L'Astrolabio, 1970, Anno VIII, n. 4
di Giorgio Rossetti

Si sta formando una nuova "leadership" meridionale? L'”intellettuale rurale”, verso cui si erano puntate le speranze di certi gruppi neo-salveminiani, è una figura che va cedendo il posto a una nuova classe fondata, più che sull'estrazione sociale, sui legami più o meno stretti con il mondo della produzione.
Molte cose sono cambiate dai tempi in cui il vecchio notabile meridionale, signorotto di paese o latifondista inurbato nelle capitali di Napoli o Palermo, o aristocratico o ex cortigiano borbonico, sedeva in parlamento vendendo il suo voto a questo o a quel primo ministro, in cambio di una concessione o di un favore che gli permettesse di soddisfare la sua clientela paesana o cittadina e perpetuare la sua funzione di mediatore del potere centrale.
Tutt'oggi non mancano episodi e personaggi folkloristici, come quel barone siciliano (recentemente tornato alla ribalta della cronaca giallo-rosa per un quasi rapimento aereo di due ragazze a Parigi) che aveva profuso milioni in una campagna elettorale personalissima, e per poco non riuscita, nelle file repubblicane fino al punto di costringere i dirigenti, che ingenuamente lo avevano accolto, ad espellerlo per la spregiudicatezza con cui faceva concorrenza ai colleghi del proprio partito. Ma la realtà è molto più complessa e articolata oggi; nuove forze si sono affacciate nel dopoguerra e si affacciano, agli inizi degli anni settanta, sulla scena del Mezzogiorno; nuovi e più complessi appaiono i rapporti con l'Italia settentrionale e più articolata la struttura stessa e i rapporti interni fra le varie parti del sud e delle isole. Tutti questi fattori contribuiscono notevolmente a trasformare la richiesta, la formazione ed il tipo di classe dirigente e a porre esigenze nuove rispetto alla società meridionale contadina dell'Italia umbertina o del periodo tra le due guerre. Certe situazioni, specie nella Sicilia occidentale, rispecchiano ancora questo mondo sorpassato, ma tendono a diventare situazioni marginali.
Anche se è stato lentissimo, ora è macroscopicamente visibile tutto un processo, che è in atto, di accumulazione e di crescita di forze economiche meridionali, piccole e medie aziende agricole, piccole industrie, banche locali di credito, attività edili e speculazioni connesse, anche rilevanti, la crescita dei settori terziarii, le attività connesse con la distribuzione.
Su questo processo in atto, magari stimolandolo, si sono innestati gli interventi esterni: la grossa industria privata del nord e quella legata a capitale estero, in particolare americano, hanno creato degli stabilimenti; più massiccio l'intervento dell'industria di stato. Anche se il flusso migratorio è tuttora molto forte, (sia pure con modalità diverse e verso zone anche italiane) una trasformazione di base è cominciata nel Mezzogiorno e ciò comporta anche trasformazioni sociali legate al trasferimento da una attività essenzialmente agricola ad altre di larghi strati della popolazione. Questa trasformazione ha comportato tutta una serie di problemi politico-organizzativi a cominciare dalla creazione di una classe dirigente non più espressa in prima persona dal signorotto paesano o dal latifondista “assente” e inurbato, ma tratta dai quadri della media e piccola borghesia.
Oggi però probabilmente il processo è andato abbastanza avanti e le prospettive sono tali che aspetti nuovi nella formazione e nella collocazione dei gruppi dirigenti del sud cominciano a manifestarsi. Prima di vedere più da vicino i sintomi di questa nuova trasformazione, cerchiamo di cogliere alcuni aspetti essenziali di quella che è stata finora la leadership meridionale e del modo di formazione della classe attuale, il che è la premessa per capire qualche eventuale aspetto nuovo.
Nel quadro dell'ammodernamento della società italiana e quindi anche dell'ambivalenza “progresso-reazione” della sua classe dominante (ieri sintetizzata dal blocco industriali del nord-agrari del sud, oggi più complessa e articolata) anche i politici meridionali, legati alle posizioni dominanti, presentano questa doppia faccia. Il dirigente progressista, se si vanno a vedere le storie di molti illustri personaggi, si affaccia sulla scena politica locale sotto una spinta “popolare”, suscitando ampie speranze di rinnovamento: è una persona di estrazione piccolo-borghese senza interessi economici immediati, il suo mondo è la politica. Man mano che il successo locale gli fa fare strada nel partito a livello nazionale, la necessità di mantenere una base sicura e non insidiata da altri notabili, lo costringe a venire a patti e a sbilanciarsi nei confronti di quelle forze economiche che detengono il potere locale. O, se queste sono troppo deboli, ad accordarsi con quelle di centri viciniori (Sullo che è andato appoggiandosi sempre più a Salerno dalla natia Avellino. Il parziale abbandono della base “popolare” a favore dei gruppi economici può talvolta portare alla luce dei personaggi di controaltare (nel caso citato prima appare De Mita, favorito anche dallo spostamento citato di Sullo verso Salerno). Le caratteristiclie salienti di questi grossi personaggi (si pensi tra gli altri ai Colombo, ai Mancini etc.) è questa doppia faccia che essi mantengono: come base sono sovente legati ai gruppi locali arretrati, mentre a livello nazionale giocano un ruolo più avanzato o progressivo.
È ovvio che di contro a questi personaggi ce ne sono altri, più diretta e immediata espressione di quelle forze locali in fase di crescita e di accumulazione (i Gava ad es.) o dell'accordo fra queste e il mondo più vecchio preesistente (i Restivo ad es.): così come la presenza di tutta una serie di personaggi di provenienza meridionale nelle correnti progressive all'interno dello schieramento legato alla classe dominante, si spiega perché le forze locali, protese nello sforzo di crescita, quasi sempre non sono sufficientemente forti non solo per competere sul piano economico nazionale, ma neppure per dirigere in prima persona il livello politico locale. D'altra parte, se i sullodati personaggi esercitano la loro azione di rinnovamento a livello nazionale, mentre a livello locale sono in clima di armistizio permanente, la possibilità di trasformazione si rifletterà con tale ritardo e lentezza sulla realtà locale, da poter essere assorbita tranquillamente attraverso la costruzione di nuovi livelli di privilegio. Il non creare un piano di scontro radicalizzato con i gruppi locali (ne sarebbe possibile data la struttura nazionale e la collocazione politica di questo tipo di leaders meridionali) permette ancora il permanere, con un peso notevole, sulla scena politica italiana degli esponenti di forze arretrate.
Questo fatto è particolarmente rilevante a Napoli (ma per riprova basta confrontare la situazione amministrativa disastrosa di quasi tutti i grossi comuni del sud con quella dei comuni settentrionali): le forme di gestione politica della città partenopea infatti sono all'insegna della più sistematica snaturazione di tutto ciò che è pubblico in clientelismo privato (secondo la tradizione laurina o anche precedente); dove ad esempio il livello di sfruttamento privato dei servizi pubblici è tale che si progetta di costruire una autostrada urbana di scorrimento a pedaggio gestita da una società privata, la stessa cui è affidata la gestione dell'unico tratto ad appalto privato dell'Autostrada del Sole, cioè la Napoli-Pompei (non a caso è il tratto più pericoloso e peggio tenuto da Milano a Reggio Calabria).
Naturalmente la crescita economica del meridione ha imposto la creazione, oltre che di una classe politica, di altri gruppi dirigenti, di tecnocrati e tecnici. Questi gruppi, per la loro stessa costituzione, provengono maggiormente dagli strati della media borghesia. Sono persone cioè che hanno potuto costruirsi scientificamente in tutta tranquillità e che avendo avuto una partenza spesso più avvantaggiata di molti personaggi politici, hanno dovuto meno lottare per farsi strada, almeno agli inizi. Buona parte di queste persone sono cresciute nella necessità di dover esercitare la funzione a cui si sono poi avviati: sono i figli stessi della classe dominante e portano avanti tranquillamente la loro missione di progettisti e futurologi, in un mondo ordinato e unidirezionale, in cui l'alternativa può essere costituita solo dal caos.
Per capire viceversa la posizione assunta da molti altri tecnocrati, tecnici, scienziati e intellettuali, bisogna un attimo riflettere sulle caratteristidie contraddittorie di sempre della piccola borghesia meridionale, vissuta in un ambiente privo di stimoli e di spinte, in cui lo scorrere del tempo non altera apparentemente nulla. Questa assenza di stimoli porta facilmente alla chiusura provinciale, alla mancanza di ambizioni, all'accontentarsi del “posto” come somma tranquillità della vita, ristretta al proprio ambito familiare e al necessario, ma fastidioso, contatto con l'ambiente di lavoro.
È questo atteggiamento “impiegatizio” che spinge tanti meridionali nella burocrazia e che condiziona quest'ultima in modo deteriore, rispetto alla tradizione del fedele e solerte servitore dello stato, di stampo cavourriano. Al contrario, il non essere continuamente impegnati nel “fare” lascia molto tempo al poter “pensare”: ecco quindi nascere l'intellighenzia meridionale, che è viva e si rende conto di essere ristretta in un mondo arretrato. È da questa intellettualità. che ha dei pesanti limiti per altro verso, che esce un secondo gruppo di dirigenti meridionali: costoro, partiti appunto come tecnici, sono costretti ad avvicinarsi alla politica, all'insegna del rinnovamento, nella lotta contro il vecchio. In una società di tipo totalmente arretrato quale era quella meridionale fino ad alcuni anni fa, queste persone hanno giocato un ruolo indubbiamente positivo e hanno suscitato tutta una serie di speranze e anche di illusioni in tutti i gruppi radicali, di ispirazione salveminiana. Nel momento in cui la situazione diventa più articolata, in cui i livelli di scontro e di mediazione diventano molteplici per lo sviluppo della società nazionale, proprio i limiti di chiusura provinciale anche di questa intellettualità meridionale vengono fuori pesantemente. La gran parte di essi cioè rimane in un ambito locale; ed ecco che mentre si porta la lotta contro il vecchio in nome dell'efficienza, una parte del vecchio si trasforma, accetta certi ammodernamenti, purché il potere rimanga saldamente in certe mani. Di fronte a questa situazione il tecnocrate, partito su posizioni di scontro con la realtà preesistente, è risucchiato al servizio del potere locale, che gli garantisce, almeno in certi limiti, di poter svolgere la sua funzione e condurre la sua lotta all'inefficienza. Ben pochi sono quelli che si pongono su di una posizione più salda e di più ampio respiro e sono quelli che escono dall'ambito provinciale e si legano a ciò che è realmente molto più moderno e avanzato di quanto possano offrire i grossi speculatori edili o le piccole banche locali.
Ritorniamo ora ai gruppi dirigenti politici, questa volta d'opposizione. Tutte le carenze e deformazioni dette prima, hanno pesato anche in certa misura sulla costruzione della dirigenza della sinistra. Data la scarsa concentrazione operaia e le ancor più scarse tradizioni di lotta, i gruppi dirigenti della sinistra hanno finito per appoggiarsi anch'essi sull'intellettualità proveniente dalla piccola borghesia. Anche qui chi ha voluto affermarsi a livello nazionale, ha dovuto “proteggersi” localmente, come i politici progressisti legati al potere costituito. Anche in questa caso è stato necessario il compromesso con le forze locali più di “destra” all'interno dello schieramento di classe all'opposizione, ed è stato inoltre necessaria la creazione di un funzionamento atto a mantenere in piedi l'apparato elettorale, più che la forza viva dei partiti. È chiaro che mancando finora una forza reale dei sindacati e degli altri istituti su cui si basa la forza e la vivacità dei partiti operai del nord, nel meridione gli apparati sono piuttosto sclerotizzati e privi di iniziativa. Questo comporta la tendenza non solo ad allearsi ma anche a non essere in grado di sviluppare una politica più vivace di quella portata da certi gruppi locali avanzati, legati cioè agli aspetti nazionali più moderni del capitalismo. È il caso di Napoli (anche se non è quello più generale), dove spesso le sinistre sono state a rimorchio delle iniziative innovatrici dei gruppi radicali di centrosinistra, come quello di Compagna, e dove non sono ancora riuscite ad organizzare degli istituti o dei centri di riferimento paragonabili, ad esempio, a quello che è Nord e Sud la rivista del suddetto gruppo repubblicano.
Che cosa dunque sta venendo alla luce agli inizi degli anni settanta ai vertici del Mezzogiorno d'Italia? Il fatto più grosso forse è proprio questo; la facilità con cui i gruppi dirigenti meridionali si spostano su posizioni moderate, al servizio di forze arretrate o in rari casi, i migliori, su posizioni di mediazione con le forze più moderne del nord (la stessa incapacità che ha posto i partiti della sinistra in difficoltà di fronte alle situazioni nuove), sottolinea il fallimento del movimento di sviluppo e del disegno di rinnovamento fondato da molti gruppi radicali, sulla scia delle posizioni salveminiane, sull'intellettualità proveniente dalla piccola borghesia meridionale.
Questa figura di “intellettuale rurale” non regge lo scontro con il mondo moderno: la sua chiusura di orizzonti, la sua incapacità di comprendere gli aspetti più nuovi, lo relegano in una posizione di retroguardia o addirittura di freno oggettivo.
Ma le cose vanno cambiando, dicevamo agli inizi. Comincia a delinearsi un “nord del Mezzogiorno”, cioè certe aree cominciano a svilupparsi con un ritmo più sostenuto che in passato, si creano degli squilibri interni, fra le varie zone del sud e delle isole. Basta pensare alla zona industriale che gravita intorno a Taranto o alla Sicilia sud-orientale, al ruolo che gioca una città come Napoli, con tutto il peso del suo sottoproletariato secolare e le sue attività parassitarie, in bilico fra il diventare il cuore di una zona di insediamenti industriali e quello di “città dei servizi” di una zona meno intensivamente industrializzata.
Sintomi di questa lenta trasformazione se ne cominciano a vedere: ad esempio si capisce, man mano che va incrementando l'intervento esterno (l'Alfa-Sud a Pomigliano, la progettata industria IRI-FIAT sul Garigliano, etc.), che certi gruppi politici, legati esclusivamente alle forze economiche locali, si indeboliscono. Cosi il quotidiano Il Mattino controllato dal Banco di Napoli, tende ad assumere posizioni relativamente meno rigide che in passato, spara a zero sulle forze “moderate”, fa continue professioni di antifascismo e di richiamo alla repubblica nata dalla Resistenza, così una recente manovra di sdoppiamento del magistero di Salerno (controllato dal gruppo Tesauro) per creare un embrione di università a Caserta (feudo di Bosco) è stato bloccato in alto loco. È chiaro ancora che posizioni come quelle di Colombo, o anche di Sullo, tendono a poggiarsi su basi più forti ed ampie di quelle dei loro collegi elettorali provinciali. Si apre probabilmente quindi, anche se non subito ovviamente, la successione a Gava e al suo gruppo.
In queste realtà in movimento pare di poter cogliere i sintomi della tendenza a formarsi di una nuova classe dirigente meridionale su cui non pesa tanto l'estrazione sociale, quanto i legami, molto più stretti che in passato, con il mondo della produzione e con il mondo moderno.
Questa nuova persona, tecnico della pianificazione e della organizzazione territoriale dirigente di aziende moderne, scienziato, manager, esperto del ma[r]keting, comincia a non avere più un ruolo solo subordinato, di esecutore. Di contro all'intellettuale “rurale”, velleitariamente rinnovatore e mediatore passivo in fondo, fra il potere e il contadiname, si va affermando questa nuova figura di intellettuale, profondamente inserito nelle attività produttive, con grandi capacità di iniziativa, che si pone in modo diretto problemi di gestione, in prima persona, di certe attività, che ne crea di nuove sulla scorta delle analisi delle tendenze e delle necessità dell'industria, senza aspettare le sollecitazioni. Certo questi nuovi gruppi dirigenti rischiano di fare la stessa fine dei precedenti, anche se hanno una “strategia” molto più ampia e una visione internazionale: combattuti fra forze nuove e relativamente avanzate, ma esterne al meridione, e forze locali nettamente più arretrate, finiranno per ricadere nelle braccia di queste ultime, se il processo di industrializzazione andrà troppo a rilento. Altro esempio napoletano: la creazione di un'”area di ricerca” molto appoggiata dai gruppi radicali (e in parte anche dal PCI) il cui gruppo promotore si pone in definitiva come un gruppo autonomo di mediazione fra le richieste della industria e certe esigenze di sviluppo scientifico. Questa iniziativa è sospesa ad un filo: se nel giro di qualche anno non ci sarà un effettivo e forte processo di industrializzazione che la giustifichi (e non può viceversa di per sé politicamente influirvi) sarà stata un'impresa fallita con grave danno anche per l'università indebolitasi nel frattempo.
La possibilità che questi nuovi gruppi dirigenti nascano quindi con indirizzi politici molto legati ai pesanti condizionamenti locali, è forte e tanto più forte in quanto, almeno a Napoli, da un lato l'opposizione ufficiale sembra legata ancora a visioni e a gruppi che stanno per essere scavalcati dagli avvenimenti, e dall'altro anche le recenti posizioni di dissenso, che pure pare vadano maturando più rapidamente la comprensione di certi aspetti nuovi, sono lo stesso vincolate a gruppi e forze della piccola borghesia tradizionale, estranee se non addirittura ostili a queste trasformazioni.
Questi gravi rischi che corre la formazione della nuova classe dirigente meridionale, anche e particolarmente di quei gruppi che saranno all'opposizione, sono tanto più preoccupanti in quanto il compito degli anni settanta è immane: solo un forte e impegnativo intervento economico, un notevolissimo sforzo di industrializzazìone, può ovviare lo sblocco degli squilibri fra nord e sud e l'eliminazione della “questione meridionale”. Ma questo rimane un discorso astratto se non si risolve il problema di incanalare le spinte sociali e quindi di costruire i quadri capaci di farlo, in una direzione capace di costringere le forze politiche ed economiche ad affrontare concretamente tale sforzo in tutte le sue implicazioni.