Puoi scaricare nella categoria "Nord-Sud" i "file" ri-formattati "I Mezzogiorni d'Europa", "Marcello Vittorini" e "Stignano", di Romano Starace, nella categoria dedicata a Pasquale Soccio. (Nuova finestra!) Download
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L'emporio pittoresco, N. 233, Anno VI, 14-20 febbraio 1869
La scorsa settimana fu funestata da una triste notizia.
Travagliato da penosa infermità, frutto forse dell'assiduo lavoro, e delle continue agitazioni dell'anima ardente, Carlo Cattaneo ha cessato di vivere. Era nato nel principio del secolo a Milano, e in epoca nefasta alla libertà e al diritto dei popoli, il suo sorgere parve poi una solenne protesta contro il servaggio, che allora s'imponeva più duro all'Italia. D'ingegno pronto e vivissimo, svariato perché dedito ugualmente alle discipline più diverse, il Cattaneo ebbe nei primi anni della gioventù in grande amore la filosofia, e seguace di Romagnosi mise in luce parecchie opere che bastarono a raccomandarlo all'estimazione de' suoi concittadini.
Ai primi lampi della rivoluzione del 1848, il filosofo divenne poeta, soldato, statista. Presto si segnalò in Milano come uno dei patrioti più caldi, più inesorabili nell'idea di scuotere il giogo dello straniero.
Quando il manifestare la propria opinione non era senza grande pericolo, il Cattaneo pubblicò un giornale per reclamare dall'Austria quelle franchigie, quelle riforme che essa non poteva dare senza mettere a più grave rischio il proprio dominio.
Durante la famosa insurrezione fu con Cernuschi ed altri, membro di quel Consiglio di Guerra che si stabilì contro la stessa autorità Comunale, chiarita al bisogno troppo debole o timida. A lui più che ad altri si dovette il nobile rifiuto di ogni idea di armistizio con Radetzki, e alla sua ardita iniziativa Milano dovette in parte la gloria imperitura delle sue cinque giornate. Repubblicano e federalista , respinse fin che poté l'intervento di Carlo Alberto, e a gran fatica si ridusse infine ad accettarlo, quando non vi aveva più via di scampo, né quasi speranza di salvezza.
Cessato il consiglio di guerra, egli fu nominato membro del Comitato di difesa, sperò nella Francia e passò a Parigi, per chiedere (con qual esito è noto) l'appoggio di Cavaignac, contro gli sforzi che l'Austria faceva per riconquistare la Lombardia.
Quando la forza vinse gli ultimi prodigi del patriottismo lombardo, e Milano tornò al giogo antico, Carlo Cattaneo andò in Piemonte.
Nel 1859 Cattaneo non prese parte ai fatti che iniziarono l'Indipendenza d'Italia.
Tale sua astensione è forse da attribuirsi all'esclusivismo del Cavour negli affari ed allo spirito repubblicano del Cattaneo. Nel 1868 egli benché avversato acerbamente dal partito monarchico, fu eletto a rappresentare la città nativa al parlamento. Egli si recò tosto a Firenze, ma disgustato dell'indirizzo che prendevano le cose, e per togliersi di mezzo agli intrighi, non intervenne mai alle sedute parlamentari.
Egli predisse le sciagure che si lamentarono per la tassa sul macinato in questi ultimi tempi.
Tutti i partiti dovettero tacere e tributare all'eletto suo ingegno quelle lodi che egli seppe sempre meritarsi.
A Milano si è aperta dai giornali una sottoscrizione per elevare un monumento a Carlo Cattaneo, che figurerà nel cimitero monumentale ove la Giunta Municipale con felice iniziativa ha disposto un posto onorevole per le ceneri dell'illustre statista.

L'emporio pittoresco, N. 603, Anno XIII, 19-25 marzo 1876
Commemorazioni
Le Cinque Giornate.
Il passato obbliga il presente e domina l'avvenire delle stirpi latine, perché due sono le vie per le quali le nazioni si eccitano alle grandi cose: o il non aver passato, come l'America, dal che i fondatori della repubblica americana trassero la forza di compiere le magnanime imprese; o avere una gloriosa storia, come noi, che attingiamo dal passato la coscienza della nostra ingenita potenza e la necessità di non lasciare che indarno siansi dai nostri padri sofferti tanti dolori, versato tanto sangue a pro della patria.
E quando l'anno nel suo corso invariabile ci mena alla ricorrenza di quei giorni illustrati da patriottici esempi, come ora, che si solennizzano le Cinque Giornate di lotta popolare, ci par di sentire più vivo quell'eccitamento: par che voci arcane si diffondano nell'aria e si confondano in un fremito universale.
È l'eco del cannone e delle fucilate che come grandine piovevano giù dalle candide e marmoree guglie del Duomo, è l'eco delle grida e dei gemiti dei morenti, degli evviva del popolo vincitore.
Vi era del sopranaturale nell'ardire dei combattenti delle Cinque Giornate, in quell' ebbrezza che tutti avea conquiso e della quale umana favella è impotente a tracciare il carattere: e appunto perché sopranaturale, è sopravvissuto al tempo la influenza di quelle Cinque Giornate, nella guisa istessa che nelle tradizioni degli uomini antichi visse il ricordo delle battaglie dei giganti contro gli Dei, battaglie che misero nel loro cuore l'idea della ribellione alla forza, della conquista del diritto della eguaglianza, quell'ardente desiderio della indipendenza e della libertà, che è sentimento indistruttibile, poiché sebbene tante volte represso nel sangue e per tanti secoli, mostrasi ora più vigoroso che mai non sia stato, e più vicino alla vittoria.
Se un pittore dovesse dipingere l'apoteosi popolare, dovrebbe ricorrere alle Cinque Giornate, in cui l'eroismo del popolo non fu minore della sua magnanimità.
Ognuno conosce i miracoli compiuti in quelle memorande giornate: ogni padre li ripete ai figli colla compiacenza di chi può dire: “Io v'era!”
Dopo la vittoria, per cinque dì disputata via per via, palmo per palmo, il primo momento del trionfo fu dedicato alla gioia ed alla fratellanza. Il nobile s'accostava al popolano e non temeva di stringergli la mano: molti, che non si erano mai veduti, si baciavano come fratelli: tutte le classi, confuse in uno stesso sentimento d'entusiasmo, sembravano aver deposta ogni idea di rivalità, di differenza... Tutto ciò durò poche ore: al sentimento della fratellanza, subentrò tosto di bel nuovo l'idea di superiori e d'inferiori.
Ma non contristiamo la festa d'oggi: teniam fissa la mente appena alla lotta ed alla vittoria, per trarne efficace esempio.
Anche noi stiamo ora combattendo.
Una grande lotta è impegnata e durerà all'inganno, la libertà alle apparenze di essa; ma per ciò fare non è più necessario di ricorrere alla forza materiale forse ancora del tempo: si tratta di sostituire la morale all'egoismo, la verità e si compirà la rivoluzione pacifica, col progredire passo a passo mercè l'aiuto della istruzione.
Le sorgenti che fecondano il mondo morale seguono le medesime leggi di quelle che inaffiano il mondo materiale: tendono sempre a porsi al medesimo livello. Se voi opponete argini o dighe, le rompono impetuosamente: la violenza provoca sempre una eguale violenza: lasciate scorrere liberamente quelle acque: istruite e migliorate!
L'istruzione è potenza: quando la sapienza era nascosta nei monasteri, trionfava la Chiesa: poi l'istruzione passò ai nobili e surse la onnipotenza dei re: è venuta ora la volta del popolo.
L'esempio delle Cinque Giornate deve insegnarci non più a combattere gli stranieri, che per sempre hanno sgombrato dal nostro bel paese, ma a perseverare nel desiderio della libertà con quella fede e quell'ardore che conduce alla vittoria.
E i giovani anziché all'amor dell'oro, alle egoistiche bisogna del presente, essi, davanti cui il futuro si spiega bello di tutte le seduzioni dell'ideale, dovrebbero aver una più nobile ambizione che di impadronirsi di azioni bancarie e di studiare i listini della borsa, per guadagnar presto le migliaia e sparnazzarle in piaceri che invecchiano ed avviliscono; per essere degni del passato ove trovano tanta fermezza dl principii e costanza di lotta, aprano la mente e il cuore agli alti desideri di un bene comune: sentano la nobiltà di quei combattenti del progresso che stan sempre sulla breccia senza tener conto dell'esito; e questa costanza, tra le vittorie e le sconfitte momentanee, assicura il finale trionfo della libertà. La fretta è il sintomo dell'impotenza: e noi, che non abbiamo eserciti, siamo sempre i più forti perché combattiamo nelle file del popolo e per il suo progresso: gli eserciti dei re si vincono, gli eserciti muoiono - ma un popolo non si vince, né muore mai.
Carlo Romussi.