Illustrazione di Alfredo Petrucci in Gargano segreto: 'E la voce di Pan dentro ti scorre'.
Illustrazione di Alfredo Petrucci in Gargano segreto: 'E la voce di Pan dentro ti scorre'.
Per meglio apprezzare e gustare le meraviglie della foresta, sarà bene salirvi dalla parte più arida del Gargano, dalla zona dei Santuari. Di là l'acqua e il sole, sempre imminenti, hanno più flagellato la terra, rendendo più vasto il dominio della roccia. I magri cespugli e la bassa macchia non sono bastevoli alla voracità della capra, che ha fatto il resto. Non ho mai visto tante capre, quante in questi luoghi; fame caprina e desolazione, come causa ed effetto reciproci, formano un circolo vizioso: più fame più rocce deserte, più deserto roccioso più fame. La capra non ha pietà. È una fame metafisica, come di un disperso popolo semitico. Pur la capra anarchica, che mira impertinente gli abissi dalle alte rupi, e sfida il fulmine, il sole e l'acqua, è un emblema della fierezza selvaggia di questo popolo montanaro.
E così, dopo tanta aridità, improvviso e inaspettato il miracolo della foresta, come di un sogno espresso da questa montagna tanto più scontrosa, quanto più segreta e fantasiosa.
Sospesa tra mare e cielo ci appare l'aerea foresta e il suo alito fa verde il cielo e l'Adriatico selvaggio.
A tratti un vento profondo, come un vasto respiro della foresta, fa stormir la fronda e dà l'illusione di un immobile viaggio, quando in treno si percorre il sempre eguale paesaggio della piana. Ne è conferma quella transenna di alberi nell'ultima curva verso il mare che sta lì come un appoggio e una protezione lungo la corsa. La certezza di aver varcato la soglia di un altro mondo, di essere entrati in un altro elemento, facile lievita l'esaltazione. Così evasi, il colloquio con gli alberi oscilla tra la fantasia e la realtà. Ogni stato d'animo si fa trasparente, ogni albero acquista la sua personalità.
Vario è questo popolo vegetale e armonioso il discorso dei gattici argentei, delle querce robuste, degli agili ornelli, degli àceri luminosi, dei faggi predominanti, dei frassini e di qualche platano monumentale. Il coro del sottobosco è ancora più ardente, più animato. Dove un tempo il lupo trovava sicura tana con la volpe, ora si aggirano affrancati i numerosi caprioli, i quali verso sera fanno un bellissimo vedere dandosi convegno a una fonte in mezzo al bosco.
Ma il senso della verticalità delle piante di alto fusto riduce la nostra statura a quella dei nani, suggerendoci l'impressione di camminare con le dande. Nani e infanti dunque sentendoci, entriamo naturalmente nel regno della favola, come se invisibile qualcuno ci avesse condotti per mano. Anche il sole, cui è negata la penetrazione verticale, si fa strada obliquamente a vespero; e, infilandosi sotto il tetto vegetale, genera gallerie di liquido oro verde che le nostre mani, coi gesti, sembrano tessere e i volti emanare. E sempre l'azzurro del cielo e del mare che scorgiamo, più che dall'alto, di lato, fra i tronchi, come dagli oblò di un aereo, alimenta l'illusione di un volo impossibile.
Illustrazione di Alfredo Petrucci in Gargano segreto: La capra sbrancata, presso i ruderi di Castelpagano.
Illustrazione di Alfredo Petrucci in Gargano segreto: La capra sbrancata, presso i ruderi di Castelpagano.
Io non so dove il Gargano abbia il suo cuore, dove il segreto della sua e della mia vita, considerandomi raminga particella, irrequieta zolla da lui distaccatasi e vagabonda, impegnata nel vento della vita. E se error vario mi svia, qui ogni volta mi ritrovo, riconosco il volto della mia patria antica. Io non so dunque se il suo segreto sia in questa foresta, sulle cime del Calvo e del Celano, lungo le curve riviere, negli avelli preistorici fra Peschici e Vico, nelle desolate doline, ora assopite, ora vibranti e musicali come orecchi dionisiaci, oppure è sprofondato nella 'grava' di Zazzano. Se un sasso lasci cadere in questa dolina senza fondo, esso rimbalza tinnulo per lunghi minuti; ed è dubbio se in fondo lo raccolga un'acqua sepolta, tanto la sensazione è vaga e fuggitiva. Ma è certo che la petulanza di quel sasso desta le viscere più arcane della montagna: viscere dilaniate o gola che respira con imi polmoni cavernosi. E c'è ancora da scoprire se un Timavo più misterioso congiunge il centro del monte al mare. Lo saprà la foresta che vive del segreto di quelle acque e quasi corre leggera, vola e ti rapisce l'anima. Se comunque vuoi subirne l'incanto, non fermarti al rifugio dei più, dove l'antistante piattaforma di cemento serve alla volgarità turistica, che freme nel ballo e invilisce il luogo a «tabarin». Quanto più blatera quel protervo avanzo di mondanità, tanto più il rifugio lo cercheremo altrove. Se mai, altre danze vorremmo vedere. Nemmeno quelle di letteraria e mitologica memoria: qualcosa invece di antico e di sempre: elementi naturali, animali e genii del posto. Una danza, insomma, di foglie, di fiori, alberi al vento, lepri, uccelli, farfalle e caprioli: una danza di movimenti, ridotta a due dimensioni come sullo schermo, muta e visibile come note sul rigo musicale.
San Marco in Lamis. Bosco Difesa san Matteo.
San Marco in Lamis. Bosco Difesa san Matteo.
L'ingresso nel magico è favorito da certe verdi radure, cesure luminose nel lungo canto delle foglie. Adagiarsi su un tappeto di falasco o di muschio è prendere un contatto più fiducioso. Allora anche le piante più umili ti guardano e ammirano il tuo solitario passaggio. Sono erbe che godono di un'eterna fioritura e col destino di un'impossibile maturazione. Il loro odore inconfondibile è quello stesso di tutto il Gargano: muschio, serpillo, nèpeta e mentastro che il fresco umore del bosco rende più vivace. I più vasti sciamiti di ciclamini li ho visti qui; e nell'alterna vicenda stagionale, i più sereni campi di miosotidi. E fiori e fronde ed erbe e ombre e antri soavi aiutano la fluidità di una perfetta distensione. Il poeta della vita solitaria si sentiva le membra disciolte nell'immota sospensione del tutto e così si confondeva coi silenzi del loco; ma qui, non taciturne le piante, anche se la quiete è altissima. Un fremito perenne agita tutte le cose e il bosco vibra sublime. Le membra non disciolte, ma parte degli elementi; più uomo, più cose in una perfetta sanità di anima e di corpo. Si spera che tanta trasparenza del tutto si incrini e ti sveli una buona volta il mistero della vita. È come un affiorare, un venire a galla dalla turbolenza di tante annose angosce. Il canto del rigogolo, della ciucia, della gazza lo sa e ne ride.
E uccelli e uccelli, e foglie e foglie: d'autunno il loro stacco dai rami li confonde nel volo; e più non sai e più non duole ciò che ancor muore, ciò che ancor vive.
Anche qui gli uccelli sono innamorati di alcuni alberi, più che di altri, e all'alba e al vespero, folli le piante predilette da sé stornellano. Ma ancor più è da correre la vera avventura di una pioggia: tutta la foresta è un organo, un immenso organo, con milioni di canne. Temiamo D'Annunzio; o veramente egli ha scoperto un momento costante, perenne, che è a un tempo comune allo spirito umano e a queste piante, 'stromenti diversi sotto innumerevoli dita', vivificate dalla pioggia?
Ed è verità di ogni sera lunare la danza delle lepri e dei caprioli al verso dei grilli che perpetuo trema.
Nei momenti salienti della vita mi son fatto di questo bosco un fresco e dolce sudario di tutti i disinganni, di tutto quello che moriva in me ineluttabilmente, di quel tanto che son già morto; e così, anche, per prendere vigore, nuova vita da una fonte inesausta.
Ognuno sa in quali cose riconoscersi e ognuno ha il suo talismano per un magico sollievo quotidiano. Salutare certezza della mia terra! Sì, tutti portiamo una terra nel cuore, una foresta, non foss'altro per alimentare un conforto o un'illusione.
A conclusione di queste pagine non so resistere alla tentazione di ricordare, per l'analogia dello stato d'animo, quel personaggio di una novella di Alvaro:

'Io ho traversato il mare e ho vedute tante cose; eppure mi ricordo precisamente soltanto l'orto che facevamo da ragazzi, presso il ruscello, e l'ombra che una piantina di cece appena nata faceva quando vi batteva il sole. Mai cipresso ha fatta tanta ombra come quella, nel mio ricordo'.

Mai cipresso, mai foresta, mai montagna ha fatto tanta feconda ombra materna nella mia vita.