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L'Astrolabio n. 24-1979
Paolo Sylos Labini
Un riformismo rivoluzionario nella “pienezza del tempo”
Dalle tesi di Amendola alla “eutanasia della classe operaia”; l'abolizione della barriera tra lavoro intellettuale e lavoro manuale come premessa per la trasformazione socialista.
[Intervista] a cura di Giorgio Ricordy
Il dibattito in corso nella sinistra si va concentrando sulla politica sindacale e sul sindacato: una delle critiche più diffuse che sono state mosse all'ntervento di Amendola - che aveva messo il sindacato al centro della discussione - è tuttavia contemporaneamente un problema aperto, un interrogativo privo di risposte nette: a quale scopo, per il raggiungimento di quali obiettivi bisogna esortare i lavoratori a sostenere sacrifici? Lei cosa risponderebbe ad una simile domanda?

R. - Molto sommessamente, io sono in gran parte d'accordo con Amendola. Quanto all'incertezza delle finalità sulle quali occorre muoversi, direi che nella sinistra siamo colpevoli un pò tutti. Nel Partito comunista c'è stato un periodo di forte ambiguità, e anche coloro che - come me - non hanno mai detto di essere rivoluzionari ma semplicemente riformisti, avrebbero potuto incalzare e criticare molto più duramente questa ambiguità. Per un periodo non breve, dalla fine della guerra in poi, il PCI ha giocato su due piani: quello rivoluzionario e quello riformista. Si vergognava di definirsi riformista, lasciava intendere di essere rivoluzionario, ma senza spiegare il “come”, il “quando” e il “perché.
Parliamo pure di questa “ambiguità”, ma teniamo presente che quello che lei ha definito il “piano rivoluzionario” ha caratterizzato il PCI per tutto il periodo della sua crescita: e si è trattato di una crescita non solo numerica, ma anche di prestigio culturale, di influenza nelle scelte, almeno, di tutta la sinistra...
R. - Perciò parlo di “ambiguità”. Vari esponenti comunisti parlavano, o lasciavano che si parlasse di rivoluzione, pur rendendosi conto che in Italia non c'erano le condizioni reali per una rivoluzione. In realtà l'obiettivo rivoluzionario è servito come cemento per alcune classi (come quella intellettuale durante il fascismo), nella convinzione che fosse sufficiente far riferimento alla dicotomia classica del marxismo fra proletariato e borghesia. Sono eccezioni come Ignazio Silone o come i fratelli Rosselli, che già in periodo fascista videro l'importanza, nel bene e nel male (in quel periodo soprattutto nel male!), dei ceti medi. Non aver messo questi ceti nel dovuto risalto ha permesso di mantenere l'illusione rivoluzionaria, e quest'illusione è servita a rafforzare il nucleo comunista che è cresciuto, quindi, proprio grazie a questa persistente “ambiguità” dalla quale, però, era necessario prima o poi uscire. Aver vissuto con questa doppia verità per tanti anni, tuttavia, ha alimentato, specialmente nei giovani, molte aspettative. E i giovani poi rimasero delusi e si sentirono traditi dal Partito comunista.
Tuttavia anche lei riconosce che sulla base di questa prospettivarivoluzionaria” - ancorché non fondata su condizioni reali che la rendessero praticabile - si è verificata intorno di Partito comunista l'adesione di strati sempre crescenti di popolazione. È giusta questa osservazione?
R. - In un certo senso è giusta. Si tratta di verificare se quegli strati si sarebbero avvicinati al Partito comunista in misura minore o maggiore se questo avesse chiaramente proposto cambiamenti della società anche profondi, ma sul piano delle riforme e non su quello della rivoluzione.
Per intenderci su questi termini che stiamo usando, le chiedo: è corretto dire cherivoluzione” è, nel nostro caso, abbattimento del capitalismo, eriforme” significa “miglioramento del capitalismo”?
R. - Questa è un'altra ambiguità che va rimossa. Il “miglioramento del capitalismo” è proprio di un riformismo conservatore, secondo il quale questo sistema è il migliore possibile, ma occorre correggerne alcuni aspetti. Invece le cose non stanno così. Questo sistema - che pure ha portato con sé risultati di straordinaria importanza nel passato, e basta rileggersi Marx per convincersene - amputa molte possibilità dell'uomo, perciò va cambiato, non semplicemente “migliorato” e siccome credo che i cambiamenti debbano essere totali, si porrebbe parlare di un riformismo “rivoluzionario”. Tuttavia questi cambiamenti devono essere attuati - per usare un'espressione di Schumpeter - “nella pienezza del tempo”, senza aggiungere sofferenze a sofferenze, bensì minimizzando, per quanto possibile, le sofferenze.
L'obiettivo, quindi, resta per lei l'eliminazione, seppure graduale, del sistema capitalistico”
R. - Non c'è dubbio. Ma già il capitalismo attuale è molto diverso dal capitalismo di un secolo fa. Basta pensare al capitalismo agrario, del quale oggi è rimasto ben poco, se non altro come conseguenza dell'abbandono delle campagne. Già questo rappresenta un enorme cambiamento, la cui importanza non viene diminuita dal fatto che la DC, per sostituire il serbatoio di voti su cui poteva contare fra le masse di coltivatori, abbia fatto sempre più ricorso a quelle pratiche clientelari capaci di agganciare i ceti urbani emergenti. Ma i cambiamenti non si fermano a questo, pensiamo alle imprese pubbliche, alle partecipazioni statali; è vero, si tratta ancora di forme di capitalismo, ma è capitalismo di stato, cioè qualcosa di molto diverso ...
Il modo di produzione però è lo stesso...
R. - Intendiamoci, che significa “il modo di produzione è lo stesso”? C'è stata, un tempo, una visione romantica del socialismo secondo cui bisognava abolire la moneta, in Russia hanno anche provato a farlo. Viceversa il problema non è la moneta, ma il suo contenuto. Così per le imprese: sarebbe un grosso errore ipotizzare un sistema di imprese in cui scompaia qualsiasi tipo di sovrappiù; un sovrappiù deve esserci, e se se ne appropria lo Stato - cioè la collettività - vuol dire che ci troviamo in una situazione diversa da quella in cui ad appropiarsene sono i singoli capitalisti. Oggi ci troviamo in una situazione in cui lo Stato è gestito da un partito in misura non piccola corrotto, ma domani questa corruzione potrà essere eliminata e allora si sarà fatto un altro passo avanti, ci sarà stato un altro cambiamento. Ma i cambiamenti avvengono gradualmente, progressivamente, poco per volta.
Non è facile dire quando da un sistema si passa ad un altro, nello stesso modo in cui non è facile dire in quale momento un ragazzo diventa giovane, un giovane adulto, un adulto vecchio... Un momento preciso in cui collocare il passaggio non esiste.
Il paragone è suggestivo, però il ragazzo che diventa adolescente, poi adulto, poi vecchio, resta pur sempre se stesso. Non so se questo mantenimento di identità è possibile in una società impegnata nel trapasso di potere da una classe ad un'altra.
R. - Perché no? I presupposti perché nel giro di venti, trent'anni ci si trovi a vivere in una società molto diversa da quella attuale, già esistono e le trasformazioni già sono in atto. Già adesso la figura dell'operaio è molto diversa da quella tradizionale: supponga, per ipotesi, che gli operai si trasformino veramente tutti in tecnici. Il loro lavoro conserverà, certo, margini di fatica superiori a quello impiegatizio, e perciò, contrariamente a quanto ancor avviene, sarà meglio retribuito. Supponga poi che questo operaio-tecnico possa facilmente diventare impiegato, in un certo momento della sua carriera, e che un impiegato sia disposto a diventare operaio-tecnico (per esempio se vuole guadagnare di più); supponga infine che rappresentanze di operai-tecnici entrino nei consigli di amministrazione delle aziende superando le ragioni di diffidenza - certo legittime ieri, forse legittime oggi, ma non fondate su questioni di principio - che essi stessi nutrono verso simile ipotesi. In una situazione siffatta si può ancora parlare di capitalismo?
Lei propone un quadro nel quale si abbatte la barriera che separa il lavoro manuale da quello intellettuale, ma nel quale la proprietà dei mezzi di produzione resta invariata...
R. Ma oggi è questo quello che conta di più. È il controllo e non la proprietà dei mezzi di produzione che riveste il maggior rilievo (Marx lo aveva già intravisto). Il controllo oggi, con la diffusione delle società per azioni, in gran parte non è più nelle mani della proprietà, ma di regola in quelle dei manager. Ed è proprio l'esistenza di questa barriera fra lavoro intellettuale e lavoro manuale che contribuisce a mantenere la contrapposizione fra i manager, spesso alleati con gli impiegati,e gli operai. Ma una volta assicurata una mobilità orizzontale per la quale non esiste più un'apprezzabile differenza fra operaio, tecnico e impiegato, quella barriera tende a scomparire. A quel punto possiamo tranquillamente ipotizzare consigli di amministrazione indistinguibili dai consigli di fabbrica; in questo modo anche la proprietà può essere indifferentemente delle stesse persone che controllano l'impresa o di altre persone: il risultato sostanzialmente è lo stesso. In un quadro del genere si può parlare ancora di capitalismo? Se per capitalismo intendiamo il regime in cui alcuni privati, attraverso la proprietà dei mezzi di produzione, controllano direttamente i loro dipendenti e indirettamente l'intera società, allora non si può più parlare di capitalismo. Si può parlare di socialismo? A rigore, direi di sì: non c'è divisione tra lavoro intellettuale e lavoro manuale e per quanto riguarda il problema di fondo della proprietà dei mezzi di produzione, questa non ha più veramente potere decisionale.
Ad una simile situazione di fatto si può arrivare senza cambiamenti traumatici, sviluppando trasformazioni già in atto; non si tratta di un'utopia astratta, ma di qualcosa di molto verosimile e per di più tutt'altro che privo di tensioni, di contraddizioni, di ogni sorta di pene e di sofferenze.
Lei ha parlato ditrasformazioni in atto” in questa direzione: possiamo fare qualche esempio concreto?
R. - Uno dì questi cambiamenti è proprio quello su cui Amendola concentra alcune delle sue critiche: la crescita dei salari reali che permane anche nell'attuale periodo di crisi. Io guarderei a questo fenomeno in una prospettiva più lunga come avvicinamento fra le retribuzioni degli operai e quelle degli impiegati. Questa marcia è in corso e rappresenta senza dubbio un progresso; ma se viene troppo accelerata può diventare incompatibile con il processo di accumulazione, e allora tutto il sistema si blocca con un'ulteriore divaricazione fra gli stessi salari dell'economia emersa e di quella sommersa. E con il blocco del processo di accumulazione non abbiamo la rivoluzione, abbiamo la palude.
Perciò insisto sull'idea che è necessario procedere nella “pienezza del tempo” verso i due obiettivi principali che sono l'abbattimento della divisione fra lavoro intellettuale e lavoro manuale, e l'altro, definito da un termine molto abusato che è “partecipazione”. Ma non partecipazione della tuta blu messa in un angolo del consiglio di amministrazione per tacitare le sue richieste; parlo di una partecipazione reale, resa possibile proprio dall'eliminazione della divisione fra lavoro intellettuale e lavoro manuale, e capace, a sua volta, non di dare il potere agli operai, ma di far scomparire gli operai in quanto tali. Come Keynes parlava di “eutanasia del rentier” io mi auguro l' “eutanasia dell'operaio”, la progressiva eliminazione della condizione operaia.
Questo processo di trasformazione, tuttavia, sembra adesso arrivato ad una posizione di stallo. Le critiche mosse da Amendola - con le quali lei si è detto in gran parte d'accordo - individuano alcune responsabilità. Ma lei non crede, comunque, che proprio la crisi attuale riveli che il rapporto di forze presenti nella società sia ancora quello caratteristico del regime capitalista?
R. - Ma proprio per questo concordo con le cose che Amendola dice quando rileva l'errore di dare troppo spazio, nelle rivendicazioni sindacali, a richieste di tipo monetario. Troppo poco i sindacalisti accolgono la domanda politica che cresce dalla base, troppo poco si mobilitano su obiettivi più strettamente politici. È proprio l'abuso di slogan l'interpretazione troppo timida di queste esigenze che apre spazi a sbocchi incontrollabili come certe simpatie per l'autonomia o peggio...
In altre parole, lei pensa che ci sia un persistere di quella “ambiguità” di cui parlava all'inizio, e che in questo consista la crisi che la sinistra sta attraversando?
R. - In un certo senso sì. Perché bisognerebbe dire in maniera molto netta e senza complessi di inferiorità, che non si tratta di dibattere il capitalismo nel breve periodo, perché ne verrebbe un crollo che sarebbe rovinoso per tutti. Ci dobbiamo muovere per trarsformarlo in profondità, ma “in the fullness of time”. Le rivoluzioni qualche volta diventano inevitabili, ma non sempre producono quei cambiamemi che si volevano. In fin dei conti la trasformazione è stata più profonda in Inghilterra dove c'è stato Cromwell ma una vera e propria rivoluzione borghese non c'è stata, che non in Francia, dove la rivoluzione c'è stata ma la vecchia provincia è rimasta più stabile e tradizionale che altrove. Del resto i ritardi che adesso dobbiamo registrare sono in gran parte dovuti a quell'ambiguità “rivoluzionaria”. Fino a qualche anno fa ci voleva coraggio a dire “io sono riformista”; e se qualcuno ti definiva così, era quasi un insulto o una provocazione. Si è visto negli anni del centro sinistra: i comunisti dicevano che era inutile parlare di programmazione, dato che anche un bambino sapeva che con il capitalismo una vera programmazione non si sarebbe mai potuta fare. L'aiuto del comunista in quegli anni, è stato pressoché nullo; il loro contributo critico non era “ad meliorandum”. Questo atteggiamento ha finito col giocare un ruolo di conservazione, e già allora si vedeva che le rivendicazioni salariali - come adesso Amendola giustamente denuncia - avrebbero portato da un lato a perdite e a un indebolimento dello sviluppo, dall'altro a inflazione. Il risultato è stato la caduta del profitto, e siccome ci muoviamo ancora dentro un sistema capitalistico, senza il profitto il sistema si ferma e i guai, in fondo, si riassumono proprio in questo. È il movimento operaio che adesso deve farsi carico di ripristinare la profittabilità della impresa Questa è la proposta che io stesso ho fatto più volte, anche in assemblee sindacali, dapprima suscitando scandalo, poi un pò meno: il profitto deve diventare octroyé, come la costituzione nelle monarchie assolute, elargito dalla classe operaia al sistema delle imprese. È proprio per uscire dalla posizione subordinata in cui - è vero - la classe operaia ancora si trova, che essa deve usare in questa linea la propria forza, che è enorme, più grande di quanto gli stessi interessati forse non comprendano. A questo punto la mia posizione potrebbe sembrare di destra, ma non lo è, perché io non dico che bisogna congelare la forza del sindacato, dico che bisogna usarla con un indirizzo più politico che monetario, E tanto poco conservatrice è la mia diagnosi, che gli industriali hanno sempre preferito cedere alle richieste monetarie e salariali che a quelle destinate a dare agli operai maggior potere.
In questa dinamica che lei ha illustrato direi che ci troviamo di fronte ad una contraddizione o almeno a un problema. La sinistra ha raggiunto una posizione di forza tale che potrebbe, senza traumi, tradursi in quella sovranità che consentirebbe di “octroyer la charte o, in questo caso, la profittabilità delle imprese. Viceversa l'esercizio politico di questa sovranità seguita ad essere impedito, e tale impedimento determina ad un tempo il permanere in quella “palude” cui lei accennava, l'erosione progressiva delle forze conquistate e il progressivo intensificarsi di quelle spinte estremiste difficilmente controllabili dalle organizzazioni sindacali e politiche. In questa situazione lei sottolmea tuttavia la necessità dinon accelerare” perché altrimenti si corre il rischio diingolfare il motore”. Allora?
R. - Ripeto che è proprio questa la ambiguità da cui si deve uscire. Se il sindacato, la classe operaia, la sinistra (è questa la giusta successione dei termini), si fanno carico della responsabilità di “salvare il paese” non per amor di patria, ma prima di tutto per interesse di classe, diventando capaci di “octroyer” la profittabilità, allora contemporaneamente procedono verso la loro sovranità e recuperano quei margini di sopravvivenza che la congiuntura internazionale e fattori più propriamente nazionali hanno messo in pericolo. Il grande rischio sta in quella che io ho provocatoriamente definito - e che ribadisco ancora - “politica del maggiordomo”; la politica, cioè, di chi si preoccupa di migliorare la propria situazione infischiandone della casa perché la casa non è sua. Questa “politica del maggiordomo” determina il permanere della subordinazione da cui invece si potrebbe uscire convincendosi che l'andamento della casa riguarda anche noi. Economia significa “governo della casa”, e chi se ne assume la responsabilità diventa un pò per volta il padron di casa. Questo problema della caduta del profitto - di cui già Marx si occupava - non sembra preoccupare abbastanza la sinistra italiana. In paesi come il nostro (o come l'Inghilterra) dove c'è una forte pressione della concorrenza estera, i maggiori costi non riescono a trasferirsi interamente sui prezzi, così si verifica questo paradosso per cui l'inflazione cresce ma non aiuta affatto le imprese.
I sindacati potrebbero essere ad un punto “di non ritorno”, in cui i meccanismi innescati non sono più riconducibilì a quelle esigenze di “pienezza del tempo”?
R. - Ovviamente io spero proprio di no. Ma non c'è dubbio che ci troviamo di fronte ad una crisi gravissima, e il grido d'allarme di Amendola è più che fondato. Tutte le conquiste raggiunte finora sono messe in discussione. Se riusciamo a rimetterci su una via di sviluppo economico e civile si potrà procedere verso quegli obbiettivi che ho descritto, non credo utopisticamente. Se non ci riusciamo, allora perdiamo tutto.
Quando coesistono crisi della sinistra e crisi del capitalismo, si apre la via al fascismo?
R. - Noi abbiamo già avuto Mussolini, che con il suo formidabile, straordinario fallimento economico, politico, morale, militare, ci ha in un certo senso vaccinati. Dobbiamo essergli grati per questo: se non avesse fornito quell'esempio di catastrofe, sicuramente i tentativi che in questi ultimi anni abbiamo avuto per ripristinare una qualche forma di fascismo, sarebbero stati molto più temibili. Ma non dobbiamo fidarci troppo: anche i vaccini hanno una loro scadenza, e noi abbiamo già passato tre decenni e mezzo...