L'Astrolabio n. 8-1970
La Regione promessa: inchiesta sulla Campania
Concludiamo con la Campania la nostra inchiesta sulle regioni alla vigilia dell'attuazione del decentramento previsto dalla Costituzione.
Dopo le recenti battaglie in Parlamento si comincia a intravvedere la possibilità concreta della istituzione delle regioni, secondo il dettato costituzionale. Malgrado queste prospettive, il dibattito a Napoli e in Campania sul modo di prepararsi a questa scadenza non esiste ancora o è molto vago, anche se le forze politiche cominciano a prendere cautamente posizione.
Certo il momento attuale di sviluppo della Campania si sta avvicinando ad una fase critica e d'altra parte sintomi di crescita politica si cominciano ad avvertire rispetto agli anni passati. L'istituzione delle regioni verrebbe quindi a inserirsi in un clima di trasformazione in atto e potrebbe giocare un ruolo delicato di impulso verso certe linee di sviluppo piuttosto che di altre o viceversa potrebbe essere adoperato addirittura come freno.
Anche ad un'osservazione superficiale si osserva come la regione napoletana soffra di gravi squilibri interni. Da un lato una grossa città con oltre un milione dubitanti, circondata e congiunta con tutta una serie di grossi centri vicini, di modo che la provincia di Napoli risulta una delle più popolose e certamente la più densa di tutta Italia: dall'altro una zona interna poverissima con punte di arretratezza paurosa nel Beneventano e nell'Avellinese, due province fra le ultime come reddito pro capite del Mezzogiorno.
Questa realtà oggi è dominata dal progetto dell'Alfa-Sud già in fase di concretizzazione, dalla calata del capitale americano (industrie elettroniche e farmaceutiche), dal progetto dell'industria aeronautica IRI-FIAT ai confini con il Lazio. Ma quali sono le prospettive, quali vantaggi possono ricavare le varie forze politiche dallo strumento regionale in questa situazione, come può esso intervenire sulla situazione campana?
Vediamo brevemente quali sono le caratteristiche strutturali della zona e quali potenzialità vi operano. Il grosso della popolazione campana, come si accennava prima, si accentra nella fascia costiera, secondo una linea che va dalle colline flegree a Napoli, alla riviera del golfo fino a Pompei e Castellammare di Stabia e poi, attraverso la valle del Sarno, fino a Salerno e a Eboli; a ridosso di questa vi è un'altra linea che va da Aversa a Marigliano e che si salda alla prima all'altezza di Caivano in corrispondenza dei nodi autostradali. Su questa specie dì grossa H concata premono i nuclei di Caserta all'esterno e i nuclei che occupano gli interspazi della H. In totale circa tre milioni e mezzo di abitanti sui poco meno di cinque della regione. In questa zona costiera già quasi congestionata si accalcano infatti quasi tutte le attività industriali, che però occupano a stento un terzo della popolazione attiva. Per tradizione e per posizione la zona costiera che va verso Castellammare, dalla periferia orientale di Napoli è stata sempre zona di insediamenti industriali e tuttoggi vi è una fìtta rete di industrie meccaniche piccole e medie su cui si inseriscono le grandi raffinerie petrolifere Mobil Oil e le industrie farmaceutiche del gruppo Lepetit e consociate. A questo tradizionale insediamento e a quello altrettanto tradizionale dell'industria siderurgica nel Golfo Flegreo (che oggi ha sviluppato il ciclo completo di attività connesse), si aggiungono le industrie meccaniche (MECFOND) e cantieristiche (SEBN) napoletane, l'Olivetti di Pozzuoli, la Fiart, le industrie elettroniche di Bacoli (Selenia) e della zona casertana (a capitale americano), l'AERFER a Pomigliano (mezzi di trasporto terrestri e aerei), le industrie farmaceutiche a capitale americano (Richardson e Merril) a Meno (Pierrel), le industrie chimiche della periferia orientale (CISA, Viscosa, Mobil Chimica, etc.), la Rhodiatoce di Casoria e infine le ceramiche Pozzi (sempre nel Casertano) e le industrie vetrarie nel Salernitano. Come si vede, è notevole la presenza di capitale straniero o dell'intervento pubblico a sottolineare la debolezza delle forze economiche locali.
A questa industria di base si accompagna poi, nelle fasce conurbanizzate, un insieme di industrie manifatturiere fra cui ha notevole importanza l'industria di conservazione dei prodotti agricoli. Infatti immediatamente a ridosso, frammista e pericolosamente schiacciata dalla precedente c'è la fascia di Pianura ad agricoltura intensiva che va dalle piane del Garigliano e del Volturno alla piana nolana e che, aggirando i rilievi costieri ed il Vesuvio, si congiunge con la Valle del Sarno e con l'agro nocerino, per poi congiungersi con la Piana del Sele a sud di Salerno. A parte le zone settentrionali e meridionali di questa striscia, che non è nient'altro che la fertile "Campania Felix" dei romani, tutta la zona centrale rischia di essere cancellata dall'allargamento a macchia d'olio della "megalopoli partenopea". A questa lotta irrazionale fra l'industrializzazione e l'inurbazione dei territori di pianura e la perdita di campagne a cultura intensiva, fa infatti riscontro un più razionale sviluppo dell'agricoltura nella terra di lavoro e nella piana di Battipaglia. In queste zone si sta assistendo alla graduale e intensiva meccanizzazione dell'agricoltura, all'investimento di capitali per la creazione di aziende agricole razionali, alla esistenza dì uno strato di piccoli possidenti che assumono una dimensione attiva di lavoro, che risiedono e curano la terra e la fanno fruttare. Se finora si è visto un solo neo, veniamo ora ai problemi più grossi in sospeso da sempre. Da un lato c'è Napoli, la vecchia capitale borbonica, illustre di gloria e gonfia di un sottoproletariato parassitario che eredita dal passato, sta crescendo a dismisura su se stessa, sotto la spinta dell'esplosione demografica, dell'immigrazione interna e della unica forza economica autoctona: la speculazione edilizia ed urbanistica. Nel caotico gonfiarsi di questa città. priva di piano regolatore da anni, ogni tentativo di razionalizzazione sta fallendo. Se la città sta quasi soffocando e la congestione del traffico raggiunge continuamente punte drammatiche, la situazione peggiorerà nettamente quando verrà a cozzare contro i centri satelliti che si espandono a loro volta.
Su questa linea di tendenza spontanea (in quanto nessuna regola ha controllato minimamente la spregiudicatezza di qualsiasi iniziativa individuale) si inserisce il progetto del discusso e discutibile nuovo piano regolatore. Le sue linee informatrict sono note: c'è il progetto (per decongestionare la fascia costiera) di trasferire tutta l'industria all'intemo, facendo di Napoli esclusivamente una città di servizi. È chiaro che in questa manovra a grande respiro (comporta il trasferimento di circa trecentomila cittadini) si rischia di annullare completamente la fascia agricola intensiva della pianura a nord di Napoli; inoltre è abbastanza evidente il disegno di creare una grossa "bauline" operaia che formi una cintura intorno alla città, lontano da tutto il traffico turistico, ma in condizione di isolamento e a patto dì un'imposizione. Più sottile è il disegno di trasformare Napoli in città di servizi: significa in pratica perpetuare la città nel suo ruolo parassitario e non produttivo, separando il proletariato dalla piccola borghesia e gonfiando il settore terziario a dismisura. È chiaro che questa linea di tendenza, introdotta nel nuovo piano regolatore preparato dai tecnocrati democristiani, rischia di portare ad un gigante dalla grossa testa e dal grande stomaco, ma dal corpo esile e instabile. Infatti a questo tipo di riassetto non si fa seguire nessuna prospettiva che affronti il continuo risucchio che Napoli opera verso le regioni interne.
Se si eccettui l'esistenza di piccole industrie e di un'agricoltura più estensiva che intensiva nelle vallate del Beneventano, dell'Avellinese e dello Alifano, il resto della regione interna vale a dire le zone meno collegate del Sannio, dell'Irpinia e del Cilento sono fra le più povere e deserte d'Italia.
Questo progettato trasferimento della fascia industriale nella zona di immediato retroterra investe tecnicamente tutto il piano di coordinamento territoriale, che se passasse bloccherebbe la possibilità di uno sforzo di attivazione invece della fascia più interna (quella appunto che investe le vallate preappenniniche): viceversa, senza realmente procedere ad un decongestionamento della fascia costiera (alle zone industriali dovrebbero sostituirsi le nuove attrezzature portuali per i "containers" e dovrebbero farvi capo tutte le strade e le infrastrutture necessarie di collegamento con le industrie, al di là della città nonché con il progettato nuovo aeroporto Internazionale al Lago Patria, adatto per i jumbo jets), si verrebbe a porre questa fascia industriale incernierata sulla zona di insediamento dell'Alfa Sud.
Certo tutto questo fermento di iniziative non può che essere positivo per lo sviluppo della Campania, ma per una crescita civile e politica ci sarà bisogno di una lunga e dura battaglia.
È evidente che se già oggi si conducono grosse campagne per condizionare ad esempio le assunzioni alla futura Alfa Sud secondo criteri di tessera di partito o, per essere più esatti, secondo criteri di clientelismo personale, c'è da aspettarsi che analoghi grossi tentativi saranno effettuati per accaparrarsi, da parte delle forze napoletane più legate a forme di sfruttamento arretrate, ampi spazi all'interno del governo regionale. Anche se i poteri sono ridotti rispetto ai governi delle regioni a statuto speciale, è evidente che le camarille locali intendono servirsi anche di questo strumento per operare il sottogoverno e allargare il proprio potere clientelare.
D'altra parte, anche se in passato interventi dall'esterno hanno bloccato pericolose iniziative locali (ad esempio scontri ci sono stati sul piano regolatore tra il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici e le amministrazioni laurine e commissariali) e anche se è evidente che in una situazione arretrata, strutturalmente e politicamente, la concessione di una qualche autonomia rischia di dare ancor più potere ai potentati periferici, l'opinione di alcuni a Napoli è decisamente positiva verso l'istituzione della regione.Si sono avuti recentemente importanti sintomi di spostamento nell'asse delle forze politiche regionali (come il recente successo delle correnti dì sinistra nella recente rielezione del comitato regionale democristiano, l'atteggiamento spesso più aperto del quotidiano Il mattino, talune difficoltà che parrebbero incontrare il clan dei Gava ed i loro alleati, etc.), per quanto siano estremamente deboli e possono essere anche accenni di linee di tendenza prontamente rientrabili. Ma l'ottimismo di alcuni non si basa su queste indicazioni, quanto sulla constatazione che uno stimolo politico maggiore sarà rappresentato dalla presenza del Parlamento regionale.
Anche se è grande il pericolo che in Campania la regione costituisca uno strumento di sottogoverno, l'investimento in prima persona della responsabilità dell'andamento della regione sulle forze di maggioranza non potrà che stimolarle, pena la perdita della stessa maggioranza, a tentare almeno di risolvere i suddetti grossi squilibri interni della zona: un permanere di essi creerebbe tali grossi contrasti e contraddizioni sui gruppi maggioritari delle varie zone da porre in dubbio il tradizionale schieramento per partiti.
Anche positivamente viene giudicato, nei limiti dei poteri di intervento degli organi regionali, il dibattito polìtico che certamente si aprirà su scelte di più immediato interesse dell'uomo comune, scelte che non si possono più né addebitare né scaricare sulle spalle delle lontane autorità centrali.
Questo clima di maggior politicizzazione (anche se non vi si deve far eccessivo assegnamento) è l'aspetto più positivo che viene visto dall'ottica di alcuni napoletani.
È chiaro però che dipende molto dall'intensità con cui l'opposizione di sinistra riuscirà a condurre la sua battaglia, se il Parlamento regionale potrà portare un suo contributo in Campania e non ridursi a strumento di sottogoverno. Acuendo le grosse contraddizioni che esistono e che oggi vengono tacitate settorializzandone gli aspetti e risolvendone ciascuno entro il suo ambito - le opposizioni potranno rapidamente mettere in difficoltà le maggioranze locali. E d'altra parte la stessa situazione di arretratezza strutturale, l'esistenza solo da pochi anni di una classe operaia che non ha ancora accumulato un patrimonio di lotte e di tradizioni, anzi è appena uscita dai suoi legami con il mondo rurale o sottoproletario urbano, ha fatto sì che le forze politiche di sinistra si appoggiassero, in Campania e a Napoli particolarmente. alla piccola e media borghesia, quando non avessero fatto ricorso addirittura anch'esse a sistemi clientelari Questo la pone oggi in una situazione di relativa forza elettorale, ma di notevole debolezza in tema ed organizzativa per il modesto impegno che questi strati sociali riescono oggettivamente ad offrire. Anche qui però c'è chi è ottimista, in quanto si ritiene che proprio un maggior clima di vivacità politica, imperniato sul nuovo fronte degli scontri per il governo della regione potrà contribuire a stimolare e ad aguzzare le capacità delle opposizioni, che si troveranno investite in prima persona di un ulteriore compito che le solleciterà più immediatamente e continuamente che non la politica nazionale. In questo modo, in un clima di maggior impegno di scontro politico si potrà contestualmente operare per elevare il livello di politicizzazione degli operai e degli altri strati sfruttati e ciò metterà alla prova maggiormente le dirigenze della sinistra.
Certo è importante aprire al più presto un ampio dibattito per prepararsi allo scontro futuro nelle sfavorevoli condizioni campane.
Giorgio Rossetti