Estratto da Rapporto Svimez 2017 sull'economia del Mezzogiorno, Camera dei Deputati, Roma 2017
1.6. Integrazione e interdipendenza tra Sud e Nord

Mezzogiorno: il 'miracolo' in Sicilia.
Mezzogiorno: il 'miracolo' in Sicilia.
L'andamento molto differenziato delle economie regionali, nell'ultimo biennio di ripresa, ci spinge a qualche considerazione più articolata sull'interdipendenza tra le macroaree. La debolezza della ripresa non riguarda solo il Mezzogiorno, che certo ha pagato maggiormente la crisi ma che nel biennio di ripresa ha mostrato complessivamente una certa reattività alle politiche. Le recenti vicende politiche, con la celebrazione di due referendum consultivi per avere maggiore autonomia, che si sono focalizzati sul tema dell'autonomia fiscale, sembrano rimuovere questo dato: le politiche per il Mezzogiorno non sono uno spreco, ma fanno bene all'intero Paese.
La discussione pubblica si è riaperta intorno al tema, già abusato, del c.d. “residuo fiscale”, e cioè la differenza tra quanto i residenti di un’area contribuiscono al finanziamento dell’azione pubblica statale, regionale o locale (in primo luogo attraverso il pagamento delle imposte) e i benefici che gli stessi ricevono da tale azione (soprattutto sotto forma di servizi pubblici): assumendo come territorio di residenza la Regione, esso diventa una misura dei trasferimenti interregionali.
Recenti stime dei residui fiscali regionali elaborate per gli anni 2000-2014 a partire dai dati del Sistema dei Conti Pubblici Territoriali (CPT) evidenziano i valori permanentemente negativi per il Sud e le Isole, segnalando per la macroarea meridionale una strutturale condizione di beneficiaria netta della redistribuzione interregionale, stimabile intorno ai 50 miliardi nel 2012-2014. Queste stesse stime, peraltro, confermano il trend complessivamente decrescente della redistribuzione operata dalla finanza pubblica a favore del Mezzogiorno: confrontando i dati per i trienni estremi del periodo, vale a dire 2000-2002 e 2012-2014, i flussi redistributivi verso le regioni meridionali risultano in calo in termini reali di più del 10%, sia in valori assoluti (si passa da oltre 55,5 a circa 50 miliardi di euro) che pro capite (da 5.673 a 5.072 euro), laddove, in rapporto al PIL, la riduzione è meno grave, per effetto della maggiore contrazione dell’attività economica al Sud.
Mezzogiorno - Un attaversamento ferroviario.
Mezzogiorno - Un attaversamento ferroviario.
Sono dati su cui si è riaperta la polemica sulla "dipendenza" del Mezzogiorno.
Nulla di nuovo. Poiché il prelievo fiscale è correlato al reddito e quindi al livello di sviluppo di un’area, esso è strutturalmente più elevato nelle regioni centro-settentrionali.
D’altra parte, la spesa pubblica tende ad una più uniforme distribuzione sul territorio nazionale, ancorché non eguale, a dispetto dei molti luoghi comuni, tanto che non sempre nelle regioni meridionali è assicurato il rispetto del dettato costituzionale, che all’art.117 del Titolo V stabilisce per tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro residenza, un uguale livello di servizi pubblici essenziali.
I dati di finanza pubblica parlano chiaro. Il complesso delle risorse finanziarie a disposizione della P.A. è nettamente inferiore nel Mezzogiorno: il divario nelle entrate con il Centro-Nord è superiore al 45%, per quel che riguarda le entrate delle Amministrazioni centrali, tra le quali prevalente è l’apporto dell’Irpef (l’imposta sui redditi), mentre scende al 35% nel caso delle Amministrazioni regionali e al 28% nel caso delle Amministrazioni locali, anche per effetto del relativo maggior carico fiscale imposto alle popolazioni che risiedono nelle aree deboli del Paese, un fenomeno che è prodotto dalle maggiorazioni di aliquota stabilite dagli Enti o risultanti dalle sanzioni imposte per legge a carico delle c.d. «Regioni canaglia», oltre che dallo stato di sofferenza finanziaria in cui si trova un numero crescente di Comuni situati nei territori medesimi. La scarsa progressività, in via di fatto, delle imposte dirette non compensa, peraltro, la regressività di quelle indirette. A partire dal 2007, anno di inizio della crisi, la qualità del nostro sistema tributario è gradualmente peggiorata: nel periodo 2007-2015, il valore della pressione fiscale complessiva, ovvero riferita sia alle imposte dirette che a quelle indirette, passa per il Mezzogiorno dal 29,5 al 32% e per il Centro Italia dal 30,3 al 32,5%; nel Nord d’Italia si registra, invece, una diminuzione della pressione tributaria, che passa dal 33,4 al 32,2%.
Mezzogiorno - Lavoro minorile.
Mezzogiorno - Lavoro minorile.
Per quanto concerne il confronto territoriale tra i livelli di spesa della Pubblica Amministrazione, il divario del Mezzogiorno non solo resta elevato ma è cresciuto negli anni della crisi dell’8,8%, essendo passato da 2.174,3 euro per abitante nel 2007 a 2.378,8 euro per abitante nel 2015. Anche escludendo la spesa previdenziale, che di per sé produce una accentuazione del divario suddetto, l’ammontare della spesa pubblica complessiva consolidata, intesa come spesa di Amministrazioni centrali e territoriali, si presenta significativamente più basso nel Mezzogiorno: 6.573 euro per abitante nel 2015 contro i 7.327,7 euro del Centro-Nord.
Per effetto delle variazioni di segno opposto registrate tra il 2007 ed il 2015 (–5,4% per il Mezzogiorno; +1,4% per il Centro-Nord), la spesa pro capite della P.A. (al netto di quella previdenziale) nell’area meridionale ha rappresentato nel 2015 l’89,7% del livello del Centro-Nord, a fronte del 96,2% registrato nel 2007. Non hanno quindi consistenza le affermazioni, anche di fonte autorevole, che accreditano il Mezzogiorno di un volume di spesa pubblica più elevato ed attribuiscono il problema della mancata crescita del Paese ad un «assistenzialismo secolare», capace di generare solo sprechi ed inefficienze.
A fronte di questi dati, il residuo fiscale appare addirittura insufficiente, e comunque ineliminabile, a meno di non ledere del tutto i principi fondamentali della Costituzione. Così come avviene tra individui ricchi e poveri appartenenti ad una stessa collettività, si originano inevitabilmente flussi redistributivi netti a favore delle regioni più povere, quelle meridionali. Il residuo fiscale, in altri termini, è lo specchio dei divari economici, sociali e territoriali esistenti in Italia. Non ci sfugge il tema decisivo, che però riguarda tutto il Paese, dell'efficienza della spesa della Pubblica Amministrazione, e riteniamo anzi giunto il momento di riprendere seriamente il percorso di attuazione di un serio e responsabile "federalismo fiscale". Ma l'unico modo per ridurre il trasferimento interregionale e la "dipendenza" è riattivare un più forte sviluppo delle Regioni meridionali, o rassegnarsi a un loro spopolamento. Noi crediamo che sia possibile, e utile all'intero Paese, perseguire l'obiettivo dello sviluppo, e il Sud è un "motore interno" fondamentale.
La visione che identifica semplicisticamente i residui fiscali negativi delle regioni meridionali con lo spreco di risorse pubbliche indebitamente sottratte al Nord, infatti, non solo non è dimostrata dalle evidenze empiriche ma è parziale nel riconoscere, tra i diversi aspetti dell’integrazione economica tra Nord e Sud del Paese, solo quelli che penalizzerebbero il primo a vantaggio del secondo. L’integrazione e l'interdipennza tra le economie del Nord e del Sud, oltre che flussi di finanza pubblica (da Nord a Sud) implica infatti anche corposi trasferimenti di risorse a vantaggio del Nord nella forma di flussi commerciali, svolgendo ancora il Mezzogiorno un ruolo importante di sbocco della produzione settentrionale.
L
Mezzogiorno - La Sardegna.
Mezzogiorno - La Sardegna.
e risorse che affluiscono, sotto diverse forme, al Sud, contrariamente a quanto comunemente si crede, non restano circoscritte al solo Mezzogiorno, ma danno luogo a effetti economici che si propagano all’intero Paese. La SVIMEZ ha proceduto con il proprio modello econometrico a una valutazione quantitativa di tali effetti. Poiché il modello in uso alla SVIMEZ considera l’Italia come la somma di Centro-Nord e Mezzogiorno, e di tutti i principali circuiti economici presenti in queste due macro-aree, il processo di valutazione risulta particolarmente accurato.
Il punto di partenza è costituito dal seguente dato: la domanda interna del Sud, data dalla somma di consumi e investimenti, attiva circa il 14% del PIL del Centro-Nord. In altre parole, con riferimento, ad esempio, al 2015, la domanda espressa da consumatori meridionali per beni di consumo e d’investimento ha dato luogo a una produzione realizzata nel Centro-Nord per un ammontare di 177 miliardi di euro. Tale valore, per avere un termine di paragone, è pari alla metà dell’attivazione esercitata dalla domanda estera sul PIL del Centro-Nord; area, è bene ricordare, che ha conosciuto un’integrazione con l’estero molto forte.
Ora, i 50 miliardi dei residui fiscali di cui il Sud beneficia, e che alimentano parte dei consumi pubblici e degli investimenti locali, rappresentano un po’ più dell’11% dell’intera domanda interna dell’area. Di conseguenza, una parte di PIL del Centro-Nord attivata dalla domanda interna del Sud è riconducibile, a sua volta, proprio ai residui fiscali che sostengono consumi e investimenti del Sud. Si valuta che questa “parte” (effetto spill-over) sia pari a 20 miliardi. In altri termini, per ogni 10 euro che dal Centro-Nord affluiscono al Sud come residui fiscali, 4 fanno il percorso inverso immediatamente sotto forma di domanda di beni, altri contribuiscono a rafforzare un mercato interno di sbocco che resta, per l'economia dell'intero Paese, ancora rilevante.