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 Leopoldo Piccardi, L'Astrolabio, n. 8, 19 febbraio 1967
La lotta contro le baronie

Lettera al Governatore Menichella nella quale è menzionato un prestito di libri dalla biblioteca della Banca d’Italia.
Lettera al Governatore Menichella nella quale è menzionato un prestito di libri dalla biblioteca della Banca d’Italia.
L'intransigenza di Ernesto Rossi, il suo gusto salveminiano per l'inopportunità erano frutto di una scelta deliberata: egli aveva capito che la sua parte non era quella del “politico” accorto, prudente, realista, pronto ai baratti e alle transazioni, ma quella del suscitatore, del banditore di idee, del difensore di una insopprimibile esigenza morale.
Scrivere di Ernesto Rossi, a tre giorni dalla sua morte, è cosa triste e difficile per chi, avendogli voluto bene ed avendo avuto la fortuna di essergli vicino, e soprattutto da quel senso di vuoto, di improvviso impoverimento della realtà che proviamo quando ci viene a mancare qualcosa che ha riempito gran parte della nostra vita. Ma poiché noi che ci raccogliamo intorno a questo giornale non possiamo sottrarci al compito di ricordarLo e di ricordare ai nostri lettori chi fu l'uomo che ora ci ha lasciati, altro non possiamo fare ora, in queste note affrettate, se non rinnovare lo sforzo di comprendere e di far comprendere, ciascuno secondo la propria esperienza e il proprio temperamento, nei suoi vari aspetti, la personalità così ricca e complessa di Ernesto Rossi. Per parte mia, il Rossi di cui posso parlare è quello dei convegni, delle tavole rotonde, dei dibattiti; è quello che molti italiani, e quelli che stanno a Roma, in particolare, hanno tante volte sentito parlare da una tribuna, alieno dalle seduzioni dell'oratoria, volutamente disadorno, e pur ricco di trovate, di motti felici, sempre pronto a sgonfiare con il suo umorismo le vesciche della retorica e dell'ipocrisia, capace di far vibrare, con la sincerità del suo accento, le corde più profonde del sentimento; quello che ricordiamo, animatore delle nostre discussioni, nelle riunioni che precedevano ogni convegno, con il suo acuto spirito critico, il suo amore per la verità, il suo gusto per le idee.
E. Leone, Lineamenti di economia politica, 1920-1925. Ritratti a matita alla fine del secondo volume.
E. Leone, Lineamenti di economia politica, 1920-1925. Ritratti a matita alla fine del secondo volume.
L'attività di Ernesto Rossi, quale organizzatore di pubblici dibattiti, ha occupato un lungo periodo della sua vita: fra i convegni degli “Amici del Mondo”, i convegni e le tavole rotonde del Movimento Salvemini, quasi un quindicennio. È stata una delle forme in cui si è espressa la sua personalità e forse quella alla quale si è dedicato, in questo periodo, con maggiore impegno. Chi ha assistito ai convegni e alle tavole rotonde di cui Rossi era l'organizzatore, senza aver preso parte alla loro preparazione, non può avere compreso quanto lavoro, quanta tenacia richiedessero quei dibattiti che si svolgevano nel giro di tre mezze giornate o di poche ore. Alle riunioni preparatorie dei convegni partecipavano spesso molte persone: e ciascuno portava il suo contributo, anche se questo lavoro di équipe sarebbe stato inconcepibile senza la presenza stimolatrice di Ernesto Rossi. Ma vi era un altro lavoro, più paziente e ingrato, che egli prendeva tutto sopra di sé: il richiedere relazioni, contributi, collaborazioni, interventi. E chi avrebbe potuto farlo fuori di lui, che, con il suo esempio, impegnava gli amici; che, con il suo disinteresse e la sua buona fede, disarmava gli avversari; che non si arrendeva di fronte a resistenze e rifiuti?
Quale importanza egli desse a questa sua attività si comprendeva dalla generosità con la quale vi si dedicava: egli, che pure era un severo amministratore del proprio tempo, del cui impiego il suo senso del dovere nulla lasciava al caso. I convegni e le tavole rotonde hanno continuato fino alla sua scomparsa, a essere una delle sue maggiori preoccupazioni. Ernesto sapeva di doversi sottoporre a un intervento chirurgico serio, di esito non del tutto sicuro. Di fronte a questa prospettiva egli, negli ultimi mesi, è stato dominato da un solo pensiero: predisporre le cose in modo che senza di lui le attività nelle quali egli si considerava più impegnato potessero continuare a svolgersi regolarmente. La tavola rotonda che si terrà il 19 di febbraio, un'altra che è prevista per il mese di marzo, il convegno annuale del Salvemini saranno il frutto della sua iniziativa e del suo lavoro: Ernesto ne ha fissato o discusso perfino le date, benché fossero date destinate a cadere al di là di quella prova alla quale egli si preparava con serena fermezza, ma senza ottimismo. Ancora una volta egli ci è stato di esempio, ci ha dato una lezione. Quest'uomo che non professava una religione, che era alieno da ogni credenza nel trascendente, non ha avuto un dubbio, un'esitazione sul senso che aveva per lui la vita: ha dimostrato fino al suo ultimo istante l'umile coscienza del posto che è riservato alla personalità individuale in un mondo che la sovrasta e la sopravanza.
Fiducia nelle idee
Umberto Ceva con il figlio - L'Astrolabio n. 8 del 1967
Umberto Ceva con il figlio - L'Astrolabio n. 8 del 1967
L'interesse di Ernesto Rossi per i pubblici dibattiti nasceva da un atteggiamento del suo spirito che concorra più di ogni altro, a contrassegnare la sua personalità: la sua fede nella ragione, la sua sicura fiducia nella capacità delle idee, quando sono buone e giuste, di farsi strada nel mondo. Non si può parlare di Rossi senza far riferimento al suo razionalismo, al suo illuminismo; è facile individuare nel suo pensiero i fili che lo legano al riformismo settecentesco, agli empiristi inglesi e agli enciclopedisti, ai primi forse più che ai secondi. Ma la fede di Rossi nella ragione, la sua fiducia nella forza delle idee, erano assai più che il frutto di una formazione culturale: si direbbe che con quella fede, con quella fiducia, egli ci fosse nato, che egli l'avesse nel sangue. E forse è questa più che un'immagine, se si ricordano le pagine delle “Lettere a Ernesto”, di sua madre, da lui amorosamente raccolte. La personalità di moralista, di economista, di politico, di scrittore di Ernesto Rossi era il risultato del felice incontro di un temperamento con una cultura. Perciò il suo attaccamento ai motivi di un pensiero che ha segnato un momento straordinariamente importante e fecondo nello sviluppo della cultura moderna, ma porta fatalmente i segni del tempo, non ha rappresentato per lui una chiusura, una cristallizzazione. Il razionalismo di Rossi è stato il razionalismo di un uomo ben vivo, partecipe con tutte le sue energie intellettuali e morali alla vita del nostro tempo, capace di far rivivere, di rendere attuali i motivi nei quali le sue doti di carattere e di temperamento avevano trovato una piena rispondenza.
Esaminare un problema voleva dire per Ernesto accertare con rigore scientifico e spirito critico i dati di fatto che stavano alla base di esso; porre a confronto le varie possibili soluzioni, e scegliere fra esse la soluzione giusta. Che vi dovesse essere una soluzione giusta era cosa di cui egli non dubitava. E che l'unica soluzione che potesse essere sostenuta fosse quella riconosciuta giusta, era per lui un obbligo di coscienza. Quando si sentiva chiedere se la soluzione considerata migliore avrebbe trovato forze politiche capaci di attuarla, quando si sentiva suggerire qualche attenzione che rendesse una proposta più accettabile all'opinione pubblica o alla classe politica, si dimostrava infastidito. Ai compromessi, ai pasticci, avrebbero pensato i “politici”, e come avrebbero saputo pensarci! Ma il nostro compito era di prospettare, di difendere la soluzione giusta. Di questa ripugnanza di Ernesto Rossi per la politica, con le sue valutazioni delle forze in gioco, con le sue caute previsioni delle possibili reazioni psicologiche o elettorali, con i suoi compromessi, si è scritto e si è parlato. Ed è innegabile che a tutte queste cose egli si dimostrasse negato. Ma mi sono chiesto tante volte se la sua intransigenza, il suo gusto salveminiano per l'inopportunità, non fossero l'espressione di una scelta deliberata: egli aveva capito che la sua parte non era quella del “politico” accorto, prudente, realista, pronto ai baratti e alle transazioni, ma quella del suscitatore, del banditore di idee, del difensore di una insopprimibile esigenza morale.
Ernesto Ross - L' Astrolabio n. 8 del 1967.
Ernesto Ross - L' Astrolabio n. 8 del 1967.
Perché, che la politica sia l'arte del possibile, questo Rossi lo sapeva bene; e non lo sapeva soltanto teoricamente, ma lo sapeva riconoscere nella realtà dei casi e delle situazioni. Il valutare fino a qual punto si possa cedere, ci si possa accontentare, e a qual punto si debba opporre un intransigente rifiuto, è il problema più delicato della vita politica, un problema sul quale anche gli uomini più vicini di idee possono dissentire. A me è accaduto di sentirmi rimproverare da Rossi, nelle nostre amichevoli discussioni il mio massimalismo di fronte al quadripartito o alla legge maggioritaria del '53, e più tardi le nostre posizioni in occasione dell'avviamento verso una politica di centrosinistra, si sono in qualche modo, rovesciate, Nella preparazione dei nostri dibattiti, l'ho sempre visto propenso alle posizioni più intransigenti, ma il suo senso di responsabilità si faceva avvertire ogni qual volta si presentava il pericolo di compromettere qualcosa che la situazione consentisse di ottenere, per correre dietro a richieste inattuabili. Che il meglio sia nemico del bene egli, in realtà, non lo dimenticava facilmente.
Ma vorrei dire qualcosa di più; e cioè che, sempre nella parte che egli si era scelta, Ernesto non mancava d un naturale senso politico. Anche questo aveva in comune con Salvemini. Le sortite apparentemente più intempestive di questi due grandi importuni - o, per dirla con la parola con la quale entrambi avrebbero preferito qualificarsi, di questi due “rompiscatole” - erano spesso di una strana, quasi misteriosa tempestività. A questo fiuto, a questo intuito di Rossi si deve il successo che ebbero quasi sempre i convegni da lui organizzati. La lotta contro i monopoli, il richiamo a una corretta impostazione dei rapporti tra Stato e Chiesa, la richiesta di una politica petrolifera, la proposta di “irizzazione” dei telefoni e quella di nazionalizzazione dell'energia elettrica, la lotta contro la Federconsorzi, condotta da Ernesto Rossi con tutte le armi a sua disposizione, rappresentano iniziative promosse con una acuta sensibilità della situazione e una felice scelta del tempo.
Ernesto Rossi volontario nella I guerra - L'Astrolabio n. 8 del 1967.
Ernesto Rossi volontario nella I guerra - L'Astrolabio n. 8 del 1967.
Questa è politica, anche se non è la sola politica possibile anche se non è tutta, la politica. Ma in un momento in cui si tende a fare soltanto l'altra politica, quella della conquista del potere, quella che tiene fisso lo sguardo sul barometro dell'opinione pubblica, registrandone le più piccole oscillazioni, quella per la quale il compromesso non è un punto di arrivo ma un punto di partenza, è una fortuna che una voce si levi per ricordare che è politica anche la ricerca delle soluzioni più utili al paese, che è politica anche lo sforzo di dare all'opinione pubblica una guida responsabile. Ed è una irreparabile perdita che quella voce venga a tacere.
La lotta ai privilegi
Insieme agli scritti, insieme agli atti della sua vita, per se stessi eloquenti, i pubblici dibattiti organizzati da Ernesto Rossi possono aiutare a far trovare la linea direttiva del suo pensiero politico. La formazione originaria di Ernesto era stata una formazione liberale: i suoi maestri, ai quali era rimasto legato da un affettuoso sentimento di gratitudine, erano stati De Viti De Marco ed Einaudi; poi era venuto l'incontro con Salvemini, che, come egli ha scritto e soleva ricordare, fu decisivo per la sua vita. Quelli che si possono chiamare gli ultimi rappresentanti della grande scuola liberale gli avevano insegnato il valore dell'azione individuale, condotta a proprio rischio ma gli avevano insegnato anche che in questo gioco della libera iniziativa, nel quale è dato alla personalità individuale di affermarsi, non è lecito barare. E significa barare al gioco l'operare dietro i bastioni delle protezioni, il richiedere esenzioni e favori, l'esercitare sul potere pubblico un indebita influenza, in una parola, il valersi di privilegi di qualsiasi specie. Salvemini, con il quale il rapporto di Ernesto Rossi fu più stretto, fino ad assumere il significato di una filiazione spirituale, diede a Ernesto il suo amore per i poveri e per gli oppressi, il suo spirito battagliero, sempre disposto a scendere in campo in loro difesa. Queste due linee di sviluppo si incontravano perche confluivano nella lotta, in diverse forme, contro il privilegio. Ma l'insegnamento di Salvemini tolse a Ernesto, se ve ne fosse stato bisogno, il senso orgoglioso, inseparabile anche dalle più alte espressioni del liberalismo, dell'appartenenza a una élite, dandogli invece un profondo sentimento dell'eguaglianza umana, un senso di totale solidarietà con i deboli, di fronte ai forti. Erano motivi che trovavano, come già ho detto, una rispondenza nelle disposizioni intellettuali e morali di Ernesto, il quale vi aggiunse un certo spirito libertario, per ritrovare l'origine del quale bisogna forse ricorrere ancora una volta alle lettere della madre, quella che, in verità, fu il primo, e forse non soltanto nel tempo, dei suoi maestri.
Ernesto Rossi.
Ernesto Rossi.
In Ernesto Rossi si riproduceva così una delle confluenze più significative dei nostri giorni, quella del liberalismo e del socialismo: ciò che avrebbe dovuto prepararlo a partecipare al tentativo di costruzione teorica che fu il socialismo liberale di Rosselli. Ma il grande affetto, la stima, l'ammirazione che Ernesto aveva per Carlo Rosselli andavano all'uomo e al politico - egli amava definire Carlo Rosselli il più forte temperamento di politico che egli avesse incontrato nella sua vita - più di quanto non importassero un'adesione al suo sistema di pensiero. Empirista, come egli si è sempre qualificato, Ernesto è riuscito a fondere liberalismo e socialismo - il suo socialismo salveminiano, estraneo a ogni influenza marxista - nelle esperienze della sua vita, nell'unitarietà e coerenza della sua personalità, piuttosto che nelle costruzioni del pensiero, nelle formule, negli schemi. La sua avversione al privilegio, nella sua duplice ispirazione, liberale e socialista, si rafforzò e divenne la sua passione dominante di fronte al fascismo, che corrompeva l'azione individuale, favorendone le forme più parassitarie, mentre divideva sempre più profondamente il paese in oppressi e oppressori, in sfruttati e sfruttatori. Questi sono i motivi che stanno alla base dell'interpretazionc che Rossi dava del fascismo, non un suo preteso marxismo che, per comodità polemiche, gli si è voluto attribuire. Il senso di solidarietà che Ernesto sentiva per gli umili, per i discredati, per coloro che sono esclusi da ogni beneficio della civiltà e della cultura, si era fatto in lui sempre più vivo e profondo per i contatti che egli aveva avuto, nella prigionia e al confino, con gli uomini che la società respinge dal suo seno, con i poveri diavoli. I suoi incontri con gente di questa specie, nel carcere, nelle lunghe soste che interrompevano le “traduzioni” da un penitenziario all'altro, avevano lasciato in lui un'impressione indelebile. Egli così intransigente e duro nella battaglia delle idee, aveva una illuminata capacità di comprensione, una illimitata indulgenza verso tutte le debolezze e le colpe umane.
Il pubblico e il privato
Ernest Rossi con la moglie Ada - L'Astrolabio n. 8 del 1967.
Ernest Rossi con la moglie Ada - L'Astrolabio n. 8 del 1967.
Questa storia spirituale rende chiara la linea che unisce i dibattiti pubblici organizzati da Ernesto Rossi. Che egli richiedesse la nazionalizzazione di alcuni settori della produzione, telefoni o energia elettrica, che egli propugnasse maggiore pubblicità e maggiori controlli per le società cornmerciali o per la negoziazione dei titoli, che egli combattesse il sistema delle licenze, facendosi assertore di una più libera attività commerciale, che egli denunciasse le tare della burocrazia, un unico coerente pensiero politico si sviluppava attraverso queste, apparentemente discordanti, prese di posizione. In questo nostro sistema, che si suole chiamare di economia a due settori, l'iniziativa privata, quando conserva i suoi caratteri, di inventiva, di amore del rischio, di senso di responsabilità, ha ancora una ineliminabile funzione di salvaguardia della libertà; finché si dimostra capace di esercitare questa funzione, deve essere difesa dalle interferenze di uno sterile burocratismo e autoritarismo; ma se l'iniziativa privata non è capace di camminare senza le stampelle delle protezioni, del favore politico, dei privilegi di ogni specie, val meglio passare risolutamente a quell'altra forma di attività che è la pubblica impresa, il pubblico servizio. Quando ciò accada, si apre un altro problema, quello di organizzare l'attività, che si svolge in forma pubblica in modo da attuare, per altra via, quei principi di libertà e di responsabilità morale che l'iniziativa privata è ormai incapace di salvaguardare. Che questa impostazione dei problemi di una società moderna non sia oggi superata, si può forse vedere attraverso esperienze che si svolgono, con un singolare parallelismo, in paesi capitalistici e in paesi retti da un sistema collettivistico.
Leopoldo Piccardi -L'Astrolabio n. 15 del 1966.
Leopoldo Piccardi -L'Astrolabio n. 15 del 1966.
Fra Ernesto e me, su queste idee e sul metodo della loro attuazione, si era verificata una concordanza, che era, insieme alla personale amicizia, alla base della nostra collaborazione Nel nostro lavoro comune, accadeva naturalmente che egli ragionasse prevalentemente da economista, io prevalentemente da giurista: e questo mio contributo gli era assai gradito, perche Ernesto aveva un naturale, robusto senso giuridico. A me era accaduto, riflettendo sui medesimi problemi da uomo di legge, di giungere a conclusioni analoghe alle sue: che alla società moderna sia ancora essenziale la distinzione tra pubblico e privato; che il compito più delicato di ogni generazione sia di trovare una linea di demarcazione; tra il pubblico e il privato, che risponda allo stato della realtà sociale ed economica; che pubblico e privato si ispirino a diversi principi e che questi debbano essere salvaguardati; che si debba reagire alla tendenza, oggi assai sensibile, a una reciproca mimetizzazione, a una ibridazione, a un imbastardimento delle due forme di attività. Da queste riflessioni avevo tratto anche uno slogan: “rendere più pubblico il pubblico e più privato il privato”, che era piaciuto a Ernesto: ed egli mi richiamava all'ordine quando gli pareva che me ne discostassi.
Le battaglie vinte
Leopodo Piccardi (a sx).
Leopodo Piccardi (a sx).
La fede di Ernesto nella ragione, la sua fiducia nella forza delle idee, sono state premiate. Questo profeta disarmato ha vinto molte battaglie. Tutti oggi parlano in Italia di “padroni del vapore” e tutti capiscono di chi, con questa denominazione, si vuole parlare. Non è soltanto il segno del successo di una formula giornalistica: attraverso la felice battuta di Ernesto, tutta una impostazione del problema sollevato nelle società moderne dalle grandi concentrazioni capitalistiche è stata accolta dall'opinione pubblica italiana. Ed è stata accolta nei termini in cui Ernesto Rossi l'aveva prospettata, con gli sviluppi che egli aveva saputo darle, con quella forza di richiamo di cui egli aveva saputo circondarla. Si poteva dissentire talvolta da certe espressioni dell'anticlericalismo di Ernesto - e quante volte se n'è discusso fra noi, in privato e in pubblico! - ma è merito suo se oggi i rapporti tra Stato e Chiesa sono oggetto di interesse da parte della pubblica opinione, se essi si inquadrano in una prospettiva storica che si tendeva a dimenticare. Il problema della Federconsorzi non avrebbe oggi l'importanza politica che ha, senza la tenace campagna di Ernesto Rossi. Le sue proposte, le proposte di questo privato cittadino, armato soltanto della sua fede e della sua volontà, sono qualche volta diventate legge o sono state l'elemento determinante di provvedimenti legislativi: ho ricordato l' “irizzazione” dei telefoni; e la Legge petrolifera, svuotatasi d'importanza quando si è scoperto che in Italia il petrolio non c'era, sarebbe stata diversa senza il suo intervento; e la nazionalizzazione dell'energia elettrica è diventata un problema attuale quando egli l'ha preso nelle mani.
Sono prove, non soltanto delle risorse di una personalità individuale straordinariamente ricca, ma anche della fecondità di un pensiero, della validità di un modo di intendere la politica, di un metodo di lavoro. Il miglior modo di ricordare e di onorare Ernesto Rossi sarebbe sforzarsi di continuare la sua opera, ponendo in atto i suoi insegnamenti. Nessuno avrebbe il dovere di farlo più di noi che gli eravamo vicini in quest'ultimo periodo della sua attività. Egli ci ha lasciato un programma che comprende due tavole rotonde e un convegno. È per noi un impegno inderogabile tenervi fede. Riusciremo, dopo questo ciclo di lavoro nel quale siamo ancora sorretti dalla sua guida e dalla sua volontà, a proseguire l'attività del Movimento Salvemini, così come egli l'aveva disegnata? Gli amici che hanno collaborato a quell'attività, che l'hanno seguita con interesse e con fiducia, ci devono aiutare a dare a questo interrogativo una risposta. Sappiamo che continuare l'opera di Ernesto Rossi senza la sua presenza è un compito difficile; ce lo assumeremo soltanto se intorno ad esso si raccoglieranno forze sufficienti per assolverlo degnamente.
Leopoldo Piccardi