uno ora sull'altro pezzo sempre in corrispondenza tra di loro. Alla fine, con un filo di ferro, "cuciva" le parti e con l'aiuto della tenaglia li stringeva. Ma prima di iniziare a cucire, sulle parti slabbrate dei cocci, passava uno strato di calce bianca ad evitare perdite di sugo o di brodo.
Quando il piatto era stato "risanato", si vedevano tanti segmenti neri quanti erano i 'punti'. A prescindere dalla mancanza di estetica, il problema veniva dopo, al momento di lavarlo: non essendoci l'acqua calda, si lavava con quella fredda e questa, è risaputo, non sgrassa; così sotto quei punti di filo di ferro si raccoglieva il grasso delle minestre che con il passare del tempo si anneriva e si induriva e, molto facilmente, poteva divenire fonte di decomposizione e quindi focolaio di infezioni. Quei punti di filo di ferro non solo trattenevano i rimasugli grassi delle minestre, ma essi stessi erano preda della ruggine e non è difficile immaginare il miscuglio fatiscente che lì sotto si annidava.
Come eravamo. La bottega di un ombrellaio.
Come eravamo. La bottega di un ombrellaio.
L'ombrello si usa quando piove e, proprio quando pioveva o si preparava un temporale, lu 'mbrennelare usciva di casa e si metteva in giro per il paese in cerca di clienti. Quando a sera faceva ritorno, portava sulle spalle e sotto le braccia una caterva di ex ombrelli nereggianti al punto che il povero artigiano doveva mettersi le mani nei capelli e far appello a tutta la sua pazienza, capacità ed esperienza per riuscire a rimettere su quei rottami.
Allora non si buttava via niente: repunne serpente che deventene agnidde (conserva serpenti che diventano anguille), dicevano i nostri antenati.
L'ombrellaio era come il ciabattino: viveva una vita grama in quanto i suoi datori di lavoro altri non erano, nella loro maggioranza, che dei poveracci incapaci di acquistare un ombrello nuovo e si rivolgevano a lui sperando in un miracolo: che quell'ombrello, ormai fuori uso, tutto sgangherato e rotto, potesse diventare ancora sano e resistente ai colpi furiosi della tramontana senza capuvutarelu (capovolgerlo).
E lui, caparbio, ci provava con serietà e impegno, perché, alla fine, da quel rottame potesse uscire un qualcosa che rassomigliasse ad un ombrello capace di proteggere da un acquazzone.
Alla fine di una giornata di duro lavoro, dopo aver riparato teli rotti, bacchette spezzate e manici squilibrati e aver trapanato e risanato cocci di brocche, pignate e piatti andati in pezzi, quando andava per riscuotere il giusto compenso, non sempre ci riusciva. Chi non aveva la possibilità di acquistare un nuovo ombrello o un nuovo piatto come poteva pagare chi gli aveva riparato quello vecchio? Sarà per un'altra volta.

 Oggetti antichi  Oggetti antichi  Oggetti antichi
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