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Joseph Tusiani, La parola difficile Autobiografia di un italo-americano, Pagg. 226-231, Schena editore, Fasano 1988

Il poeta e scrittore sammarchese Joseph Tusiani (San Marco in Lamis, 14 gennaio 1924 – New York, 11 aprile 2020) nel 1947 con sua madre.
Il poeta e scrittore sammarchese Joseph Tusiani  (San Marco in Lamis, 14 gennaio 1924 – New York, 11 aprile 2020) nel 1947 con sua madre.
[...] La lettera del Borgese mi riportò, invece, agli anni dei miei studi italiani, tempestosamente finiti nell'immediato dopoguerra. Avevo letto il Rubè e molte pagine de La Vita e il libro, ma, come tutti i giovani nati nell'era fascista, non avevo più sentito d'un Giuseppe Antonio Borgese emigrato in America e lì finalmente unitesi ai titani della lotta contro il regime nero, quali Sturzo, Salvemini, De Bosis, Giovannitti e Tresca.
Avevo, ora, nelle mani una lettera autografa del Maestro che aveva polemizzato con Benedetto Croce, e d'un tratto mi sembrò d'esser divenuto parte integrante, più che teste oculare, d'una intera epoca letteraria.
Mi perdonino i miei pochi lettori se, ingenuo com'ero in quegli anni d'innocenza pre-omerica, io confesso d'aver letto quella lettera non una, ma due e tre e sei e sette volte. Ma era mai possibile (mi chiedevo) che mi avesse scritto Giuseppe Antonio Borgese? E mi fermavo, soprattutto, su una frase di quella sua lettera fatidica, una frase che a caratteri indelebili s'era già scolpita nella mia memoria, voglio dir nella mia anima bisognosa di conforto in quel cruciale periodo della mia vita d'emigrato. Ancor una volta mi perdonino i miei pochi lettori se quella frase, ch'era per me incoraggiamento e salvezza, io qui la rivelo perché essi si rendano conto di quale grandezza potesse farsi capace il Maestro nei riguardi d'un piccolo allievo qual ero io. “Lei”, mi aveva scritto, “è critico che aggiunge pensiero al pensiero e canto al canto”. Non dovevano tali parole impegnarmi a uno studio maggiore e ad una più severa disciplina di tutte le mie forze, mentali e spirituali?
G. A. Borgese (Polizzi Generosa, 12 novembre 1882 - Fiesole, 4 dicembre 1952) in un ritratto di Sommariva.
G. A. Borgese (Polizzi Generosa, 12 novembre 1882 - Fiesole, 4 dicembre 1952) in un ritratto di Sommariva.
Al critico illustre scrissi poi tante lettere ed ebbi da lui altrettante risposte, incisive e cordiali, finché, un giorno, mi commosse il dono di alcune sue liriche inglesi, inedite: Giuseppe Antonio Borgese mi chiedeva quel ch'io ne pensassi.
M'immersi nella lettura, dimentico d'ogni altro impegno. Mi piacque subito (e già mi ripromettevo di dimostrargliela) l'audacia di certi nomi composti del tutto consoni con la natura dell'idioma inglese. E mi colpi, inoltre, un non so qual fervore latino in veste britannica: anche questo gli avrei fatto notare. Ma, passando da lirica a lirica, trovai poi, qui e lì, dei versi il cui ritmo tradiva l'orecchio straniero: vocaboli, cioè, la cui erronea pronuncia guastava un endecasillabo altrimenti perfetto o un pensiero altrimenti memorabile.
A costo di perdere un'amicizia tanto preziosa, decisi di scrivergli tutto quel ch'io pensassi delle sue poesie. Ma quale non fu la mia sorpresa quando, una settimana dopo, mi giunse un'altra lettera del Maestro che non solo mi ringraziava dei “luminosi consigli”, ma addirittura sperava “in una mia collaborazione”.
Collaborazione con il Borgese? Mio Dio!
Mi arrivò poi un telegramma da Chicago: il Maestro, in partenza per l'Italia, voleva vedermi, la sera dell'undici settembre, al "Rocco's Restaurant" nel Greenwich Village di New York. Per i particolari dovevo rivolgermi al Ruotolo.
La sera dell'undici settembre 1952, al Ristorante Rocco, nel cuore della più antica Piccola Italia di New York, incontrai il Maestro. Mi accorsi, come entrai nella piccola trattoria italiana, che gli amici di fede antifascista avevano voluto festeggiare con un sontuoso banchetto di addio il compagno di lotta che, gloriosamente vendicato, tornava a riprender possesso della sua cattedra fiorentina. Riconobbi subito Augusto Bellanca, fratello di Giuseppe, costruttore di aerei, ed altri rappresentanti del Sindacato della potente "Locale 89", allora diretta da Luigi Antonini, in Italia ex-carabiniere e in America amico di senatori e presidenti.
Dinamico e cordiale come sempre, fu Onorio Ruotolo a salvarmi in quel primo momento di confusione: dinanzi a tutti quei vocianti commensali che non s'erano accorti di me, sarei rimasto a lungo impacciato e tremante, se non fosse stato lui ad invitarmi con un i sonoro "Vieni!"
- Caro amico! - disse il Maestro, che mi aspettava. Con delicatissima premura lo scultore mi cedette la sua sedia perché io gli stessi vicino.
Giuseppe Antonio Borgese! Gli sedevo ora al fianco e stentavo a credere che finalmente il mio sogno si fosse mutato in incantevole realtà. Non sapevo che mi era stato concesso il triste privilegio di assistere all'ultima ora del suo esilio americano; e, anche se l'avessi saputo, non mi sarei potuto comportare diversamente.
Mi avevano detto del suo sguardo ipnotico, incantatore di serpenti ed era vero: non mi era mai capitato di vedere occhi si luminosi e taglienti, fulmini lampeggianti su uomini e cose a lui dinanzi. Ed eran, quegli occhi, la caratteristica più bella e maestosa di un uomo a cui la natura aveva negato lineamenti che potessero in alcun modo pensare a un esperto di bellezze letterarie. La forza del suo mondo interiore, dolce e terribile, era tutta in quegli occhi aquilei che nessuno poteva fissare più di qualche fuggevole secondo; in quegli occhi come due raggi solinghi scaturiti da altitudini inaccessibili, si fermavano sulla terra per rivelarne gli angoli più bui.
- Le mie figliuole, Angela e Domenica! - disse, additandomi, sereno e orgoglioso, due bambine non ancora decenni, sedute a un altro lato della lunga tavola e intente a versare in un bicchiere semi-vuoto il grigio contenuto di ben tre posaceneri, quasi volessero, emule precoci di Madame Curie, scoprire un miracoloso vaccino per il bene delle generazioni future.
Olimpicamente ignara dello strano esperimento chimico delle due piccole aspiranti al Premio Nobel del nonno, la Signora Borgese, la più giovane figlia di Thomas Mann, stava rispondendo a non so quale domanda rivoltale dal signore che le sedeva di fronte.
- Caro amico - ripeté il Maestro, un tantino accostando la sua sedia alla mia, come per escludere dalla nostra conversazione ogni orecchio profano. Sentivo su di me tutta la potenza di quel suo sguardo e, quasi a proteggermi da tanta luce, mi auguravo ch'egli mi dicesse subito, senz'altra pausa, quel che intendesse dirmi.
- Voglio che sia Lei il primo ad ascoltare dei versi che ho scritto ieri per la mia Mamma. In un sogno ho rivisto la sua bellezza magno-greca e, di quel sogno, ecco qui il ricordo e l'emozione, anzi la commozione. Senta!
Ci fu un'altra pausa, che a me sembrò lunghissima. Notai quel suo labbro inferiore sporgente, cui la sùbita concentrazione del pensiero diede un risalto quasi spasmodico. E mi accorsi che il suo sguardo intenso mirava lontano, in cerca d'un oggetto su cui fermarsi. Le stridule voci dei commensali erano ormai distanti, quasi eco appena percettibile d'un mondo ormai ignoto. Ero certo che i versi ch'io stavo per ascoltare li avrei ricordati per sempre.

Il fotografo che ti ritrasse
non disse: “Sorrida! S'inumidisca un poco il labbro!”
Eri troppo pura e triste...
Son passato per il tuo corpo
per venire a questa luce,
a questa luce ch'è già lunga
e cala... Che sarà?...
Mammà!

Quest'ultima parola, pronunciata dopo un breve silenzio gravido di sottintesi, mi arrivò all'orecchio come un grido disperato dal fondo di una valle spettrale.
- Che ne pensa? - disse poi il Maestro, rimovendo lo sguardo dall'oggetto lontano su cui si era posato.
Era presentimento di morte, il suo sogno; ma io non potevo glielo, anche perché non avrei mai osato azzardare un giudizio critico alla presenza di un uomo da cui, giovane com'ero, sentivo soltanto il dovere di apprendere.
- Che ne pensa? - ripeté, e nuovamente mi sentii gelare dalla forza del suo sguardo.
Non ricordo quel che gli risposi. Qualcosa dovetti pur balbettre. Forse gli feci notare l'efficacia del breve ritratto della donna meridionale, riservata e pudica, attraverso le parole del fotografo. Forse dissi della freschezza di quel “Son passato per il tuo corpo / per venire a questa luce”.
- Come definirebbe l'arte, Lei? - mi chiese poi, a bruciapelo. L'inattesa e difficile domanda mi fece tremare.
Ma, da buon discepolo, fui allora io permettermi una lunga pausa che al Maestro fece capire che una risposta dovevo, e volevo, pur dargliela.
- Non so - risposi finalmente; - l'arte io la vedo come dono o un prestito dell'eternità al tempo.
Mi guardò con tenerezza quasi paterna e commentò: - Infatti l'arte è... preghiera.
Una simile definizione, fatta di un solo vocabolo terso e preciso non me la sarei aspettata dal Giuseppe Antonio Borgese che avevo conosciuto attraverso i miei studi.
Lo guardai anch'io e per la prima volta riuscii a sostenere la luce che ardeva in quegli occhi: erano belli.
- Ed ora - mi disse con un sorriso, - dobbiamo ritornare... al tempo -. Spostò di pochi centimetri la sedia per rimetterla dov'era prima e, come se in quel locale fosse appena entrato, con un cenno del capo salutò più d'un amico, lungo i due lati della tavola.
Felice dell'ottima riuscita della festicciuola in onore del Maestro, l'anfitrione della serata, Augusto Bellanca, si portò alle labbra l'indice e il medio della mano destra, vi soffiò sopra con un rumorino festoso e, dalla bocca movendo poi la mano in direzione dell'ospite d'onore, come su un'ala di vento gli inviò un suo bacio fraterno, accompagnato da un sonoro - Sugnu suddisfattu.
- E suddisfattu sugnu - rispose il Maestro, ricambiando il bacio alato dall'altro capo della tavola. Ma, nonostante il calore della sua isola natia, egli sembrava già entrato in un mondo del tutto nuovo, inesplorato e freddo.
Mezz'ora dopo, prima di entrare nel tassì che lo avrebbe portato al Fairfax Hotel, il Borgese mi strinse la mano e disse: - Come Le ho detto per lettera, spero tanto in una Sua collaborazione. Mi scriva a Fiesole. Ci rivedremo in aprile.
Gli scrissi; ma quando, alla fine di quel tristissimo novembre, la mia lettera giunse a Fiesole, la nobile luce, già "lunga", era "calata" per sempre.