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Mario Signorino, L'Astrolabio n. 8, Pagg. 6-8, 19 febbraio 1967
Il coraggio di non mollare

Gaetano Salvemini festeggiato a Molfetta - L'Astrolabio n. 1 del 1967.
Gaetano Salvemini festeggiato a Molfetta - L'Astrolabio n. 1 del 1967.
La lotta antifascista di Ernesto Rossi, dal “Non mollare” ai lunghi anni di carcere e di confino, non fu soltanto una grande esperienza morale chiusa in se stessa, uno degli esempì più nobili della Resistenza democratica. Fu anche la premessa e la preparazione di un'esperienza politica non meno importante: quella del Rossi che abbiamo conosciuto negli ultimi venti anni, l'intellettuale “moralista” che con il suo illuminismo e la sua intransigenza è stato tra i maggiori creatori di fatti politici di questo periodo.
Veniva da lontano, ha detto Parri di Ernesto Rossi; dalle prime lotte contro il fascismo, dalla galera, dal confino. E al fondo di tutto - dell'azione antifascista, di tutta l'attività politica successiva, della sua stessa personalità - c'è l'esempio di Gaetano Salvemini, il richiamo è d'obbligo, sembra scontato; ma basta basta rileggere la ricostruzione vivace e commossa che Rossi ci ha dato - sull'Astrolabio del 1 gennaio 1967 - della figura del suo maestro e amico per ritrovarvi un chiaro, e non certo involontario, risvolto autobiografico.
Fu l'incontro con il terribile pugliese a “svegliare” Rossi. I primi anni del dopoguerra, l'unico riferimento politico di Rossi era Mazzini, in nome degli ideali mazzinani - la difesa della libertà europea contro il militarismo tedesco - era andato in guerra giovanissimo, volontario. Un dato politico troppo vago per reggere alla prova della guerra e della successiva violenta lotta politica. Come tanti giovani della sua generazione, anche Rossi aveva reagito all'antimilitarismo esasperato dei socialisti, che d'altronde mal si accordava con il neutralismo all'italiana del “non aderire né sabotare”, rifiutando in blocco il movimento operaio (non sarà privo di effetti, nella sua formazione politica, questo primo negativo contatto con la classe operaia). D'altra parte, l'esigenza vaga ma fortemente sentita di un rinnovamento profondo della vita politica, ancora legata al tranquillo empirismo giolittiano, e la carica volontaristica propria della generazione della guerra, lo spingevano verso il nazionalismo, che interessava allora strati crescenti di reduci e di cui egli non riusciva a scorgere la componente reazionaria.
La svolta salveminiana
L'incontro con Salvemini lo trasse fuori dal pantano nazionalista.

“Se non avessi incontrato sulla mia strada - racconterà poi Rossi - al momento giusto Salvemini, che mi ripulì il cervello da tutti i sottoprodotti delle passioni suscitate dalle bestialità dei socialisti e dalle menzogne della propaganda governativa, sarei facilmente sdrucciolato anch'io nei Fasci di combattimento, che, conviene ricordarlo, avevano allora un programma a sinistra di quello del partito socialista”.

Gaetano Salvemini - L'Astrolabio n. 8 del 1967.
Gaetano Salvemini - L'Astrolabio n. 8 del 1967.
Il Salvemini conosciuto da Rossi era quello che i critici sogliono definire minore: staccatosi da anni dal partito socialista, tentava di contribuire al rinnovamento della classe dirigente democratica non più dalla tribuna di un partito ma attraverso quello strumento di cultura e di agitazione che era l'Unità. Di qui una serie di battaglie che, rapportate tutte a una visione coerente della lotta politica, puntavano via via su un problema particolare, e non lo abbandonavano finché non diveniva un dato politico da cui non si potesse prescindere. Era questo il problemismo di Salvemini, che ritroviamo quasi immutato nell'azione politica di Rossi.
La crisi dello Stato liberale e l'inadeguatezza paurosa della classe politica di fronte ai problemi del momento sembravano dar ragione alla polemica ventennale condotta da Salvemini contro il regime giolittiano. L'esperienza interventista inoltre lo accostava spiritualmente ai giovani formatisi nelle traversie della guerra e insofferenti per temperamento del legalitarismo testardo dei vecchi uomini della democrazia. Non furono pochi i giovani che, in quegli anni, si rivolsero all'Unità di Salvemini per averne una guida e un indirizzo politico; ed i colloqui che il maestro intratteneva, dalle colonne del settimanale, con questi giovani, rimangono tra le espressioni più alte della sua pedagogia. Ernesto Rossi era destinato a intrattenere con lo studioso pugliese rapporti meno occasionali; presto divenne uno dei suoi allievi e amici più cari, assieme a Carlo e Nello Rosselli. “Il mio primogenito”, diceva Salvemini.
Il periodo fiorentino
Gaetano Salvemini - L'Astrolabio n. 50 del 1966.
Gaetano Salvemini - L'Astrolabio n. 50 del 1966.
È dal gruppo dei giovani salveminiani - Rossi, Carlo e Nello Rosselli, Calamandrei, Traquandi, Vannucci. Jaher, Frontali e tanti altri - che partono le prime iniziative di opposizione democratica al fascismo.
Questo gruppo si ritrova, a Firenze, nel Circolo di cultura fondato alla fine del 1920: un'attività quasi di attesa, di orientamento tra gli equivoci e le violenze che accompagnano la fine del regime liberale. Il 1924 propone improvvisamente una scelta politica precisa. Fino allora il disgusto per i partiti che avevano ceduto alla violenza fascista aveva agito, soprattutto su Salvemini, da freno a un impegno attivo nella lotta politica. L'assassinio di Matteotti agisce da sveglia, Salvemini e i suoi amici scendono allora senza esitazioni e senza preclusioni legalitarie sul terreno della lotta aperta al regime.
Si costituisce a Firenze l' “Italia Libera”, associazione clandestina di ex combattenti in cui confluiscono molti dei soci del Circolo di cultura. Il programma è semplice: contribuire alla caduta del fascismo, con tutti i mezzi, legali e illegali; dopo, con il ritorno alla libertà, ognuno riprenderà la propria strada. Un programma d'azione senza un contenuto politico definito, che risponde però all'esigenza di inserirsi nella crisi del regime che appare assai vicina.
La composizione politica dd gruppo è varia: repubblicani, socialisti, democratici senza partito. Il punto d'incontro è l'impulso morale che li porta a combattere il fascismo al potere, e insieme il bisogno dell'azione concreta e immediata, del “fatto”. Ex combattenti quasi tutti, avevano riportato dalla prova della guerra una carica volontaristica che non trovava sfogo nell'ambito della democrazia tradizionale verso la quale reagivano polemicamente, con una contestazione che coinvolgeva le vecchie generazioni e con esse tutto il passato.
L'Italia Libera rappresenta, una rottura netta della passività e del legalitarismo a oltranza della democrazia aventiniana: in questo è la sua originalità, la sua importanza nel processo di formazione dell'opposizione clandestina.
Il “Non mollare”
Gaetano .Salvemini (a sx)
Gaetano .Salvemini (a sx)
Più di ogni altro, Rossi interpreta lo spirito dell'associazione, l'esigenza della azione immediata. L'attività dell' “Italia Libera” sembra infatti improntata dal suo humour, dalla sua fantasia e dalla sua passione, più che dalla personalità dei Roselli o di Salvemini. Deciso, attivissimo, privo di ogni remora legalitaria, instancabile, brucia nell'azione tutte le risorse della propria personalità Alieno per temperamento dalle impazienze revisionistiche, dalle ambizioni ideologiche di un Rosselli, egli riesce a concentrarsi interamente nella prospettiva immediata della lotta. Il motivo della libertà è il centro vitale del suo orizzonte politico; come una costante della sua personalità rimarrà, anche dopo, il procedere per gradi, concentrando gli sforzi sul problema del momento.
Perduta dall'opposizione democratica la occasione storica della crisi Matteotti, e con i successivi giri di vite della dittatura, il gruppo fiorentino compie decisamente il salto nell'azione illegale. Per iniziativa di Ernesto Rossi, Carlo Rosselli, Nello Traquandi, Dino Vannucci, Gaetano Salvemini, esce il primo foglio antifascista clandestino: il “Non Mollare”, che si pubblica dal gennaio all'ottobre 1925. Pur realizzando dei veri e propri colpi giornalistici, il foglio non aveva intenti d'informazione. Si trattava piuttosto, come poi scrisse Salvemini, di fare e ottenere “che altri facesse quel che il governo fascista proibiva, cioè dare esempio di disobbedienza, esercitando contro la volontà dei fascisti un diritto che ci apparteneva come a tutti i cittadini nei paesi civili”. E Rossi soleva ripetere che quel che contava era sfidare la dittatura, che sarebbe bastato stampare un foglietto con su scritto soltanto “Non mollare”.
La distribuzione avveniva attraverso la rete dell' “Italia Libera“, e toccava i maggiori centri del nord e del centro Italia. Questa rete sopravvisse alla fine del giornale, agli arresti e alla dispersione dei leaders e assicurò il legame con le successive iniziative di lotta. È uno stesso impulso che dal Circolo di cultura va all' “Italia Libera” e al “Non mollare”, si ritrova nell'organizzazione degli espatri clandestini, nell'attività di “Giustizia e Libertà” e nella Resistenza armata.
Nasce "Giustizia e Libertà"
Quando il gruppo del “Non mollare” viene colpito dalla reazione fascista, in seguito all'arresto di Salvemini, Rossi è costretto a riparare in Francia. Ci rimane poco. Il suo posto è in Italia, nella lotta attiva, l'esilio gli sembra una rinuncia quando rimane anche una sola possibilità di azione nel paese. Dopo pochi mesi è di nuovo in patria, insegnante a Bergamo, complici il cognome molto comune e l'inefficienza della polizia.
Il gruppo fiorentino ha dovuto però ridurre la propria attività. Anche Rosselli è costretto a cercare a Milano lo spazio necessario alla continuazione della lotta. Firenze continuerà ad operare, da allora, soprattutto come centro organizzativo della cospirazione; ma il centro politico diventa Milano. È il momento di Ferruccio Parri e Carlo Rossclli, molto attivi nell'organizzazione degli espatri. Arrestati questi dopo il fortunoso espatrio di Turati, la leadership passa a Ernesto Rossi e Riccardo Bauer che potenziano la rete della cospirazione, intensificando la propaganda e imprimendo una spinta più decisa verso l'azione violenta. L'opposizione democratica al fascismo attraversa adesso la sua fase meno frammentaria e casuale.
Luglio 1929: la fuga da Lipari di Rosselli, Lussu e Fausto Nitti pongono le premesse per la costituzione a Parigi del movimento di “Giustizia e Libertà”.
G.L. nasce come movimento d'azione, riflettendo le caratteristiche di gruppi interni. Nessuna elaborazione ideologica originale, ma un interesse esclusivo per la lotta in Italia. L'insurrezione come fine dichiarato, nessuna preclusione rispetto ai mezzi di agitazione, e una propaganda che fa leva sugli impulsi morali ed emozionali più che su un preciso programma politico. Questa fase durò fino al 1932.
La mancanza di un programma politico articolato non è più sintomo di disorientamento; Rosselli stesso, più tardi, nel 1933, rifacendosi a questa fase di G.L., pone una questione di metodo politico:

“Noi non siamo mai stati il calderone democratico, repubblicano, socialista di infelice aventiniana memoria. Se abbiamo rivolto l'appello per l'azione a uomini di correnti politiche diverse, tutti hanno sentito che lo stile e, col tempo, l'ideologia di G.L. erano la negazione assoluta della vecchia mentalità confusionaria e bloccarda”.

In questa prima fase rientrano le iniziative del centro parigino, che culminano nell'organizzazione del volo di Bassanesi su Milano, nel luglio 1930.
Uguali caratteri presenta l'attività dei gruppi italiani, e in particolare quella del centro milanese di Rossi e Bauer. Fino al 1930 infatti quello di Milano è il gruppo-guida della cospirazione giellista in Italia: organizzazione di combattimento teso all'azione diretta a carattere dimostrativo. È un'azione che non si può certo ridurre al modulo terroristico, anche se in questo senso giocano la tradizione repubblicana e non pochi elementi anarchici presenti nell'organizzazione. Piuttosto, una cospirazione che si pone come fine immediato di ostacolare con tutti i mezzi il processo di stabilizzazione del regime.
Leader principale e interprete di questo momento della storia di G.L. in Italia è Ernesto Rossi.
Tale impostazione di lotta servì di certo ad accrescere enormemente il prestigio del movimento ed a caricare moralmente i cospiratori; consacrò inoltre un tipo di antifascismo divergente notevolmente dal modello comunista, ma a questo non inferiore per capacità di proselitismo e spirito di sacrificio. Fu in questo clima che maturò, nel gruppo milanese, l'idea del l'attentato contro le intendenze di finanza di sette grandi città; fu proprio questo tipo d'azione che venne stroncato dagli arresti dell'ottobre 1930 provocati dalle delazioni dell'agente provocatore Carlo Del Re.
L'uomo politico
Con la grave condanna del processo di Roma - 20 anni, come per Bauer, - finisce per Ernesto Rossi la fase dell'antifascismo attivo; inizia la lunga odissea nelle galere e al confino.
Di questa dura esperienza - le sofferenze del carcere, la “vita di pollaio” del confino - la sua personalità poteva uscire spezzata, piegata; Rossi invece ne fece lo strumento di completamento della propria formazione culturale e politica, del potenziamenro della propria forza morale. Da questi anni di carcere e di confino uscirà, con la fine della guerra, il Rossi che abbiamo conosciuto negli ultimi venti anni; l'intellettuale “moralista”, che, con il suo illuminismo e la sua intransigenza sposati all'attenzione costante per la realtà, è stato tra i maggiori creatori di fatti politici; il duro anticlericale, non alieno dai toni estremi che nella lotta allo strapotere ecclesiastico identificava l'esigenza più autentica di libertà, la sua concezione stoica della vita ed e un motivo che compare nel fondo di tutte le sue maggiori battaglie.
In questo momento di profonda crisi politica, in cui al ritorno clericale si accompagna una crescente insensibilità dei laici verso le ragioni della libertà, Ernesto Rossi certamente, ha rischiato di essere ripagato con l'isolamento politico: un sintomo non della sua impoliticità, ma piuttosto della tendenza tradizionale di gran parte della classe politica al compromesso, anche sul terreno dei principi.
Rossi, non è però rimasto solo: se la politica ufficiale gli chiudeva i varchi, gli restava l'adesione spontanea, affettuosa, decisa degli elementi più vivi.
Mario Signorino