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Ferruccio Parri, L'Astrolabio n. 8, Pagg. 4-6 e 22, 19 febbraio 1967

Ritratto di Altiero Spinelli disegnato da Ernesto Rossi.
Ritratto di Altiero Spinelli disegnato da Ernesto Rossi.
Quando ci lascia uno dei nostri compagni della lunga schiera portatrice degli ideali che vengono da lontano e che devono andar lontano per la salute del nostro popolo, non è da noi scioglierci in compianti. Non affidiamo la memoria di Ernesto Rossi a un epitaffio. È caduto un capo e un maestro. Abbiamo un sol modo di rendergli onore: quello di seguitarne l'opera.
Nei giorni precedenti l'operazione che doveva concludersi così tristemente, Emesto Rossi si era preoccupato di lasciar consegne ed istruzioni per le attività ed iniziative editoriali e di studio avviate e ancora in corso.Aveva negli occhi la serenità socratica e la fermezza del suo spirito chiaro e deciso. Lo attendeva una operazione grave: sentiva il dovere di un bilancio.
Secondo il giudizio o l'impressione degli amici alcune partite di questo bilancio erano chiuse, provvisoriamente chiuse, o definite nel loro sviluppo. Non pensava di aggiungere altro, se non m'inganno, sul piano delle rievocazioni storiche; non mi pare avesse in progetto di aggiungere un altro volume alla sua collana di requisitorie contro i parassiti dell'Italia contemporanea. Avevamo pure la impressione che con la sua ultima pubblicazione, le “Battaglie anticlericali”, considerasse per il momento chiuso quest'ultimo ciclo, particolarmente caro a Ernesto Rossi.
Ada Rossi, foto del Casellario Politico Centrale.
Ada Rossi, foto del Casellario Politico Centrale.
Teneva enormemente alla pubblicazione delle opere complete di Salvemini. Grande merito suo averla voluta e realizzata, non per affetto, quasi idolatria, di discepolo, ma per due considerazioni non ben comprese dagli stessi amici, ai quali si può dire la impose: di lì passa obbligatoriamente la intelligenza di mezzo secolo di storia della società italiana che condiziona quella del nostro tempo; e lì si trova  la completa strategia e la tattica delle battaglie di democrazia e di pulizia che Rossi seguitò sulla scia del maestro. A comprendere Rossi è necessario leggere certi scritti di Salvemini. Forse la storia della nostra cultura politica ne farà una endiadi.
In un certo momento della sua attività pubblicistica, nei primi anni del dopoguerra, egli scrisse sotto lo pseudonimo di Sesto Empirico, una scelta polemica contro i dottrinarismi senza scadenza, contro le evasioni e mistificazioni ideologiche. Ma la sua non era un'empiria acefala: riposava sulla intelligenza storica delle società e del suo tempo, e voleva sottolineare il suo proposito rigoroso di concretezza, e insieme di chiarezza e precisione, senza residui e sbavature. Agguantava fatti e problemi con uno spirito volontaristico ed un impeto che lo avvicinavano come nessun altro a Carlo Rosselli.
Sulla base delle doti native e familiari d'ingegno e di cuore, affinandosi alla scuola di maestri come Einaudi e De Viti De Marco, sulla scia di Salvemini, dietro l'esempio di Rosselli, egli costruì prova su prova, la sua personalità, rara in questo tempo italiano per originalità, vigore, forza di carattere, intransigente coscienza.
Adele, Bianca e Umberto Ceva, intorno al 1918.
Adele, Bianca e Umberto Ceva, intorno al 1918.
Lo diminuirebbe il giudizio di chi meno conoscendolo non vedesse associata alla forte ed alta moralità civica che lo porta all'eroico attivismo dell'antifascista e lo guida nelle sue battaglie, la maturità del pensiero e della riflessione storica, politica ed economica. Questa è presente, già definita in un suo primo assetto, in Ernesto Rossi giovanile, dei tempi del “Non mollare”, dell'esilio e della cospirazione chiusa drammaticamente dal processo GL del 1930.
L'antifascismo attivo dei democratici ha avuto in Italia alcune date determinanti. Il 1924-25 propone non eludibili bilanci e revisioni politiche e morali. la decisione della lotta, prospettive per il dopofascismo. Sconfitta e chiusura col 1930, Guerra di Spagna. assassinio dei Rosselli; più tardi ripresa.
Un'Italia non così permeata di postfascismo e di clericalismo come quella emersa dopo la liberazione avrebbe diversamente onorato uomini che la incorrotta e virile moralità definisce quali eroi, come Riccardo Bauer, Umberto, Ceva immolatosi in carcere, e con essi Fancello e Traquandi.
Lettera di Bianca Ceva a Benedetto Croce, 2 febbraio 1943.
Lettera di Bianca Ceva a Benedetto Croce, 2 febbraio 1943.
Il 1930 cala sulla vita di Rossi come una serranda inesorabile. Il tormento del carcere e del confino trova sollievo nella meditazione e nello studio, che suggeriscono una più ricca ed approfondita sistemazione del pensiero economico e generose speranze di rinnovamento per un'Europa da ricostruire sulle rovine del nazionalismo.
Dopo la libertà anch'egli come tanti cerca la sua strada, la strada della attività pubblica come esercizio di un dovere civile che lo stimolò senza sosta e riposo sino alla morte. Ma per non errare nella vantazione della opera si consideri la scelta dei temi delle sue battaglie: è il tempo, la congiuntura politica ed economica a qualificarle, non la teoria, ma sono i temi che più incidono sulle malformazioni della società italiana, sulle incrostazioni e cristallizzazioni che più ne ostacolano il progresso. Sono il complesso monopolio sfruttatore della Federconsorzi, i domini monopolistici dell'interesse privato, i domini burocratici sui conti dello Stato, il controllo sulla gestione pubblica. Battaglie dunque di liberazione, che sono le battaglie della democrazia.
Nessuno più indicato di Leopoldo Piccardi, che fu suo stretto compagno in questa lunga intelligente battaglia, a tracciarne il filo logico del suo sviluppo, i seguiti di grande importanza politica, la forza di richiamo e l'influenza ch'essa ha avuto per la formazione di una certa opinione pubblica. E dirà che al centro vi è la illuminata volontà motrice di Rossi, e la sua caparbia e trascinatrice energia.
Ferruccio Parri, scheda del Casellario Politico Centrale.
Ferruccio Parri, scheda del Casellario Politico Centrale.
Ne altereremmo la figura se non ponessimo in primo piano nella sua opera la rivendicazione laica, pertinace, insistente come un delenda Carthago, portata per consapevole volontà polemica alla forma della lotta anticlericale. Questo indirizzo giacobino ha origini risorgimentali e salveminiane, ma è parte logica della sua concezione dello Stato e della società, da liberare anch'essa da una oppressione monopolistica, strumento d'interessi temporali.
Altereremmo, forse ancor più, l'idea che di lui dobbiamo avere se non tenessimo presente che un certo quadro d'insieme, sviluppato perfezionato nelle varie fasi della sua vita, reggeva la sua attività, spesso febbrile. Egli si era fatto una solida preparazione scientifica, che modestamente quasi celava: gli fu rifiutata la cattedra universitaria che ampiamente meritava, episodio anche questo, uno dei tanti, del monopolio nefasto che anemizza le nostre università esercitato da certa casta accademica.
Alberto Jacometti, scheda del Casellario Politico Centrale.
Alberto Jacometti, scheda del Casellario Politico Centrale.
Dagli economisti del liberismo era passato a visioni sociali più ampie polarizzate dalla lettura orientatrice di Wickstead. La libertà, ch'era la sua legge, diventa impostura di scribi e farisei se l'ingiustizia ne paralizza l'uso per tanta parte della società. Rossi sentì profondamente il grande richiamo della “libertà dalla miseria”, e forse ancor più incisivamente, in una società dominata, taglieggiata dagli interessi di settore, il dovere della difesa degli “indifesi”. Non poteva affiancare gli economisti sedicenti puri che non si contentano d'indicare il costo delle diverse scelte ma le propongono, e sostengono e non avendo esperienza personale di sofferenza, disoccupazione e miseria, giudicano queste condizioni necessarie ma non rilevanti del sistema capitalista.
Qual prezzo si può, si deve pagare per la giustizia, qual prezzo di libertà? Difficile complessa e forse anche dura risposta. Vi è un superamento democratico non posticcio ed approssimativo: i lettori dell'Astrolabio lo sanno. Ernesto Rossi aveva messo in carta le sue idee generali. Desiderava di completarle, voleva portare a razionale, logica e coerente chiarezza il suo modello. Questa è la sua opera incompiuta. Più tardi, a completarla, forse sarebbe venuto un più compiuto racconto della sua stessa vita. Ora la trascinava ancora l'impeto, la voglia del combattente. Come strumento di lavoro aveva fondato il Movimento Gaetano Salvemini, che intendeva e intende dar seguito alla bella e meritoria tradizione degli “Amici del Mondo”. Gli era parso utile insieme come strumento di libere battaglie un foglio, che fu l'Astrolabio. Il titolo lo scelse lui. Ragioni di salute lo costrinsero a lasciarne la direzione. Credetti mio dovere assumerla io.
Non è da noi quando, giorno per giorno, ci lascia uno dei compagni della lunga schiera portatrice degli ideali che vengono da lontano e devono andar lontano per la salute del nostro popolo, non è da noi scioglierci in pianti e compianti. Non affidiamo la memoria di Ernesto Rossi ad un epitaffio. È caduto un capo ed un maestro. Abbiamo un sol modo di rendergli onore: quello di seguitare l'opera.
Bobi Bazlen, Angela Zucconi e Adriano Olivetti a Roma nel 1942.
Bobi Bazlen, Angela Zucconi e Adriano Olivetti a Roma nel 1942.
Abbiamo un dovere: ricordare che la forza, la resistenza di Ernesto nella sua vita travagliata e spesso dolorosa è stata Ada, la sua compagna.
Il Movimento Salvemini continua; mancato Rossi, ha bisogno più di prima della collaborazione degli amici. L'Astrolabio continua come tribuna libera ed aperta. Ma anch'esso con un fine: chiarire le idee, chiamare i giovani, avvicinare le forze popolari capaci di operare per i principi di giustizia, di libertà e civiltà che stanno più su dei partiti.
Un giorno del 1930 che passeggiavo melanconico in uno dei brevi spazi in cui ci davano l'ora di ”aria” a Regina Coeli mi cadde l'occhio su una scritta tracciata con un dito negli spazi lasciati liberi dalle traverse che rafforzavano la porta metallica e spessamente polverosi (benedetta una volta tanto la infingardaggine dei secondini): “spia Del Re” “spia Del Re”. Capii subito l'avvertimento e l'autore: diavolo di un Rossi!. Grazie a Del Re Rossi ebbe venti anni di galera. Della sorte di Del Re, in questa Italia fondata sull'antifascismo abbiamo parlato più di una volta.
E qualche volta Ernesto era scoraggiato. Non per Del Re. Per il panorama italiano desolante, le delusioni scottanti. Pure si riprendeva e seguitava. Non obbediva, amici, al temperamento di testa dura e di ribelle. Una sicurezza interiore, cresciuta nella lunga esperienza smentiva il pessimismo:
chi lotta, dissoda, ara e semina prepara sempre tempi nuovi. Nel volto sereno e severo composto nella bara era chiaro per noi il suo invito.
Ferruccio Parri