Il Diavoletto, Anno XIII, N. 151, 30 giugno 1860.

Testata de Il Diavoletto del 30 giugno 1860
Testata de Il Diavoletto del 30 giugno 1860
Pur troppo, lo diciamo con rincremento, per noi fino ad ora non veggiamo nulla di chiaro nella presente situazione politica. L'abbiamo scritto altre volte: i fatti ci resero pessimisti - e resteremo tali fino a che non avremo in mano validi argomenti per aprire il cuore alla speranza, e far rivivere quella fede che fu spenta in noi grado grado che i fatti venivano smentendo le promesse, i patti giurati, e schernirono nella sventura esuli principi che in estranee terre scontano la pena delle loro miti virtù.
Ma se in noi è tuttavia fermo il convincimento che l'Europa cammina verso ad una grande crisi, e che si preparano eventi, sconosciuti è vero, ma attesi come inevitabili, talchè le grandi potenze, mentre la parola di pace va ripetendosi qua e là, pur non tralasciano gli apprestamenti militari; se noi abbiamo un tale convincimento, non per questo ci vien meno l'obbligo di segnalare ai nostri lettori tutte quelle circostanze e quei fatti che vengono notati come indizi di un possibile assestamento delle questioni politiche che formano il nodo delle attuali complicazioni.
Sarà, a modo di dire, il rovescio della medaglia di quel pessimismo da cui siamo invasi, che oggi presenteremo ai nostri lettori; sarà una via fiorita di rose sulla quale noi li condurremo, nascondendo al loro sguardo le spine, onde possano godere intero il quadro gradito dell'ottimismo di cui va in cerca il mondo commerciale, e nel suo interesse non sappiamo dargli torto.
L'avvicinarsi della Prussia all'Austria; l'avvicinarsi di Napoleone III a Pio IX; l'avvicinarsi del governo di Napoli a quello di Vittorio Emanuele; il convegno di Baden-Baden che sembra abbia illuminato in certo modo, la mente del Napoleonide, e fatto nascere l'entente cordiale fra i membri della Germanica Confederazione; le proteste della Russia a difesa dei diritti di Francesco II di Napoli; e le concessioni di quest'ultimo ai popoli delle Due Sicilie, dove sarebbesi già proclamata la Costituzione e chiamati senatori e deputati e nominati ministri e inalberata la tricolore bandiera; poi la missione dell'avvocato Mosca a Roma, e il permesso d'aprire il prestito pontificio nella Francia; ecco ciò che costituisce quel rovescio della medaglia che noi abbiamo chiamato ottimismo.
A tutto ciò potrebbesi opporre una miriade d'argomenti negativi; fatti che tolgono l'illusione che si accarezza con tanto piacere, ma queste sarebbero le spine che noi abbiamo promesso di nascondere per oggi ai nostri lettori, e quindi continueremo il cammino poggiando sui fiori delle care speranze.
E fra queste alcuni si lasciano trasportare fino a credere realizzabile ancora l'italiana Confederazione, nata morta coi patti di Villafranca, strozzata nel parto dal non intervento.
La stessa inazione delle grandi potenze è ad alcuno un buon segnale per l'assestamento delle questioni politiche, che messe in grembo alla diplomazia accarezzandole, cullandole, spera ridurle al silenzio.
Napoleone non ha riconosciuto l'annessione della Toscana - e quindi ecco una novella ragione per credere che il Piemonte, non essendo più sicuro dell'appoggio della Francia nei suoi progetti d'assorbimento di tutta Italia, sarà costretto a contenersi ne' suoi confini, in quei confini cioè che piacerà al magnanimo alleato di tracciargli, pena l'abbandono, che sarebbe la sua distruzione.
Il Santo Padre, imitando Francesco II di Napoli, si dice ancora, scongiurerebbe il pericolo d'una rivoluzione, allontanando da sé il pretesto d'una invasione. Così il Governo borbonico, Roma, e il re Vittorio Emanuele potrebbero formare un tutto che costituirebbe la vera pace d'Italia; il Veneto entrando quarto nel concerto con una propria autonomia, come la Toscana alla quale fu promessa vita indipendente da Napoleone III, assicurerebbe un quieto avvenire alla penisola.
Quanto siamo però lontani da questo poetico sogno, ce lo dicano i positivi lettori che seguendo la politica non col cuore o colle proprie speranze, la guardano al lume della storia e dei fatti - e colla inesorabile ragione che emana da questi.
Noi abbiamo accennato a quanto si dice e si spera; abbiamo tracciata la situazione guardandola dal lato che la veggono gli ottimisti.
Al tempo toccherà profferire chi vide meglio nell'avvenire, se questi o i pessimisti pei quali è supremo argomento il fatto dello armarsi a furia delle potenze, il sordo movimento che minaccia l'Oriente, preda disputata, la rivoluzione che alza le sue cento teste ad imporre la sua volontà, e che fa sentire la sua voce pronta a ribellarsi a chi l'ha dominata fino a ieri quando i padroni non ne abbiano a seguire funesti comandi.
La Sicilia può essere l'ultima stazione della grande lotta fra il diritto e la rivoluzione, o può essere il principio d'una conflagrazione generale; d'intorno ad essa e per essa l'Europa può essere divisa in due grandi campi ove vengano a schierarsi i campioni dei due principii - chi scenderà in essi per il diritto, chi per la rivoluzione?
E appunto questa tremenda soluzione che tutti, popoli e re paventano, ed è questa che tiene sospesa l'inevitabile lotta verso la quale ci incamminiamo. L'urto sarebbe orribile, poichè per ambe le parti si tratta di essere e non essere, di vita e di morte.