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L'Astrolabio n. 7, 1968
La politica e l'intransigenza

Dedica di Ernesto Rossi alla signora Ida Einaudi sul retro di una sua foto, 2 dicembre 1954.
Dedica di Ernesto Rossi alla signora Ida Einaudi sul retro di una sua foto, 2 dicembre 1954.
Pubblichiamo il testo del discorso che Riccardo Bauer indisposto non ha potuto pronunciare, per l'anniversario della morte di Ernesto Rossi, domenica 11 febbraio al Ridotto dell'Eliseo. Hanno ricordato l'amico scomparso Ferruccio Parri, Aldo Garosci e Paolo Sylos Labini. Il discorso di Bauer è stato letto da Nello Traquandi.
Vorrei essere scusato se leggerò. Non sono un oratore e d'altronde il ricordo di Ernesto Rossi è in me qualcosa di così intimo che non saprei rievocare l'amico caro se non silenziosamente, come solo può avvenire nell più gelosa interiorità; se mai dinanzi a un foglio bianco, non certo di fronte ad un pubblico. Che non oserei affrontare, pur sollecitato da voci suadenti, esponendo il frutto di una silenziosa meditazione, se non lo sapessi composto di amici, di coloro che Ernesto conobbero e amarono o che del suo lungo combattere rilevarono tutta la nobiltà, la superiore intenzionalità.
A questi posso dire che, forse o senza forse, tra gli uomini coi quali ho diviso ansie, pericolosi, speranze della lotta per la libertà, Ernesto è quello che ho sentito più vicino e insieme, sotto certi aspetti, più lontano. Più lontano per forma mentis, poiché non potevo condividere il suo ostentato - soltanto ostentato e quindi contradditorio - scetticismo; non potevo condividere la sua spiegata repulsione, la sua voluta sordità rispetto ad ogni impostazione filosoficamente fondata del pensiero politico, non potevo ritenere valida la sua salveminiana idea della storia tutta imperniata sul feticismo del documento, sulla ingannevole concretezza del sapere sicuro e definitivo, quando l'esperienza sta a dimostrare come su quella traccia si prendano spesso marchiane cantonate visto che troppi sono i documenti intenzionalmente prodotti in vista di una addomesticata storiografia: non potevo condividere la sua negazione di quella che ho sempre ritenuto e ritengo illuminante guida al giudizio storico, ed anche politico, della contemporaneità della storia, della storia come giudizio critico che si alimenta di una esperienza sempre viva e sempre aperta.
Le ragioni delle lotte
Parere sfavorevole all’acquisto di testi in lingua straniera.
Parere sfavorevole all’acquisto di testi in lingua straniera.
Eppure la coincidenza del nostro fare, che ci ha portato a combattere insieme tante battaglie, non fu determinata soltanto dal coincidere pratico della conquista di immediate mete politiche cui la dittatura stessa ci impegnava se volevamo difendere in noi stessi e negli altri i più alti valori della dignità umana.
Era qualcosa di più, che superava e vinceva ogni dissenso intellettuale e teoretico, che riusciva ad un mediazione del costante scontro dialettico e fondava in concreto il sorgere di una volontà realmente comune in un concepire la libertà, la democrazia, per la quale si combatteva, in un modo identico fatto della consapevolezza di un ordine in cui tutti gli uomini potessero essere tali senza doversi piegare ad una disciplina di cui non fossero persuasi, fatto anche della acccttazione del prezzo da pagare per raggiungere quella meta.
In questa identità di fondo delle ragioni della lotta, quel qualcosa a cui ho fatto cenno era la naturale forza determinatrice di una solidale attività, ed era dato essenzialmente dal carattere, dalla personalità di Ernesto, generoso e fedele, di una sincerità a tutta prova, di un disinteresse adamantino, scevro d'ogni arrière pensée. Vero cavaliere dell'ideale, Ernesto Rossi, perché in lui l'intento altruistico non era proclamato proposito a mascherare una nascosta ambizione, ma reale sentimento suscitato dalla persuasione di dover combattere per tutti le battaglie necessarie a render meno dura e più degna la esistenza umana, affinché abbiano significato non bugiardo anche pel singolo protagonista.
Questo suo non potersi e non doversi sottrarre ad un fare concepito come partecipazione diretta e doverosa al grande travaglio umano secondo le proprie forze e senza infingimenti era la manifestazione di una eticità profonda ed operante in talvolta persino umoristico contrasto col cinismo scanzonato che fioriva spesso sulle sue labbra a sconcertare chi non lo conoscesse, non però a ingannare chi lo conosceva e giorno per giorno sperimentava come quel suo toscano sarcasmo mascherasse tesori di umano sentimento, e soltanto si esercitasse con non mentito sdegno contro i prepotenti, i disonesti, contro gli ipocriti e i poltroni, contro quanti prostituissero i valori di un sereno e sano sentire ed operare.
Il giacobino
ERichiesta di autorizzazione all’acquisto di volumi usati.
ERichiesta di autorizzazione all’acquisto di volumi usati.
Erano questa sua altezza, questa sua nobiltà di animo e di agire, la sua cristallina purezza di intenzioni, la sua incapacità ad un agire diplomatico che costringevano ognuno ad accoglierlo d'un subito amico, a sentirlo veramente compagno come quello del Lied tedesco “Einen besser'n findst Du nit”. E si poteva discutere, disquisire, dissentire e leticare anche, ma non si poteva fare a meno di camminare insieme.
Fu la sua stessa generosità impulsiva, screvra da ogni calcolo, sempre, che ad un punto lo portò ad idealizzare, tanto lo pungolava l'insofferenza d'esser tagliato fuori dalla attiva partecipazione alla lotta contro l'oppressore, un operare ch'io ebbi a respingere definendolo giacobino, dogmatico cioè; lo indusse a vagheggiare per la riconquista della libertà una disciplina ferrea e cieca non dissimile da quella che faceva la forza della dittatura. E pensò si dovesse nelle mani di un leader abile ed energico porre lo strumento costituito da un fascio di volontà, una milizia docile al comando e pronta all'azione, che da quello guidata, opponendo una salda compagine alla compagine dominante, che sembrava, allora, ancora granitica, e questa sapesse travolgere, non solo, ma sapesse assicurare l'ordinato innalzamento del nuovo edificio di libertà.
Non sto ad analizzare le circostanze e i motivi di questa distorta concezione così evidentemente assurda, che la libertà non nasce dalla non libertà, e solo voglio ricordare che la fecondità della resistenza italiana è data - ed è patrimonio destinato ad operare dal profondo positivamente - dall'aver ordinato ad un intento unico forze diverse, senza alcuna umiliare ma tutte esaltando in un comune sentire dell'essenziale, in una comune rinunzia di ciò che non poteva non essere marginale rispetto ad una condizione di vita o di morte. Chi conobbe Ernesto Rossi può capire quanto dovette costargli questo accogliere un'idea tanto in contrasto con tutto il suo libero sentire. E non perché gli pesasse l'abdicazione ad una propria parte di attiva responsabilità - che mai nutrì ambizioni di comando e ad altri riteneva doversi lasciare tale compito, pago di offrirgli incondizionata obbedienza - ma perché era troppo acuto per non avvertire quanto di incongruo e contraddittorio era in quella tesi che solo l'esasperazione di un sentimento di impotenza di fronte alla crisi in cui si dibatteva il mondo intero poteva spiegare.
Testi di proprietà di Rossi presenti a Regina Coeli nel novembre 1936.
Testi di proprietà di Rossi presenti a Regina Coeli nel novembre 1936.
Ma anche in questo atteggiamento teoricamente ingiustificabile e praticamente inefficace, la personalità stessa di Ernesto si rivela. Il senso del dovere di rompere il ferreo cerchio della dittatura, di rovesciare l'obbrobrioso avvilimento in cui il fascismo aveva trascinato il paese, lo indusse a postulare un modo, un fare, a escogitare un intervento nella lotta, a suggerire qualcosa che togliesse le vittime della violenza fascista dall'inerzia rassegnata. E ancora una volta di fronte ad un dovere da compiere, di cui si sentiva persuaso, fu pronto a tutto sacrificare, anche la coerenza del suo pensiero di uomo libero. Un errore di valutazione intellettuale e storica non abbassava ma esaltava il suo spirito di sacrificio, la sua costante assoluta disposizione a dare tutto se stesso, a pagare di persona senza nulla chiedere in cambio.
L'umanesimo antiretorico
Istanza per ricevere opere di economisti e scrittori stranieri.
Istanza per ricevere opere di economisti e scrittori stranieri.
Se questo suo momentaneo atteggiamento fu motivo di lunghe acerbe polemiche con gli amici più vicini e cari, motivo poi superato, come è facile capire, sotto l'imperioso svolgersi degli eventi, non potè certo alterare il vincolo d'affetto che era venuto stabilendosi nella lotta, il sapere Ernesto non diverso da quello di sempre. Un diverso calcolo tattico aveva potuto portarlo a caldeggiare modi d'azione che gli amici non potevano approvare, non però modificare gli orizzonti e le mete finali. Che eran quelli di un uomo libero, nutriti da un ricco umanesimo antiretorico correttore del rigore degli studi economici che prediligeva. Che con la loro necessaria astrattezza potevano indurlo a caldeggiare soluzioni “manageriali”, per dirla con una brutta parola di moda, o tecnocratiche, ma che mai riuscirono a rendere in lui sedicente scettico, arida e cruda una concezione del mondo tale da indurlo a farsi gelido osservatore di fenomeni - e quindi produttore di titoli accademici destinati ad affollar senza costrutto palchetti di pubbliche e private biblioteche - invece che attivo partecipante al travaglio che poteva anche risolversi in rissa ma ch'egli considerava di feconda vitalità.
Ed eccolo, non appena uno spiraglio di libertà glielo concesse, orientarsi verso l'osservazione di fatti concreti, verso l'analisi di problemi immediati, verso la crìtica della realtà politica ed economica viva, piuttosto che verso l'approfondimento teoretico. Conseguenza, questo suo orientamento, del sentirsi membro di una società in fermento, faticosamente avanzante, della quale si sentiva corresponsabile ed alla quale doveva dare quanto di meglio sapesse.
L'azione rivoluzionaria
F.Y. Edgeworth, La teoria pura dell’imposta, s.d. Ritratto a matita sul verso dell’ultima carta.
F.Y. Edgeworth, La teoria pura dell’imposta, s.d. Ritratto a matita sul verso dell’ultima carta.
La nuova libertà gli consentiva di operare nei modi di un civile agire, a lui realmente congeniale, di tralasciare le escogitazioni della guerra guerreggiata, che non aveva voluta ma che gli era stata imposta, e che aveva accettata senza recriminare, e nella nuova situazione ha portato la stessa decisione, la stessa noncuranza del prezzo da eventualmente pagare.
Ho avuto altra volta occasione di rilevare come solo un alto senso del dovere avesse portato Ernesto Rossi, dalla sfera delle battaglie culturali a quella dell'azione rivoluzionaria. Alto senso del dovere che lo indusse a rispondere positivamente ad una esplicita chiamata secondo una rigorosa logica della storia. Non diverso senso del dovere lo portò ad affrontare i problemi della situazione nuova con non minore ardimento, con non minore ansia di verità, con non minore onestà intellettuale, con non minore impegno morale.
Sino ad apparire, per molti, importuno mentore in questo nostro mondo farisaico in cui troppe cose da troppi si vorrebbero dimenticare o lasciate in ombra per non rompere la quiete dei beati possidentes, sino ad essere costretto, si direbbe, al margine della vita politica. Del che, per altro, Ernesto, alieno dalle sottigliezze diplomatiche che son l'arma più utile nelle schermaglie di una vita democratica non ancora fondata su una chiara, operante e diffusa coscienza di libertà, non si sentiva umiliato, lontano come era da ogni arrivismo, spoglio come era di ogni volgare ambizione che non fosse quella di servire secondo le sue forze i compagni di fatica in un mondo che amava definire assurdo, stupido, mal costruito, incoerente, ma nel quale essendo capitato, volle stare con pieno senso di umana solidarietà.
Perdendo Ernesto abbiamo perduto un vero compagno. Compagno nella buona e nella avversa fortuna; compagno sincero e affettuoso, sempre, nella coincidenza delle idee e nel dissenso, nell'azione e nella speranza. Che ha lasciato però di sé non il solo ricordo ad amici che ebbero la ventura di camminargli accanto, ma un segno non perituro nella vita del nostro paese. Un segno che sembra oggi ancora lieve nel turbine dei problemi, nell'affannarsi degli uomini, nello stridere di tante voci discordi, ma che è destinato a sempre più rilevarsi incisivo. Non posso dimenticare la certezza di questo suo destino che è sorta in me il giorno in cui, avendo occasionalmente incontrati dei giovanissimi a me sconosciuti mi sentii pregare di far loro conoscere di persona “il prof. Rossi” quando avesse occasione di venire a Milano. Conoscevano tutti i suoi scritti e ne avevano ricavato una impronta decisiva e feconda. Non vedevano ovviamente in lui il costruttore di un mondo nuovo, ma l'indispensabile critico di una realtà per essi inaccettabile; vedevano in lui l'esempio di un coraggioso fare e in questo si specchiavano traendone incitamento per le loro ardimentose speranze. Di quegli scritti si erano nutriti a fondo, nel polemista lucido e senza paura intuendo la validità dì im esempio felice.
Purtroppo Ernesto, già minato dal male che ce lo tolse, a Milano non venne. Ma di lui ci rimangono gli scritti che stanno e staranno a testimoniare, finché la parola libertà ancora farà balzare in petto il cuore degli uomini, come la libertà si serva con l'intelletto, col sacrificio di sé, con assoluta dedizione.
Riccardo Bauer